SPECIALE Far East FIlm 2005

Indice articoli

di Matteo Di Giulio, Andrea Fornasiero, Stefano Locati con l'amichevole partecipazione di Pier Maria Bocchi, Roberto Curti, Federico Gironi, Alberto Pezzotta, Emanuele Sacchi, Pierpaolo Vigevani


Cina
A Letter from an Unknown WomanWang Jing appartiene a quell'ultima generazione di cineasti cinesi che può sfruttare l'apertura (quanto solo nominale è ancora da stabilire) della Cina ai film indipendenti in seguito alle breccie insinuate nel sistema dai diversi Zhang Yuan: The Last Level è un piccolo film a basso budget che tenta un approccio irrealista alla realtà quotidiana.  Il protagonista, un nessuno sulla via di realizzarsi (ha un lavoro stabile e sta per sposarsi con la fidanzata), è alimentato dalla passione per i giochi di ruolo on-line. Preda della sua ossessione, si rinchiuderà in un internet café per due mesi di fila, iniziando a confondere il reale con il virtuale. L'intreccio diventa così il pretesto per pittoresche scene che mescolano azione, film in costume, grottesco e scanzonato: sulla lunga distanza il gioco è ripetitivo, ma, guardando al per altri versi asfittico panorama locale, si tratta di un esperimento da premiare. Di tutt'altra impostazione l'elegante Letter from an Unknown Woman, della giovane regista Xu Jinglei, alla sua seconda prova dopo il discreto successo di Father and I. Xu, qui anche protagonista, sceneggiatrice e co-produttrice, rilegge il racconto di Stefan Zweig del 1922 al quale, nel 1948, si era già ispirato Ophüls per l'omonimo, sospeso capolavoro. Lasciando da parte sterili confronti, basta notare come qui la storia sia trasposta nella Cina della prima metà del Novecento (dal 1930 alla seconda guerra mondiale) e centrale diventino la figura e il dolore soffuso della donna. Tramite le ellissi temporali causate dalla lettura della lettera del titolo, amalgamate da una fotografia cristallina e cromaticamente intensa (opera del taiwanese Lee Ping-bin, usuale collaboratore di Hou Hsiao-hsien), la regia controllata fa precipitare in un'atmosfera algida, irrigidita dalla punteggiatura di uno sguardo minimalista, attento ai dettagli, sulla vita quotidiana. Una buona prova di concetto che stenta però a trovare una sua dimensione emozionale.
PeacockGu Chanqwei, apprezzato direttore della fotografia, continua a far parlare bene di sé con la sua prima prova dietro la macchina da presa. Film dai propositi bellicosi a partire dalla durata non convenzionale (144 minuti), Peacock parte da una minuziosa cura formale e sfocia in una narrazione multisfaccettata della vita di tre fratelli, descritti con un afflato romantico e nostalgico che commuove. Merito dell'idea di base di tripartire il discorso corale e di non mettere sotto torchio l'attenzione dello spettatore, che dalla frammentazione della soggettiva - in cui si rispecchia sullo sfondo la storia, quella vera - trae grande vantaggio. Appassionante racconto in divenire, l'opera coinvolge e stimola a una riflessione sempre attuale: meritato il plauso del pubblico. Pareri contrastanti ha invece suscitato Suffocation, racconto tra il gotico e lo psicologico dell'esordiente nel lungometraggio Zhang Bingjian. Constatato che raccontare il sovrannaturale e dare credito alle credenze popolari in Cina è ancora proibito dalla censura, il cineasta aggira proponendo un thriller tutto giocato sulle pulsioni e le visioni della mente. Una suonatrice di contrabbasso (la sempre brava Qin Hailu) scopre che il marito (Ge You, convincente e distante dai soliti ruoli da commedia) la tradisce con una modella, e per questo fugge, volatilizzandosi. L'uomo, un fotografo d'alta moda, si mette sulle sue tracce, chiedendo prima l'aiuto di un amico, poi di un'anziana vicina. La ricerca scivola dal piano fisico all'intricato dedalo di ricordi e suggestioni. Premesse intriganti, ma il risultato è di difficile catalogazione: in prospettiva potrebbe diventare il primo esempio di un nuovo genere commerciale, l'unico horror in salsa cinese oggi immaginabile, quanto film a sé però rimane troppo fragile per convincere.
A World without ThievesJiang Lifen è per la prima volta regista e sceneggiatrice, oltre che interprete principale di White Gardenia. Nel gelido presente degli anni '40 la sua protagonista conduce, con tristezza palpabile, una decente vita domestica. Nel passato dei suoi ricordi lei però canta ancora e ha un amore giovane e dinamico, un cinese che parla in inglese e studia all'estero (si rimpiange la chiusura culturale cinese dell'ultimo mezzo secolo?). Vorrebbe cullarsi in questi ricordi, ma non ha il coraggio di rivivere una vita che l'attacco giapponese a Shanghai ha distrutto. Non le resterà che tornare al suo limbo domestico. Lento e prevedibile, il film si trascina su due linee temporali senza precipitare né decollare mai. La Lifen è docente di cinema e la sensazione è quella di compitino. Si chiude con l'immancabile ritorno di Feng Xiaogang, già presente a Udine con i precedenti Be There or Be Square, Sorry Baby e Cell Phone. Il nuovo A World without Thieves è un concentrico action commerciale dall'impostazione solida. Richiamate star dalle tre Cine (Andy Lau da Hong Kong, Rene Liu da Taiwan e l'immancabile Ge You dalla Cina Popolare) Feng si sbizzarrisce in una guerra tra ladri quasi tutta giocata all'interno di un treno in movimento. Al centro della contesa i risparmi di una vita di un ingenuo ragazzo che non crede nell'esistenza dei ladri. Il ritmo non manca e le coreografie rocambolesche, rubate alle arti marziali, sono un gustoso diversivo: peccato allora il film si perda in inutili compiacimenti morali e sia eccessivamente prolisso, dilungandosi nella seconda parte.


