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SPECIALE Far East Film 2012

Sunday, 13 May 2012 19:07 a cura di Stefano Locati Festival - Report
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SPECIALE Far East Film 2012
The Darkest Decade: i registi coreani negli anni Settanta
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feff2012_posterQuattordicesima edizione del più grande festival europeo dedicato al cinema popolare dell'est asiatico. Dal 20 al 28 aprile 2012 come ogni anno Udine si è aperta all'Asia per ospitare film, registi, attori dell'ultima stagione cinematografica, in nove giorni di proiezioni e incontri culminati nella consueta festa finale, sulle note garage-punk del duo giapponese Tadzio. Il primo dato è una diminuzione dei film selezionati, che tra concorso e retrospettiva erano meno di 60, oltre a una manciata di cortometraggi, segno di una probabile contrazione nei fondi che risulta allarmante. Nonostante la crisi internazionale pesi su tutti, diventa preoccupante constatare che possa colpire realtà così ben integrate nel tessuto cittadino e che da così tanti anni sono in grado non solo di riempire Udine, ma anche di trasformarla in un centro multiculturale e internazionale del cinema mondiale. L'augurio è che il disinteresse non intacchi quella che è ormai una istituzione nel panorama europeo. A parte le note politiche, l'edizione 2012 ha portato con sé una qualità media buona, senza nessun vero disastro, ma con davvero pochi picchi. A brillare sono state senza dubbio le selezioni giapponese e coreana, con l'ottima sorpresa di quella malese - pur composta da soli due film.

Malesia, Indonesia, Singapore, Thailandia, Filippine
feff2012_songlapPartendo dalla Malesia, ottima impressione hanno lasciato sia il dramma familiare con spolverata d'azione Bunohan: Return to Murder, di Dain Iskandar Said, su tre fratellastri che si ritrovano a scontrarsi, sia il noir-pulp urbano Songlap, di Effendee Mazlan e Fariza Azlina Isahak, che coinvolge inseguimenti, svendita di infanti, pestaggi e incesto. Tra ingenuità ed evidenti limiti di budget, che raccontano anche la relativa fragilità del sistema produttivo locale, si tratta di due film strutturalmente interessanti, che iniziano a mostrare una consapevolezza nuova nei propri mezzi, con storie appassionate da raccontare e una visione che va al di là del mero incasso commerciale dei passati horror dozzinali. Restando alle cinematografie meno rappresentate, deludono Indonesia, Singapore e Thailandia, mentre presentano aspetti insoliti, dunque interessanti, le Filippine. Kentut, dell'indonesiano Aria Kusumadewa, non conferma gli ottimi ricordi del precedente Identitas (2009), perdendosi nello scatologico fine a se stesso, mentre la parabola calcistica A Kick from Heaven, di Hanung Bramantyo, è formulaica e prevedibile, adagiata su modelli elaborati ormai alla nausea. Il thailandese It Gets Better, di Tanwarin Sukkhapisit, insolitamente unico selezionato del suo paese, è una parabola sull'amore queer e sull'universo in transizione dei trans: ha ottime intenzioni e qualche trovata divertente, ma si perde in un buonismo autocompiaciuto che ne annacqua la portata. Tra luci e ombre, molto meglio le due atipiche commedie dalle Filippine: Six Degrees of Separation from Lilia Cuntapay, di Antoinette H. Jadaone, è un divertito mockumentary sulla caratterista Lilia Cuntapay, stella misconosciuta dell'horror autoctono, visionario e ironico, con l'unico difetto di reiterare troppo a lungo i diversi piani narrativi, tra omaggio e rivisitazione surreale dell'industria. The Woman in the Septik Tank, di Marlon Rivera, è un film sui film che nasce dall'idea di prendere in giro i "poverty porn", sottogenere in cui troppo spesso i registi sfruttano povertà e miseria per raggiungere i festival internazionali: ha qualche sequenza indovinata, e trova in Eugene Domingo una co-protagonista entusiasmante, ma è sbilanciato e troppo furbo nell'utilizzare gli stessi trucchi che irride.

