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Rotterdam International Film Festival 2004

Friday, 13 February 2004 00:00 Paolo Bertolin Festival - Report
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L'IFFR rimane un appuntamento imprescindibile nel panorama festivaliero europeo per chi intende farsi un'idea ampia e dettagliata dello stato di cose del cinema mondiale, anno per anno. In particolare, l'attenzione di Rotterdam per tutte le cinematografie asiatiche rende la vetrina olandese un'occasione davvero irrinunciabile per comprendere appieno evoluzioni in atto e trend che anticipano i futuri sviluppi nei più disparati territori del cinema. L'edizione 2004, presa dalla prospettiva qui propria, ossia quella che scandaglia film e tendenze dell'Asia orientale e sud-orientale, ha dato un'impressione di relativa stasi sul fronte delle cinematografie maggiori, quella cinese e giapponese, mentre ha registrato fermenti di vitalità seppur abbozzati, in nuove aree, in particolare la Malesia, confermando una serie di segnali che hanno attraversato le maggiori rassegne del 2003, da Cannes a Venezia da Torino e Nantes.
Green TeaDi notevole interesse è stato registrare l'avvicendarsi di due generazioni di cineasti sul fronte del cinema indipendente cinese. A Rotterdam erano presenti i tre ultimi lavori di tutti gli iniziatori e legittimi portabandiera della cosiddetta Sesta Generazione: Zhang Yuan, Wang Xiaoshuai e He Jianjun. E la circostanza è divenuta un epitaffio pressoché definitivo per sancire la fine di una stagione: Zhang con Green Tea, interpretato da Jiang Wen, sebbene continui a rivendicare la sua indipendenza, si è recisamente convertito al cinema d'intrattenimento commerciale; Wang, il più talentuoso dei tre, con Drifters ha cercato un approccio di temi e di messa in scena più maturo in un mélo al maschile ineguale ma intenso; He ha tentato la strada del guerilla movie con Pirated Copy, scontentando i più. Ad un decennio dalla controversa presentazione proprio a Rotterdam dei loro primi film "fuorilegge" (cui seguì un celebre bando contro la realizzazione di nuove pellicole), i cineasti maverick dei primi anni '90 paiono ormai aver perso il loro afflato ed essersi adagiati in più o meno confortevoli forme di opportunismo o maniera. Per contro, una nuova generazione di registi si fa avanti, ancora tutti in ordine sparso, tutti figli del digitale e della nuova onda creativa seguita all'influenza radicale di Jia Zhang-ke, oggi forse il cineasta più innovativo e seminale per il cinema cinese più oltranzista e creativo. Paradossalmente il transito ad un nuovo ciclo del cinema cinese non ha ancora trovato un'etichetta semplificatoria e ancora, a sproposito, si parla di Sesta Generazione; forse è tempo, con ogni cautela, di iniziare a parlare di Settima! On the Mountain A Rotterdam il nuovo cinema digitale cinese sfoderava un terzetto di opere prime, cui andava aggiunta la coproduzione hongkonghese All Tomorrow's Parties di Yu Lik-wai, già visto a Cannes. Significativo che due dei nuovi film visti a Rotterdam raccontino storie della campagna, lontane dalla città, testimoniando delle risorse narrative che la nuova tecnologia apre ai cineasti: The Only Sons di Gao Xiao'er espone le peripezie di un contadino costretto a cercare disperatamente un'immensa somma di denaro per commutare la pena di morte sentenziata al fratello in reclusione a vita; On the Mountain Zhu Chuan-ming con approccio documentario segue la vita nel corso delle stagioni di una famiglia di piantatori di tè. Ambientazione urbana, in una città comunque non ben identificata, per Uniform di Diao Yinan, il più rimarchevole e complesso dei tre. Un giovane sarto, timido e riservato, trova tra gli abiti non ritirati della lavanderia familiare un'uniforme da poliziotto; scopre che il proprietario è morto e inizia a indossarla, fingendosi un agente di quartiere. Il film di Diao combina abilmente efficace ritratto esistenziale di portata universale e spaccato critico sulla vita urbana cinese: il protagonista muta d'attitudine allorché indossa l'uniforme, divenendo sicuro nella corte alla ragazza che ama, ma acquisisce pure un'arroganza che lo porta sulla strada della corruzione e della prevaricazione sui deboli. Senza espliciti proclami, Diao analizza in maniera profonda e sagace l'influsso che autorità e apparenza esercitano sulla sfera individuale e quella sociale, ponendo sullo sfondo una serie di questioni collaterali che compongono una radiografia sfaccettata della realtà cinese contemporanea.