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LAST LEVEL, THE di Wang Jing (2004) - - - - 6,5 6 - - -
LETTER FROM AN UNKNOWN WOMAN di Xu Jinglei (2004) 5 - - - - 6 5 - -
PEACOCK di Gu Changwei (2005) 8 - 7,5 7,5 7 7 - - -
SUFFOCATION di Zhang Bingjian (2005) 3 - - - 3 4 - - -
WHITE GARDENIA di Jiang Lifen (2005) - - - 6 - - - - -
WORLD WITHOUT THIEVES, A di Feng Xiaogang (2004) 3 - - 4 6 5 - 5 5


Corea del Sud
Everybody Has SecretsPatria elettiva di Ryu Seung-wan, si è ormai capito, è l'azione sanguigna e la palestra dei corpi in movimento. Dopo il riottoso Die Bad e l'altalenante noir No Blood No Tears si ripensa adesso in chiave comica. Arahan è infatti un'indiavolata commedia che mescola arti marziali, scontri urbani e un pizzico di grottesco, il tutto senza prendersi troppo sul serio. Perfetto in questo senso il protagonista, Ryu Seung-beom, fratello minore del regista e sempre simpaticissimo in questo genere di film (si veda Conduct Zero). Superato l'entusiasmo iniziale, c'è però da constatare un certo compiaciuto istinto verso la ripetizione, con la storia che si impantana nel nucleo centrale (un poliziotto imbranato che scopre di avere particolari poteri, unici in grado di contrastare una terribile minaccia dal passato) e fatica a uscirne. Esposte le premesse, Ryu sembra avere poco altro da dire, se non sfruttare due o tre simpatici effetti speciali di levitazione. Chang Hyun-soo, regista dell'indipendente Raybang e dei traballanti Scent of a Man e Born to Kill, passa su un terreno decisamente più commerciale. Everybody Has Secrets è la solita, laccatissima commedia sentimentale coreana, questa volta incentrata su un uomo perfetto e sorridente che riesce segretamente a stregare tre sorelle. Insospettabilmente ispirato all'irlandese About Adam, del 2000, il film è una passerella per vestiti eleganti e sorrisi patinati più che un caustico spaccato sul desiderio, come avrebbe ambito a essere. Occasione per mettere in mostra il giovanissimo stardom locale, insomma, ma senza graffiare.
A FamilyAssistente regista in Bichunmoo, Lee Jung-chul fa il grande salto e con A Family riesce a farsi notare, archiviando buoni risultati anche al botteghino. Lee non inventa nulla di nuovo, ma sa come giostrare gli elementi classici del noir per far esplodere un dramma famigliare in rivoli di vendetta (disperata) e sangue. Tutto ruota attorno a un padre rimasto single e ormai anziano, una figlia invischiata nelle gang criminali e appena uscita di prigione e un figlio ancora piccolo. Il destino macinerà il loro futuro, facendo scontrare il desiderio di rivalsa con la dolorosa difficoltà della redenzione. A fare la differenza sono uno stile sobrio che occhieggia al classico, la sceneggiatura robusta e le buone prove degli attori (la giovane Soo Ae viene dalla televisione, ma potrebbe fare strada, Joo Hyun è un caratterista qui in stato di grazia). Buone intenzioni muovevano anche Byun Young-joo, la regista dello pseudo scabroso Ardor, che con Flying Boys tenta di unire le strade di commedia adolescenziale, piccoli drammi sentimentali e danza quale metafora della lotta per crescere. All'ultimo anno di liceo un ragazzo che ha da poco perso la madre e una ragazza che ha problemi in famiglia si