Taiwan
feff2012_you_are_the_apple_of_my_eyeIl contingente di Taiwan è guidato dal campione d'incassi You Are the Apple of My Eye, del romanziere e sceneggiatore Giddens Ko, successo incredibile sia sul mercato interno che in tutta l'Asia, Cina continentale compresa. E' una teen-comedy piuttosto risaputa, con le prime esperienze d'innamoramento di un gruppo di liceali degli anni '90, in grado però di presentare con acume e dolcezza quel periodo di passaggio, con un'ottima caratterizzazione dei personaggi anche minori e una predilezione birichina per temi considerati tabu, come la masturbazione. Segue il romantico Love, di Doze Niu, co-produzione con la Cina che intreccia diverse storie: girato con paludato mestiere dal regista di Monga (2010), è però preda di lungaggini e di una propensione al versante zuccheroso dei drammi che racconta alla lunga snervante. Non manca la reprise dal festival di Venezia, Warriors of the Rainbow, di Wei Te-sheng, epica anti-giapponese purtroppo presentata nella versione festivaliera e non in quella integrale da oltre quattro ore (divise in due comodi film).

Cina
feff2012_cockfightersQuesto è comunque l'anno dell'avvicinamento tra Taiwan e Cina popolare: oltre alla co-produzione di Love, lo dimostra anche l'altra grande co-produzione, One Mile Above/Kora, di Du Jiayi, che racconta di un viaggio in bicicletta di un giovane di Taipei per tutta la Cina, fino al Tibet, per onorare la memoria del fratello, arrivato secondo nelle preferenbe del pubblico per l'Audience Award. Tra paesaggi spettacolari e qualche sequenza onirica, un on the road di maniera che riesce però a ricreare la pesantezza fisica e la difficoltà mentale del viaggio. Tra gli altri film della selezione cinese, spicca il feroce dramma The Cockfighters, di Jin Rui, che parte dalle lotte tra galli per raccontare di soprusi, corruzione e violenza nella moderna Cina rurale: un film duro e spietato, che nonostante qualche ingenuità riesce a tirare pugni nello stomaco. Tralasciando la scontata commedia romantica Love is not Blind di Teng Huatao, rimangono il confuso mystery-horror The Man Behind the Courtyard House di Fei Xing, con la sua complessa struttura a flashback inanellati, che però ha dalla sua la prova di Simon Yam, il drammatico Song of Silence di Chen Zhuo, piuttosto furbo nelle sue scoperte mire autoriali nell'intrecciare le vite di due giovani, una delle quali muta, e la parodia My Own Swordsman di Shang Jing, che pur restando fedele alla necessità di irridere wuxia e film storici, riesce a inanellare una serie inesauribile di trovate comiche: poche colgono veramente nel segno, me il tentativo di non staccare mai il piede dall'acceleratore è lodevole.

Hong Kong
feff2012_east_meets_westPiù stanca appare la selezione da Hong Kong. Qui il grande padrino è Johnnie To, che dopo Don't Go Breaking My Heart (2011) torna alla commedia romantica con Romancing in Thin Air, mastodontico oggetto del desiderio che parte come una banale variante montana dell'amore impossibile (un noto attore in crisi da ubriachezza molesta si invaghisce di una sperduta albergatrice che aspetta il marito scomparso nei boschi dopo anni di lontananza) per perdersi in derive metacinematografiche assurde e deleterie di chiara matrice waikafaiana (qui co-sceneggiatore). Ben tre i film presenti del pestifero Pang Ho-cheung, la reprise di Love in a Puff (2010), utile a introdurre il seguito Love in the Buff, e l'irriverente Vulgaria. I primi due sono piacevoli commedie romantiche basate su dialoghi fitti e una scrittura controllata, di sapore quasi linklateriano, Vulgaria è invece una commedia scanzonata e scatologica con protagonista un produttore cinematografico che diverte pur nel marasma di battute sul mondo del cinema tutto sommato prevedibili. Non il Pang Ho-cheung migliore, ma sempre meglio del nuovo Dante Lam, che nonostante l'alto budget in The Viral Factor compone un action esplosivo ma conservatore, poco spettacolare pur nelle sequenze d'azione continue. Impressione negativa anche per l'altro noir, Nightfall, di Roy Chow, coatto nella messa in scena finto-elaborata, didascalico nelle sue infinite spiegazioni del semplice mistero che dà il via alla vicenda. Disastroso il comico The Bounty, di Fung Chih-chiang, sfilacciato insieme di scenette con protagonista un Chapman To fuori controllo nei panni di un improbabile cacciatore di taglie, mentre semplicemente inutile è l'erotico-fantascientifico The 33D Invader di Cash Chin, che sfrutta l'idea di Terminator aggiungendoci un insieme poco sentito di siparietti comici e starlette svestite. A risollevare la bandiera di Hong Kong ci pensano due inscalfibili veterani: con East Meets West 2011 Jeff Lau ritorna alle labirintiche commedie di inizio anni '90, con idee estroverse che si inseguono in anarchica libertà, senza mai requie, mentre con The Great Magician Derek Yee compone un solido film da capodanno cinese che, grazie anche ai bravissimi Lau Ching-wan e Tony Leung Chiu-wai, diverte nella sue spettacolari ricostruzioni. Jeff Lau e Derek Yee rappresentano in effetti ancora la specificità del cinema di Hong Kong in questi tempi di mutamento, riuscendo sempre a innovarsi mantenendo il loro stile.

