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Guardando a est: l'Asia vista da occidente

Wednesday, 01 November 2006 00:00 Alessandro Borri Articoli - Approfondimenti
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Cantando dietro i paraventiL'Oriente sembra essere l'orizzonte mentale più praticato in tanto attuale cinema occidentale, e di questo ormai se ne sono accorti tutti. Se Olmi va a trovare la Cina in un Est più a portata di mano, quello montenegrino, mentre Tarantino gira in Shawscope negli studi degli Shaw Bros, tra zoom alla Chang Cheh e un volo su Tokyo presa da un modellino dell'ultimo Godzilla; se - parlando di yankees che fanno vela per il Giappone - l'eroe decaduto Tom Cruise va a ritrovare se stesso sperimentando il senso dell'onore sulla montagna dei samurai ribelli, mentre l'attore in declino Bill Murray va a perdersi nell'alterità sperimentando la poesia dello spaesamento in melanconici spazi d'albergo, bolla e prigione con vista - vuol dire che un sottile contagio circola in libertà, sia la riedizione degli esotismi di L'amore è una cosa meravigliosa e Sayonara (o, per alzare il tono, Von Sternberg e Ophüls), sia invece una più profonda esigenza di confronto con (e omaggio a) l'alterità. L'ultimo samuraiPer l'Olmi felicemente fabulatorio di Cantando dietro i paraventi la questione sta nel dare una patina quanto più possibile favolosa e lontana a un discorso su tecniche di guerra e utopie di pace che prosegue quello de Il mestiere delle armi; per lo Zwick di The Last Samurai, non dissimilmente, si tratta di infiltrare tra le masse patriottarde statunitensi un apologo sottilmente eversivo che mette in discussione secoli di militarismo a stelle e strisce, dal vanaglorioso Custer all'incommentabile Bush Jr. E in entrambi tocca a un imperatore lungimirante compiere un simbolico gesto di conciliazione e saggezza.
Lost in TranslationMa sono gli straordinari Coppola Jr. di Lost in Translation e Tarantino di Kill Bill a dire delle parole fluttuanti e definitive su questa liaison, dal punto di vista dei rispettivi, personalissimi immaginari. Nel percorso esoterico e iniziatico nella vendetta della Sposa-Thurman, l'Oriente squadernato da Quentin è un po' il corrispettivo del '68 bertolucciano di The Dreamers: vi circola la stessa aria in cui si intersecano il sogno del bambino che ricrea un mondo a propria immagine e somiglianza e la tonalità funeraria che di quel mondo prevede e presuppone la fine. Kill BillSolo che - al contrario che nel rimembrare un po' senile di Bertolucci - in Kill Bill al massimo di artificiosità cinefila si aggancia il massimo di archetipicità narrativa, e soprattutto una gioia assoluta (e al limite totalmente gratuita) del gesto cinematografico, che ne fa il capolavoro di Tarantino. Mood che trova il suo culmine nella suite yakuza psichedelica della casa delle foglie blu, e nell'incantato duello sotto la neve in cui si toccano i vertici della sottigliezza citazionistica: Uma eredita da Bruce Lee la tuta gialla di Game of Death per sterminare giapponesi manco fosse in Fist of Fury, solo che si trova di fronte una cinese en travesti come Lucy Liu (esattamente speculare alla nipponica Ichikawa Jun scelta da Olmi per impersonare la vedova Ching). Al vampirismo tarantiniano Sofia Coppola oppone uno sguardo studiatamente esterno, che fa leva sul clash linguistico e culturale tra lo stordito visitatore occidentale e i più prevedibili segni iconici che "fanno" Giappone: karaoke e pachinko, neon e templi, videogiochi e manga, inchini e ikebana, monte Fuji e tecnologia ostile, silenzio e caos.  Operazione rischiosa, indubbiamente, e a rischio di banalizzazione, ma affrontata da Sofia con tale sovrannaturale grazia (a tratti ci viene da definirla salingeriana) che finisce per generare un piccolo miracolo di tocco e tono. È bello scivolare così, lievissimamente, su queste sublimi immagini di esilio costantemente schermate da vetri e riflessi, a meditare sull'intraducibile linguaggio che può fendere le distanze della solitudine. Fino all'ultimo sayonara, celato dopo i titoli di coda.

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