piacciono, ma non sono capaci di dirselo. Insieme ad altri amici si incontreranno a un corso di danza frequentato da personaggi variopinti, occasione per rendersi conto che non si può rinviare indefinitamente le decisioni sulla propria vita. Ciò che sulla carta poteva essere una partecipe riflessione sul passaggio dall'adolescenza all'età adulta, si trasforma però in una sconclusionata girandola di scene slegate le une dalle altre, piene di cliché, organizzate con inerte senso anti-drammatico. Una parabola estenuante che si conclude nel peggiore dei modi, con un infinito saggio-fiume. Estenuante contro ogni aspettativa è anche Green Chair, ultima fatica del regista indipendente Park Chul-soo (301, 302, Farewell My Darling, Kazoku Cinema), a lungo bloccato dalla censura per le scene di torrido sesso tra una donna matura e un ragazzo ancora minorenne. Come sempre Park predilige un approccio diretto, e non ha problemi a mostrare la scomoda coppia nell'intimità - tra giochi, litigi e sperimentazioni fisiche. A una prima parte esplicita si contrappone una seconda drammatica, che fa esplodere le tensioni morali. Il regista sceglie però la via più impervia, quella allegorica, e getta alle ortiche un film comunque ottuso in un crescendo surreale. Battute grottesche, dialoghi barocchi, deliri trash, giravolte e nonsense trascinano l'intero progetto nel baratro dell'assurdo: un'accozzaglia di elementi ingestibili e sguaiati, sull'orlo del ridicolo volontario. Park Chul-soo ha le idee ben chiare su come attaccare le convenzioni, ma non sa controllarsi. Le provocazioni (quelle vere) stanno da altre parti.
R-PointBae Chang-ho è un regista eclettico, attivo fin dai primi anni '80. A prove commerciali come Last Witness ha saputo contrapporre regie più personali, come My Heart. A questa seconda categoria appartiene anche Road, dramma agreste che si allontana dai grandi centri urbani e dal target adolescenziale per raccontare la Corea rurale degli anni '70. Un film intimista e intimo, che si concede il lusso della lentezza. Un fabbro ormai anziano incontra una giovane donna; il loro cammino comune è l'occasione per rivivere il tragico passato di entrambi. Un road movie spoglio, essenziale, anti-spettacolare, che senza stupire riesce comunque a ritagliarsi un posto nella memoria. Eclettico per natura lo è anche R-Point, di Kong Soo-chang, sceneggiatore affermato (White Badge, sempre sulla guerra in Vietnam, The Ring Virus) al suo esordio nella regia. Il suo film è infatti nella sostanza un horror, ma imbastardito con la rievocazione bellica e il dramma introspettivo. Durante il conflitto vietnamita, un plotone di soldati coreani è spedito al punto Romeo per scoprire le cause della misteriosa scomparsa di una guarnigione. La routine della ricerca lascia ben presto il posto all'impalpabile sensazione di disagio che si accompagna alla jungla e alle cadenti rovine di un imponente edificio abbandonato. La guerra è ancora una volta metafora della dispersione del sé e dei legami umani, complice un fantasma e la fragilità della mente. Finirà (letteralmente) in un bagno di sangue. Nonostante qualche indecisione nella fase centrale e qualche fastidioso deja-vu, un risultato incoraggiante rispetto allo stentato panorama