Corea del Sud
feff2012_moby_dickLa selezione coreana è stata la più premiata dal pubblico, con il primo e il terzo posto rispettivamente assegnati dal voto degli spettatori a Silenced, di Hwang Dong-hyuk, e The Front Line, di Jang Hun. Il primo è un dramma nerissimo su abusi e violenze in una scuola per giovani sordomuti. Hwang calca la mano e rende graficamente esplicite le sevizie, in una spirale di degradazione che colpisce nel segno vista anche la giovane età e la fragilità delle vittime, ma esagera all'inverosimile i toni, sfondando nella retorica più banale. La parte finale di courtroom drama è poi pedissequa, e smorza il ritmo dell'indagine precedente. The Front Line è al contrario un ottimo film sulla guerra di Corea, che unisce spettacolarità, la necessaria ambiguità e una morale stringente sull'inutilità lacerante del conflitto, con gli scontri insensati tra Nord e Sud per riconquistare una collina considerata strategicamente necessaria. Film importanti risultano anche Moby Dick, di Park In-jae, su un gruppo di giornalisti in lotta contro un complotto governativo dalle proporzioni titaniche, con protagonisti ottimamente caratterizzati e una costruzione della suspance ben distribuita, e Punch, di Lee Han, dramma familiar-giovanilistico che descrive l'insolita amicizia tra un giovane disagiato e un insegnante sopra le righe: non mancano scivoloni buonisti, ma Lee Han riesce a superare l'usuale messa in scena patinata coreana per affondare nella realtà quotidiana, tra madri di origine filippina, padri gobbi e lotte per accaparrarsi il cibo a fine giornata. Buoni film di genere sono anche il thriller Blind, di Ahn Sang-hoon, che ricama sulla solita testimone cieca minacciata da un terribile assassino mantenendo un ottimo ritmo fino al (poco credibile) showdown finale, e la commedia corale Sunny, di Kang Hyung-chul, su un gruppo di amiche del liceo che si ritrova a ricomporre i fili delle loro vite a decenni di distanza. Perdonando un finale prolisso e inutilmente pedante, Sunny rimane un ottimo esempio di cinema commerciale con anima, anche caparbio nel seguire così tanti personaggi in due diversi piani temporali. Decisamente meno riusciti la commedia erotica My Secret Partner di Park Hun-soo, con un intreccio risibile, la commediola sulla crisi finanziaria Penny Pinchers di Kim Jeong-hwan, involuta nonostante qualche battuta ben costruita, e il drammatico Unbowed di Chung Ji-young, inusitatamente deragliato nella descrizione della lotta tra un professore universitario e il sistema giudiziario. Alti e bassi riserva infine la commedia musicale Dangerously Excited, di Koo Ja-hong, che unisce la rappresentazione del lavoro di ufficio di un dipendente comunale con la scoperta della passione per la musica: alcune situazioni e trovate sono inedite e ben gestite, ma la progressione della narrazione è instabile e l'alchimia tra i protagonisti inesistente.

