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Puchon International Fantastic Film Festival 2003

Thursday, 28 August 2003 00:00 Paolo Bertolin Festival - Report
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Qualche riga in scioltezza dal Festival Internazionale del Cinema Fantastico di Puchon (o Bucheon; lo sappiamo oramai: le traslitterazioni dal coreano ci obbligano a doppie e talvolta infide versioni d'ogni nome). Una manifestazione che, come altri festival locali (Pusan - detta altresì Busan - e Jeonju), sta acquisendo in Asia un rilievo di primo piano, grazie al peso sempre più "ingombrante" della produzione coreana nei mercati di Asia Orientale e Sudorientale. Pare, in effetti, che la cultura pop coreana si stia imponendo nell'area come il must cool del momento, ed il ruolo del suo rutilante, effervescentissimo e travolgente cinema commerciale ne rappresenta il più pervadente untore.
Del resto l'attivismo e l'efficienza da termitaio che i coreani mettono in moto nella promozione del proprio prodotto cinematografico e dei propri festival lasciano a bocca aperta ed impongono raffronti ingenerosi, ad esempio con diretti concorrenti come il Giappone. Una constatazione che individua un esempio non trascurabile: a Puchon era in programma la prima internazionale del nuovo film di Shiota Akihiko, Resurrection; peccato che la copia non avesse altri sottotitoli se non quelli coreani sovrimpressi elettronicamente; inevitabilmente noi, come gli altri corrispondenti stranieri al festival, il film non l'abbiamo visto. E non era l'unico film giapponese sprovvisto di sottotitoli inglesi… Un sintomo palese dello shimaguni konjo (l'insularismo nipponico) di cui è affetta l'industria cinematografica giapponese che, arroccata sulle certezze di un mercato interno ritenuto bastevole al recupero degli investimenti, pecca da sempre nella promozione del proprio prodotto presso gli stranieri. E poi ci si chiede perché i film coreani surclassano le controparti nipponiche o cinesi nella penetrazione dei mercati europei...
Tanto per rigirare il coltello nella piaga, ai corrispondenti stranieri il PiFan proponeva un paio di ghiottissime anteprime, non incluse nel programma ufficiale: Memories of Murder di Bong Joon-ho e Tale of Two Sisters di Kim Ji-woon, i due campioni del box office coreano dell'annata 2003. Su entrambi sarà opportuno ritornare più approfonditamente in sede adeguata; alcune considerazioni di merito e distinguo però si impongono. L'opera seconda di Bong è un thriller maturo che conferma e anzi invigorisce le qualità di scrittura già messe in evidenza in Barking Dogs Never Bite, esaltate qui da una complessa tessitura dei toni e da una ramificata riflessione sulla ricerca di una verità (fattuale e metaforica) elusiva, servita da una messinscena capace di orchestrazioni di sontuoso vigore filmico, corroborata dal di più di una robusta ma sottile rievocazione degli anni '80 coreani. Il film di Kim si impone invece come veicolo di una professionalità abusata, fredda ed elegante, rigida e sterilmente gravida di colpi di scena, incapace di prendere corpo laddove proprio di carni, legami di sangue e non di algidi involucri si tratta. Bello senz'anima, l'horror di Kim, che prende vago spunto da un racconto tradizionale per assopire le vertigini dell'inquietudine in un pavido ottovolante della convenzione, suscita per certi versi l'impietoso raffronto con Dark Water di Nakata Hideo; tutto a suo discapito.
La competizione ufficiale del festival ha d'altro canto visto l'arcimeritato trionfo di Save The Green Planet!, primo lungometraggio di Jang Jun-hwan. Graziato dei riconoscimenti per il miglior film, il miglior attore e dal premio del pubblico, il fulgido astro del film di Jang si potrebbe difficilmente immaginare al di fuori della cangiante e nuclearmente instabile costellazione del cinema coreano. In verità, l'osservazione di simili comete filmiche è in assoluto privilegio ben raro: mix schizzato di generi disparatissimi (dal thriller alla commedia demenziale, dal mélo sociale all'horror truculento) Save The Green Planet! regala più emozioni, divertimento e cinema dell'intera filmografia di certuni bolsissimi cineasti. Folle storia di un apicoltore che crede negli extraterrestri e rapisce un magnate della chimica che ritiene un alieno in incognito per salvare il pianeta da un complotto in scadenza all'imminente eclissi lunare, il film di Jang si rivela in extremis un doloroso apologo sull'essere uomini, sulla fragilità, l'ottusità e l'unicità della natura umana, rese impagabilmente da uno Shin Ha-gyun, divenuto con questo film e Sympathy for Mr Vengeance l'icona miliare di un cinema visceralmente imprudente e arditamente compassionevole.