orrorifico locale. Tenta di mescolare le carte anche Some, purtroppo con esiti discontinui. Purtroppo perché si tratta del ritorno dietro la macchina da presa di Chang Yoon-hyun (tra l'altro produttore proprio di R-Point), svariati anni dopo il successo di Tell Me Something. Chang mantiene l'abitudine a trame intricate e il gusto per le ellissi narrative, ma calca la mano su elementi tanto eterogenei da risultare assordanti. Nel calderone sono gettate partite di droga confiscate e poi sparite, una banda di giovani hacker, una banda di gangster sanguinari, un poliziotto giovane e irruento, una giovane addetta al controllo del traffico pervasa da premonizioni paranormali, senza contare un accenno di love story, fiumi di tecnologie (telefonini, macchine fotografiche digitali, telecamere di sorveglianza, registratori, computer) e tanta, tanta azione frenetica, sudata, greve. Troppo per contenerlo in un continuum che sia anche coerente. E allora libero sfogo a evocazioni subitanee, trovate registiche di polso e una tensione che non trova sfogo. Il tutto però avulso dal contesto, nonostante e contro la storia che faticosamente, arrancando, si riesce a percepire svolgersi sullo schermo. Una delusione che lascia confusi, più che amareggiati.
Someone SpecialLe commedie mélo coreane hanno ormai assunto caratteri standard: ambientazioni alto borghesi, vestiti sfavillanti, confezioni di lusso, sorrisi, smorfie pacioccose, una certa predilezione per l'infantilismo, magari un finale tragico, giusto per essere cerchiobottisti. Tutto bene (si fa per dire), almeno fin quando ci sono intrecci sostenuti e qualche gag azzeccata. Ma a Jang Jin (The Spy, Guns and Talks) non sembra bastare. Con Someone Special vuole discostarsi, sovvertendo divertito le regole. Lui gioca a baseball, è stato appena scaricato dalla fidanzata e gli hanno diagnosticato un tumore. Lei è una barista sola e impacciata. Entrambi sono poco appariscenti, scombinati e sottotono (adorabili gli attori, Jeong Jae-young e Lee Na-young, antiglamour doc): così, quando lui si ubriaca fino a non reggersi in piedi, lei decide di trascinarselo dietro in una stanza d'albergo per fargli passare la sbornia. Liberatosi nei primi minuti del momento tragico, a Jang Jin rimane tutto il film per costruire personaggi adorabili, totalmente imbranati, dando il tempo agli spettatori di affezzionarsi: è questo il tassello vincente, che permette di dosare dramma e spensieratezza in un intarsio che gioca con le aspettative del pubblico. Sulla distanza le idee si fanno confuse, eppure, nella sua imperfezione, si tratta di una sterzata rinfrescante per il genere. To Catch a Virgin Ghost (alias Sisily 2 Km) è invece tanto sconcertante quanto tedioso. Né horror, né comico, né mélo, è un penoso ibrido che stimola solo sbadigli e noia. Attori fuori parte - sprecato Im Chang-Jung, solitamente brioso e sornione, qui opaco -, storia strampalata e mai convincente, soprattutto nella ricerca di colpi di scena inopportuni, realizzazione piatta. Il regista al debutto, che imbraccia la camera digitale e privo di budget adeguato sfora subito oltre i limiti di un progetto senza ambizioni, si era fatto a malapena notare come art director di Sex Is Zero e Crazy Assassins.


