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Il cinema di Shimizu Hiroshi

Monday, 04 January 2010 00:00 Giampiero Raganelli Articoli - Approfondimenti
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Shimizu HiroshiShimizu Hiroshi (1903-1966) è stato uno dei grandi registi dell'epoca d'oro del cinema classico giapponese. Fu uno dei giovani cineasti della Shochiku, insieme al coeataneo Ozu Yasujiro (1903-63), con cui rimase legato da una profonda amicizia per tutta la vita. Shimizu si rivelerà assai più prolifico dell'amico: la sua filmografia comprende infatti ben 163 film realizzati tra il 1927 e il 1959, mentre Ozu ne ha girati "soltanto" 54 tra il 1927 e il 1962.
Il gruppo di KamataShimizu entra alla Shochiku nel 1922 come aiuto regista e, ben presto, diviene uno degli autori di punta del cosiddetto modernismo di Kamata. Si tratta di un importante movimento del cinema muto giapponese, nato dopo il grande terremoto del 1923, che distrugge Tokyo; la Shochiku è l'unica casa di produzione a mantenere i propri studi nei pressi della capitale, a Kamata, mentre la Nikkatsu preferisce trasferirsi a Kyoto. Così i registi di Kamata sviluppano una particolare sensibilità nel registrare le atmosfere urbane della grande città che si sta lentamente riprendendo.
A partire dalla seconda metà degli anni '30, Shimizu abbandona i drammi domestici, mostrando una predilezione a girare in esterni e distinguendosi per le sue superbe rappresentazioni di ambienti naturali. Molti dei suoi film potrebbero essere classificati come road-movie, avendo come protagonisti personaggi erranti o in fuga. Altra sua peculiarità è quella di focalizzare l'attenzione sulle classi sociali più basse e disagiate.
Ragazze giapponesi al portoIn Minato no nihon musume (Ragazze giapponesi al porto, 1933) si racconta di una ragazza che cade nel mondo della prostituzione. Le prostitute nei suoi film sono anch'esse sempre in viaggio, il che conferisce loro un certo grado di libertà che è invece negato a quelle dei film del contemporaneo Mizoguchi (come Gion no shimai / Le sorelle di Gion, 1935) che vivono in situazioni claustrofobiche.
Le stesse tematiche tornano in una delle sue opere più note, Arigato-san (Il signor Grazie, 1936), tratto da un racconto di Kawabata Yasunari, interamente girato su un autobus che percorre un tragitto in stradine strette e tortuose di campagna. L'autista, dai modi molto gentili, è solito ringraziare tutti quelli che gli cedono la strada ed è per questo soprannominato signor Grazie. L'autobus è utilizzato perlopiù da lavoratori precari e prostitute che si dirigono in città. Il signor GrazieEmerge la condizione di emarginazione e di sfruttamento di queste persone, ma Arigato-san si mantiene su un tono leggero e scanzonato. Il film è un susseguirsi di dialoghi tra i passeggeri, il che rivela un'altra caratteristica di molti film del regista: l'assenza di una vera e propria struttura narrativa. Come succede nei suoi film dedicati al mondo dell'infanzia (I ragazzi nella bufera, I bambini dell'alveare, La scuola Shiinomi), che sono un ripetersi di scene con bambini che corrono, creando uno spettacolo gioioso per il pubblico.
Shimizu viene ricordato come regista di un genere particolare detto shoshimin kazoku eiga ("film sui bambini e sulle loro famiglie"); il suo sguardo verso il mondo infantile rimane uno dei più importanti nella storia del cinema. Nel dopoguerra Shimizu si mostra particolarmente sensibile al dramma dei bambini orfani di guerra; decide di adottare 8 di questi e di trasferirsi con loro a Kyoto in un vecchio tempio preso in affitto. Chiama questa comunità "alveare" perché i bimbi corrono in gruppo e si riuniscono proprio come sciami di api, e anche il loro vocio indistinto ricorda il ronzio delle api.
L'alveareQuesta esperienza di vita confluisce nel film, considerato il suo capolavoro, Hachinosu no kodomotachi (I bambini dell'alveare, 1948), che racconta del viaggio di un giovane soldato in congedo e di un gruppo di orfani di guerra da lui raccattati per strada. Nel loro peregrinare giungono a Hiroshima, e qui c'è una sequenza davvero memorabile: la città viene dapprima inquadrata con una panoramica nella sua parte intatta, sembra una città normale, quando una lenta carrellata si sposta verso l'area distrutta dall'atomica, che si impone così nella sua immane devastazione. Un altro momento straordinario si ha quando uno dei bambini, Yoshibo, gravemente malato, esprime il desiderio di vedere il mare. Un altro bambino, Yutaka, lo porta in spalla fino alla cima di una collina da dove si intravede il mare, il viaggio è lungo e molto faticoso e, quando raggiungono la vetta, Yoshibo muore. I ragazzi nella buferaQuesta visione del mare non può non far pensare al finale de I 400 colpi, così come gli sciami di bambini che corrono nelle strade, in Kaze no naka no kodomo (I ragazzi nella bufera), ricordano tantissimo l'inizio di L'argent de poche. Che Truffaut abbia visto questi film e ne abbia tratto ispirazione? I ragazzi nella bufera ha avuto peraltro una certa visibilità in Europa, quando, nel 1938, è stato presentato alla Mostra di Venezia e ha ricevuto un premio dalla critica francese. In ogni caso potrebbe trattarsi semplicemente del risultato della grande capacità, da parte di entrambi i registi, di saper descrivere il mondo dal punto di vista dei bambini.
I bambini dell'alveare è il primo film prodotto da una casa indipendente, Shimizu infatti nel dopoguerra abbandona la Shochiku dopo aver girato per questa casa la bellezza, di 140 film.
Altro grande film sull'infanzia è La scuola Shiinomi (Shiinomi gakuen, 1955) che parla di un bambino affetto da poliomelite e dei tentativi dei suoi genitori di aprire, a proprie spese, un istituto per disabili. Ancora una volta Shimizu si ispira ad una storia vera per porre all'attenzione un problema sociale. Quest'opera conferma come questo regista sia stato uno spirito puro, un animo genuino. Di lui il critico Yamane Sadao ha detto: "I film di Shimizu Hiroshi presentano tutto lo splendore della vita, incarnato nello spettacolo dei bambini che semplicemente mettono in scena se stessi. In questo consiste il piacere di prendere quel bus che noi chiamiamo cinema, iniziando così un nuovo viaggio".

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