Giappone
feff2012_afro_tanakaA deludere maggiormente nella selezione giapponese è proprio il nome su cui forse si sarebbe potuto puntare di più: i due film presentati di Hiroki Ryuichi non convincono, pur per ragioni diverse. The Egoists è un melodramma d'azione che segue due giovani sbandati, un perdente in fuga dalla criminalità e una danzatrice di lapdance che se ne innamora. La storia è semplice, lo sguardo di Hiroki denso e compartecipe, i personaggi ci sono, ma il montaggio prolungato e la reiterazione dei temi, soprattutto nella seconda parte, finiscono con insabbiare l'interesse. River è invece un film consapevolmente minore, più apertamente autoriale, sull'elaborazione del lutto di una giovane che ha perso il fidanzato in una scena di violenza urbana insensata. Hiroki si perde però in leziosità vacue, con gli occhioni lucidi della protagonista tallonati dalla macchina perennemente mobile che infine vengono a nausea nella loro episodicità a-narrativa. Molto più godibili gli altri film selezionati, a partire dalla commedia in anteprima mondiale Thermae Romae, di Takeuchi Hideki, ispirata a un manga di successo, che vede un architetto di terme dell'antica Roma catapultato nel Giappone odierno alla scoperta dei suoi misteriosi bagni pubblici. Una commedia popolare e commerciale in senso pieno, che ha però il coraggio di trovate fuori controllo (gli effetti speciali naif, la presenza del cantante lirico durante gli sbalzi temporali) e che riesce a rinnovarsi in corso d'opera, senza accontentarsi della formula iniziale. Sul fronte commedia sono comunque meglio due film a budget più modesto: da un lato la commedia sentimentale Afro Tanaka, del giovane Matsui Daigo, che pur nella reiterazione di una struttura consolidata (perdente in cerca di fidanzata che non si rende conto dell'interesse della bella vicina) riesce a giocare con divertimento sul dilatamento dei tempi comici, con effetti dirompenti; dall'altro The Woodsman and the Rain, di Okita Shuichi, tra le migliori sorprese di questa edizione, su un boscaiolo taciturno che viene coinvolto per caso nelle riprese di un film sugli zombie e finisce col diventare tuttofare sul set e consigliere dell'inesperto regista. Anche in questo caso si tratta di una comicità amara che dilata i tempi delle battute, in grado di andare oltre la risata momentanea per costruire un bell'esempio di relazione filiale al di fuori degli schemi della famiglia tradizionale. Love Strikes! di One Hitoshi è una commedia relazionale altalenante, che unisce una ricostruzione vibrante delle difficoltà di relazione tra i giovani a un finale sovradimensionato e inutilmente ridondante, ma riesce a costruire personaggi credibili pur nelle esagerazioni comiche. Mitsuko Delivers di Ishii Yuya è una commedia sofisticata e dinoccolata dai tratti drammatici su una giovane caparbia che, pur incinta e senza soldi, trova la forza di tornare nel quartiere sottoproletario in cui è cresciuta per aiutare i pochi abitanti rimasti. Dopo Sawako Decides (2010) Ishii conferma il suo sguardo stralunato sul Giappone contemporaneo, con una scrittura tesa che preferisce gli scarti surreali. Rent-a-Cat di Ogigami Naoko è un prodotto commerciale rassicurante, che gioca facile prendendo a tema una ragazza che affitta gatti a persone in difficoltà, ma con il coraggio di elaborare l'inedito spunto in tutte le sue varianti. Discorso valido anche per Sukiyaki di Maeda Tetsu, che esplora l'amore per la cucina e il cibo a partire dai racconti di un gruppo di carcerati, in cella insieme, ciascuno su un piatto diverso: uno spunto originale che si evolve oltre la ripetizione a incastri dei diversi racconti, e pur senza strafare riesce a divertire. Citazione finale per Hard Romanticker di Gu Su-yeon, parabola nichilista ambientata nel sottobosco della criminalità in cui un giovane violento e solitario finisce col ritrovarsi suo malgrado contro tutte le bande della città: l'ottima prova del protagonista e scene di violenza catartica elevano il prodotto, che punta più sull'atmosfera rispetto all'intreccio, piuttosto risaputo



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