Per il resto, i titoli orientali del concorso comprendevano tre vecchie conoscenze del Far East Film: i confratelli di Asia Express hanno già impallinato a ragione nelle pagelline udinesi l'atroce 999-9999 del thailandese Peter Manus, che mi spendo in un confortevole apprezzamento sull'efficacia epidermica delle implacabili sequenze grand-guignol, che meriterebbero di valere a questo parto dell'Mtv culture thai una dignitosa carriera straight-to-video nei mercati internazionali; pure il recupero di Stewardess di Sam Leong mi impone una posizione allineata all'umore generale di Udine, in questo caso di apprezzamento e divertito supporto a questo flop commerciale follemente originale, scapestratamente cinefilo ed irriverentemente leggero, impreziosito da un Sam Lee al meglio della sua ispida polimorfia; infine, come non ribadire l'innamoramento cinefilo per Better Than Sex di Su Chao-pin e Lee Fong-nor, imprescindibile capolavoro che distilla cultura pop orientale in un purissimo estratto di inventiva cinematografica, a 100 gradi di divertimento impudico e liberatorio? Unica novità, l'ambizioso Moonchild di Takahisa Zeze: in esposta avanscoperta sul giudizio dei colleghi, ne colgo ulteriore sintomatologia dello stato non esaltante della produzione nipponica; fantasy futurista vampiresco-segregazionista di notevoli ed esibite qualità di messa in scena, sia compositive sia inventive, provvisto di corposo, persino ponderoso, sottotesto simbolico, il film di Zeze affonda in un mare di noia per manifesta incapacità di ancorare il coinvolgimento e si arena nelle risacche della vacua insincerità spettacolare.
Un paio di ulteriori prime coreane non hanno suscitato particolare entusiasmo. Il dispendioso colosso d'animazione Wonderful Days di Kim Moon-saeng, titolo inaugurale del festival, strombazzatissimo portabandiera della rinascita dell'animazione coreana, rivelatosi invero fragoroso tonfo al box office, non brilla né per originalità narrativa, né per riuscita figurativa: l'intreccio futurista-ecologico sa troppo di rimasticato e la tragica storia d'amore che lo condisce è una stopposa zuppa di noodles ribollita; l'impianto estetico sperimentato con la "multimation", in altre parole grafica 3D per fondali e movimenti - animazione bidimensionale per i personaggi, risulta pesantemente indigesto per la stridente mancanza d'amalgama tra la costipazione degli opulenti set e il Biafra della miserrima grafica delle figure umane. Sul fronte opposto, l'ultra low budget del film di fine studi Anamorphic di Kim Byung-woo, sperimentalissimo videogame movie che avrebbe forse ben retto come cortometraggio, ha prodotto nel sottoscritto, causa anche jet lag, come in quasi tutto il pubblico dell'unica sua proiezione, l'abbandono alle visioni narcolettiche dell'abbraccio di Morfeo.
Note positive sono invece venute dall'ennesimo recupero di un titolo perso a Udine, il nostalgico Conduct Zero di Cho Keun-sik, e dalle esplorazioni in un territorio troppo spesso negletto nelle battute di caccia festivaliere, quello dei cortometraggi. Moltissimi dei giovani cineasti coreani di cui scopriamo le eccellenti riuscite nel lungo hanno infatti mosso i primi passi con corti di già rilevante spessore; un paio di short visti a Puchon sembrano preconizzare talenti di messa in scena sicuri: Dinner at Lee's House di Jung Hee-sung, attraverso impalpabili décalage compone un toccante dramma femminile fatto di infelicità domestica ed ingombranti fantasmi; McDonald's Boy di Kim Mi-gene, struggente e delicato fantasy in cui una madre incontra il figlio mai nato, è un vero gioiello di scrittura filmica: seppure visionato senza sottotitoli è riuscito nondimeno a commuoverci! Altre due perle i corti d'animazione The Letter di Chang Hyung-yun e The Old Man with Knapsack di Park Hyun-kyung e Kim Woon-ki: il primo propone un'animazione di taglio deliziosamente infantile per raccontare di un disfunzionale sbocciare d'amore; il secondo, con un disegno accuratissimo e classicamente pittorico, attinge alla nitidezza del racconto poetico con un approccio marcatamente europeo.
Segnaliamo inoltre che il programma di Puchon comprendeva pure alcuni appetibilissimi omaggi. Purtroppo quello al cineasta horror coreano Park Yun-kyo è saltato, causa stato deplorevole delle pellicole (il problema della preservazione del patrimonio cinematografico nazionale si conferma scottante in un paese che ha perso pressoché tutta la sua produzione anteguerra...). Fortunatamente i cinefili locali hanno potuto consolarsi con alcuni classici degli Shaw Bros. (e il sottoscritto s'è goduto su grande schermo The Heroic Ones di Chang Cheh), con una panoramica sulla produzione di Bollywood (che includeva due titoli capitali: il vorticoso turbine di godimento spettacolare offerto da Kabhie Kushi Kabhie Gham (2002) di Karan Johar e l'incancellabile connubio di entertainment ed impegno politico di Dil Se (1998), capolavoro assoluto di Mani Rathnam) e l'imperdibile retrospettiva dedicata al geniale Guy Maddin, uno dei creatori di immagini più singolari ed ispirati della contemporaneità, la cui opera inestimabile permane purtroppo privilegio di un troppo ristretto circolo happy few. Per dovere di cronaca elenchiamo a lato il palmarès del festival.

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