The MissingUno sguardo penetrante sulla realtà sociale è quello che manca invece nel (poco) cinema visto dalle altre Cine. In provenienza da Macao Love Is Not a Sin di Doug Chan, anch'esso girato in digitale, imbastisce piacevole entertainment ricamando su problemi d'identità, amore e ghost story; da Taiwan, invece, il fantasma di Tsai Ming-liang - presente a Rotterdam pure col suo Goodbye, Dragon Inn e con un corto celebrativo per l'ultimo anno di direzione del festival da parte di Simon Fields - aleggia, anzi incombe pesante, sull'opera prima di Lee Kang-sheng, The Missing (Bu Jian). Il gioco è scoperto fin dall'inizio; epigono e debitore per stile e interpreti del suo maestro, Lee rimane intrappolato in una maniera che fa crollare sotto il peso di una messa in scena troppo evidente, troppo riconoscibile ed esibita, troppo "firmata" l'esile trama che dovrebbe sostenere e su cui invece rovina come un macigno di invadente artificio. Dopo una protratta, intensissima e soffocante sequenza che vede una nonnina cercare disperata il nipotino scomparso, l'incanto si spezza e resta solo il pallido ed elegante involucro spoglio di un esanime film clone. Troppa grazia davvero i tre premi racimolati da Lee (Tiger Award, premio NETPAC come miglior film asiatico e premio dei critici olandesi), manifesto segno di una servile sudditanza alla "firma" un tantino imbarazzante.
DoppelgangerAnche il nutrito battaglione nipponico, fatto di numerosi habitué di Rotterdam ha faticato ad imporsi per novità e rivelazioni. I prolifici Miike Takashi (Gozu e Zebraman), Ishii Sogo (Dead End Run) e Kurosawa Kiyoshi (Bright Future e Doppelgänger) avranno pure soddisfatto i rispettivi fan, ma sul fronte della rilevanza assoluta dei loro ultimi parti si può davvero sindacare. Rimprovero sintomaticamente flagrante nel caso di Kurosawa: solo quattro anni fa ci regalava la vertigine di un Kairo/Pulse; oggi cosa sarebbe del quieto divertimento di Doppelgänger senza Yakusho Koji? Una certa pigrizia sembra aver imbambolato la vena inventiva di un cineasta molto al di sotto degli standard associatigli, soprattutto sul fronte della visionarietà e della freschezza compositiva. Una boccata d'aria fresca, corroborante ma non salvifica, la offrivano Yamashita Nobuhiro con il suo Ramblers (Riarizumu no Yado), adattamento di un manga di Tsuge che conferma lo humour strampalato di un giovane autore discreto e singolare, e Kawase Naomi che proponeva il suo fascinoso e denso Sharasoju. Peraltro pure la Kawase, come Tsai, offriva in regalo a Simon Fields (che l'aveva scoperta presentando in concorso Suzaku nel 1997) per il suo addio a Rotterdam un suo nuovo cortometraggio, semplicemente magnifico, tra le cose più belle e durevolmente impressionanti viste all'IFFR. Fin qui nomi noti e certezze; come per la Cina, il nuovo (poco) veniva dal cinema in DV. Il 17enne Sasaki Yusuke ha conquistato elogi e ammirazione per il suo incredibile Letter (Tegami), un film di 74' girato inquadrando unicamente un cellulare che invia e riceve SMS… Un'opera radicale e innovativa, addirittura commovente, su cui sarà doveroso tornare diffusamente in altra sede. Altro impressionante esordio, Peep "TV" Show di Yutaka Tsuchiya, premiato dalla Giuria Fipresci (di cui chi scrive ha fatto parte), si impone all'attenzione per la ricerca a tutto campo di documentare il devastante confondersi delle barriere tra reale e virtuale, segnatamente dopo il trauma mediatico dell'11 settembre. Il film combina immagini e linguaggi in un magma spesso scomposto, sempre stimolante, che restituisce il soffocamento della percezione e della libertà di auto-definizione causati dal sovraccarico di immagini prodotto dell'indigestione mediatica nell'umanità del primo XXI secolo. Non si tratta certo di un'esperienza filmica che lascia indifferenti; Peep "TV" Show può indisporre e turbare, ma certamente segnala in Yutaka, sin qui media activist, uno sguardo da seguire. Per chiudere il panorama sul Giappone a Rotterdam, da segnalare pure la presenza di Battle Royale II: Requiem e l'onore dell'inaugurazione del festival per Zatoichi di Kitano, presente alla proiezione e autore di una memorabile stoccata: "In questi ultimi mesi sono usciti The Last Samurai, Kill Bill e Zatoichi; non so il perché di questa coincidenza. So solo che loro non sono giapponesi e io sì; il mio film è meglio perché è the real thing!".