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ARAHAN di Ryu Seung-wan (2004) 7 - - 7 6,5 5,5 - - -
EVERYBODY HAS SECRETS di Chang Hyun-soo (2004) - 3 6+ 4 5 5+ - 3 6
FAMILY, A di Lee Jung-chul (2004) 7,5 - - 5 - 7+ - - 6
FLYING BOYS di Byun Young-joo (2004) 5 - 6 5 - 5 - 5 5
GREEN CHAIR di Park Chul-soo (2005) 3 1 2 4 4 3 - - 4
ROAD di Bae Chang-ho (2004) - 5 6,5 - - 6 5 - -
R-POINT di Kong Soo-chang (2004) 4 - - 5 6 7 - 5 5
SOMEONE SPECIAL di Jang Jin (2004) - - 5/6 - - 5,5 - - -
SOME di Chang Yoon-hyun (2004) 5 - - 7 - 5 - 7+ -
TO CATCH A VIRGIN GHOST di Shin Jung-won (2005) - - 3,5 - 6,5 - - - -


Filippine
Feng Shui, del veterano Chito S. Roño, è un horror duro e puro che non esita a strizzare l'occhio a tutto il cinema di genere contemporaneo, da Hollywood al Giappone, ma non disdegna di cercare una strada propria. La storia si inscrive nei soliti risaputi meandri degli oggetti maledetti. La signora Ramirez è felicemente sposata con figli e ascritta alla confortante stabilità della media borghesia di Manila. Una sera, mentre torna a casa dal lavoro, trova un ba gua (uno specchietto usato per deviare le forze negative nella tradizione cinese del feng shui) abbandonato sull'autobus. Lo porta a casa e lo appende sulla porta: come d'incanto tutto inizia a girare per il verso giusto (promozioni, vincite alla lotteria, felicità).  Mr. SuaveNon fosse che tutti quelli che ruotano attorno alla famiglia iniziano a morire. Roño mantiene sotto controllo le derive citazioniste e confeziona un piccolo film tutto sommato godibile, a patto di passare sopra una certa mediocrità nella scrittura: la storia è infatti sempre la stessa, e non ci sono deviazioni impreviste dal solito trattamento a base di balzi sulla sedia telefonati e falsi indizi. Anche la necessità di inserire una critica di stampo morale (alla borghesia capitalistica, al dogma dei soldi) non si spinge troppo oltre, risultando solo un blando pretesto. Senza infamia e senza lode, considerando lo stato di salute malfermo del cinema filippino contemporaneo. Più problematico parlare di Mr. Suave, della simpatica Joyce Bernal. Il suo folle racconto di un ragazzo baffuto che istruisce gli amici su come conquistare le donne, ma si blocca lui stesso all'atto pratico, inanellando una serie di tremende figuracce, è poco più che un canovaccio usato per numeri da musical, derive grottesche, basso umorismo e buoni sentimenti glassati nel surreale. Il tutto è filmato con verve e rifiuto di prendersi sul serio, il che è un vantaggio. Non basta a farne un film riuscito: lo scarso senso del ritmo, con parti travolgenti seguite da segmenti totalmente inutili, e la mancanza di nerbo nello sviluppo inficiano l'operazione. Eppure, se si è ben disposti, qualche sorriso compiaciuto lo strappa. Per concludere, non ci sarebbe Far East senza un film di Erik Matti, che dopo Prosti e Gagamboy si dà all'horror con Pa-siyam. Siamo in oriente e un fantasma non si nega a nessuno, Matti però predilige una vecchia al solito clone di Sadako. La donna, abbandonata per anni dai familiari alle cure di sadici domestici, torna a reclamare giustizia proprio mentre la famiglia è riunita per il suo funerale. Matti punta più in alto del solito, tra sociologia e atmosfere che si vorrebbero raffinate, ma perde l'ironia, se non quella involontaria - che infatti ha sommerso il film nelle risate durante la proiezione in sala.


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FENG SHUI di Chito S. Rono (2004) 3 - 5,5 - 4 5 - 6- -
MR. SUAVE di Joyce Bernal (2003) 3 1,5 4 - - 4 2 - -
PA-SIYAM di Erik Matti (2004) - - - 5 4 - - 4 5


Giappone
Crying Out Love in the Center of the WorldC'era molta attesa per il nuovo mélo di Yukisada Isao (Go, A Day on the Planet), ma Crying Out Love, in the Center of the World, successo commerciale in patria, delude le aspettative. Yukisada costruisce personaggi credibili e riesce a instillare il senso di angoscia e perdita imminente che ammanta la relazione dei due giovani protagonisti. Gli sforzi sono però vanificati da un attaccamento pedissequo ai personaggi stessi, che impedisce di tagliare quando sarebbe stato necessario (specialmente nella seconda parte). La struttura tragica, spezzettata tra il presente del dolore e il passato in flashback della speranza, ha un notevole impatto drammatico; ma, di nuovo, a giocare contro è una reiterazione abusata. Di Lady Joker, ultimo film di Hirayama Hideyuki, è difficile dire: stretto tra una programmazione sostanziosa e la miriade di personaggi, merita una seconda visione per un parere più circostanziato. Non ha assolutamente bisogno di una seconda chance, al contrario, il roboante Lorelei: the Witch of the Pacific Ocean, blockbuster commerciale su un improbabile sottomarino durante la seconda guerra mondiale. Patriottismo becero, computer grafica disdicevole e una pomposità strutturale che neanche il peggior Jerry Bruckheimer lo fanno degenerare in prodotto di serie z mascherato da grande produzione. Higuchi Shinji, specialista di effetti speciali, soprattutto nei kaiju eiga, è qui al suo esordio alla regia. Di strada da fare ne ha ancora molta: con la speranza reindirizzi i suoi sforzi in qualcosa di più equilibrato.
Kamikaze GirlsKamikaze Girls è senza dubbio la sorpresa più entusiasmante dell'intero festival: è una scatenatissima commedia su una amicizia impossibile. Protagoniste sono una ragazzina innamorata del periodo rococò, perennemente agghindata con vestiti nello stile gothic-lolita, e una sboccata yankee motorizzata, che reagisce a testate alla minima provocazione. Conosciutesi grazie al contrabbando di vestiario di firme contraffatte, finiranno loro malgrado con il fare coppia fissa. Tratto da un romanzo di culto di Novala Takemoto, il film di Nakashima Tetsuya è colorato, scanzonato, spassosissimo e persino, sorpresa!, profondo. Non un inno alla vuotezza delle apparenze, come potrebbe apparire in principio, sommersi da nastrini, lustrini, pizzi e smorfie tanto kawai. Senza bisogno di sociologismi e pesantezze arcane, è invece uno spaccato disinibito, scatologico e partecipe sulla forza dell'amicizia, nonostante le differenze. Di tutt'altra pasta i due immancabili horror proposti durante il sempre piacevole horror day. One Missed Call 2 è una sterile riproposizione dei temi del predecessore, diretto da Miike Takashi. Tsukamoto Renpei, che viene dalla televisione, è però molto meno interessato a innovare: preferisce puntare sui salti sulla sedia, sfruttando il medesimo meccanismo a ripetizione ed esasperando i toni fino al parossismo. Le uniche vere novità sono l'ambientazione in larga parte taiwanese e i cellulari di nuova generazione. Sul resto si può soprassedere senza patemi. Tales of Terror è l'usuale antologia di cortometraggi diretta da diversi autori: di stampo televisivo, girata in digitale, non aggiunge nulla a un genere che ormai stenta a trovare nuove strade. In questo caso la qualità è altalenante, le ambizioni ridotte al ribasso e la struttura sempre identica. Non c'è bisogno di creare atmosfera, bastano un'idea bizzarra, il rumore del silenzio e un finale a sorpresa (o quasi). Visto nel cuore della notte, più che inquietare risulta soporifero.
We Shall Overcome Some DayRomeo e Giulietta a Kyoto, secondo un'infelice definizione, o piuttosto Once Upon a Time in High School visto dalla parte del Giappone. We Shall Overcome Some Day ha sì due innamoratini, ma sono un colpo di coda per mettere in evidenza il contrasto sociale, proprio come nell'altrettanto fresco Go, tra immigrati coreani e nativi giapponesi sotto il sole del Sol Levante. Violenza inaudita, schematismi etnici e una predisposizione al racconto collettivo senza sbrodolare nella retorica del buonismo di facciata. Il lieto fine non toglie il disagio di un malessere esistenziale che permea la pellicola e le dona una confezione squisitamente nazional-popolare.