Save the Green PlanetCome da qualche tempo a questa parte, ad avere la meglio su Cina e Giappone, è stata la compiuta varietà della cinematografia coreana. Da un lato, Rotterdam offriva al suo pubblico il magnifico thriller di Bong Joon-ho, Memories of Murder, che non solo è certamente il miglior serial killer movie dai tempi de Il Silenzio degli Innocenti e Seven ma anche, in controluce, un pregnante e sottile affresco realista sulla Corea della dittatura degli anni '80, e l'incontenibile Save the Green Planet! di Jang Jun-hwan, travolgente pastiche cinefilo animato da un irrefrenabile Shin Ha-kyun; dall'altro, presentava le ultime opere di autori affermati come Jang Sung-woo, l'intrigantissimo e corrosivo Resurrection of the Little Match Girl, e Kim Ki-duk, il molto ammirato ma astuto Spring, Summer, Fall, Winter... and Spring. Ancora una volta l'elemento incongruo, qui il terzo polo, è venuto dal digitale con il primo lungometraggio, al 100% indie di Gina Kim, Invisibile Light. Ritratto di due donne intenso ed estremo, nella forma come nella narrazione, il film della Kim sigla per la Corea, dove cineasti mainstream e autori lavorano tutti sotto l'egida degli studios locali, la nascita di un vero cinema indipendente.
Ong BakIn direzione sud-est asiatico, sorvolando fulmineamente, senza intento di sottovalutazione, la presenza thailandese, che includeva Last Life in the Universe di Pen-ek Ratanaruang (prodotto da export che chi scrive guarda con freddo sospetto) e Ong Bak: Muay Thai Warrior di Prachya Pinkaew (record breaker del box office locale che potrebbe definitivamente imporre il cinema thai in Asia, nonché la nuova travolgente star dell'action Panom Yeerum/Tony Jaa), chiudiamo la nostra panoramica ancora con il digitale e con la spinta propulsiva che sta dando a cinematografie sinora pressoché agonizzanti. La costante degli ultimi mesi è infatti la presenza ai festival di medio e lungometraggi digitali che segnano la (ri)nascita di un nuovo cinema malese: a Rotterdam ben tre erano le opere in provenienza da Kuala Lumpur. Di particolare spicco e rappresentatività, nel bene e nel male, il regista James Lee che firma il lungometraggio Room To Let: come in altro cinema visto di recente da cinesi di Malesia l'influsso di Tsai Ming-liang (eh sì, di nuovo lui) è manifesto e ingombrante. La solitudine urbana delle metropoli asiatiche ha certo trovato nel passato decennio un sublime cantore; oggi però la svendita all'ingrosso di piani sequenza silenziosi e ieratici rischia di portare ad una nociva saturazione del mercato, tanto più lesiva quanto comincia a indispettire anche chi di tali pose è stato profondo estimatore. Per non essere indebitamente ingrati e riduttivi, registriamo che James Lee esibisce pure il palese influsso di Edward Yang... Fortunatamente il DV fornisce rinnovata ispirazione e impegno anche a cineasti già affermati, seppure non ancora quanto dovuto, come nel caso dell'indonesiano Garin Nugroho. Cantore delle molteplici identità di quel "mondo in miniatura" che è l'Indonesia, Nugroho con il suo ultimo, splendido Bird Man Tale (in originale Aku ingin menciummu sekali saja, Voglio tanto baciarti) innesta su un poetico e delicato romanzo di formazione gli episodi che hanno segnato negli ultimi anni il movimento indipendentista dell'Irian Jaya (Papua Occidentale), firmando un'opera toccante e necessaria. Cineasta duttile e sincero, Nugroho cangia il suo stile secondo le differenti identità etniche, lingue e culture che racconta: quanto il precedente A Poet s'intonava alla poesia didong dell'Aceh, tanto il suo ultimo lavoro si ritma e scandisce ai canti di libertà dei Papua. Tra i molti ripiegare in un manierismo confermato e pedissequo visti a Rotterdam, Nugroho (con pochi altri) ci ha ricordato come la nuova libertà di filmare apportata dal digitale possa significare il porre nuovamente la questione del politico, nelle sue multiple anime, attraverso cinema vivo e pulsante.

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