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CRYING OUT LOVE, IN THE CENTER OF THE WORLD di Yukisada Isao (2004) 5 - 6 - - 5 - - -
LADY JOKER di Hirayama Hideyuki (2004) - - - - - - - - -
KAMIKAZE GIRLS di Nakashima Tetsuya (2004) 5,5 - 7/8 6 7,5 8 - 8 8
LORELEI: THE WITCH OF THE PACIFIC OCEAN di Higuchi Shinji (2005) - - 3 1 4,5 2 - 3 4
ONE MISSED CALL 2 di Tsukamoto Renpei (2005) - - - - - 4,5 - - -
TALES OF TERROR di aa. vv. (2004) - - 4 - - 4 - - -
WE SHALL OVERCOME SOME DAY di Izutsu Kazuyuki (2005) 8,5 - 7+ 7 - 7,5 - - -


Malesia
Primo anno per la Malesia al Far East Film festival. L'esordio, con un unico film, è all'insegna dell'horror sentimentale.  Pontianak - Scent of the Tuber Rose, della sceneggiatrice, produttrice e regista Shuhaimi Baba, è infatti una esasperata storia di spettri e vendette. PontianakLe pontianak sono figure mitiche, a metà tra vampiri e fantasmi, scaturite dalla morte di donne in stato di gravidanza: per perpretare la propria vendeta, il loro spirito si propaga possedendo i corpi dei vivi. In questo caso una ballerina viene uccisa accidentalmente da un amico infatuato. In contemporanea muore anche il marito della donna, in viaggio lontano da casa. Uno spirito si impossesserà della nipote per porre rimedio al torto subito. La storia, oltremodo lineare, è appesantita da una narrazione dispersa, zeppa di ellissi, salti e didascalie che non hanno altro risultato se non distrarre. L'innegabile carica esotica di costumi, paesaggi, colori e balli è infine cancellato da una lunghezza strabordante. Un film ambizioso, ma destinato a naufragare nel disinteresse.


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PONTIANAK - SCENT OF THE TUBER ROSE di Shuhaimi Baba (2004) - - - - 3 4 - - -


Thailandia
Art of the DevilThanit Jitnukul è arrivato alla notorietà grazie ai film epici in costume (Bang Rajan, Kunpan: Legend of the Warlord, Sema: The Warrior of Ayodhaya): fuori da questa cornice appare vagamente spaesato.  Art of the Devil è un horror assolutamente indigesto, in cui ogni trucco è sprecato per adornare di una patina di modernità una storia al fondo linearissima e piatta. Tutto ruota attorno a una donna che pratica la magia nera per vendicarsi di un uomo che l'ha sedotta, abbandonata e lasciata in mano a un branco di amici bramosi. Per questa colpa l'uomo, un ricco padre in carriera, trascina nell'orrore l'intera famiglia, colpita dalle maledizioni. Detto così potrebbe anche avere un qualche senso: purtroppo Jitnukul getta tutto alle ortiche con un montaggio incrociato inutilmente esuberante, una narrazione caotica all'inverosimile e una direzione dei giovani attori assolutamente fuorviante. Inesplicabile il successo commerciale, che ha persino portato a mettere in cantiere un seguito. Decisamente più interessante Born to Fight, eroe indiscusso delle proiezioni di mezzanotte. Panna Ritthikrai, coreografo di Ong Bak e co-regista di The Bodyguard, soprassiede su questione di stile e si concentra sull'intrattenimento coatto. La trama è un filo esilissimo necessario solo per assommare una mole folgorante di combattimenti, esplosioni e stunt fuori di testa. La storia di un villaggio popolato di eroi sportivi che si difende da un orda di criminali è un tripudio di coreografie schizzate, valanghe di patriottismo e divertimento di bassa lega. Sufficiente per mandare in visibilio la platea e far strabuzzare gli occhi sui titoli di coda, quando scorrono gli incredibili dietro le quinte delle acrobazie mal riuscite. Ci si aspettava un bis da Yuthlert Sippapak, paladino del pulp scanzonato thai (Killer Tattoo, Buppah Rahtree), ma Pattaya Maniac è "solo" una stralunatissima commedia pop. Zee-OuiDue amici inseparabili vivacchiano all'ombra della maturità. Uno è il tipico bravo ragazzo, espertissimo di amuleti. L'altro è un perdigiorno sempre pronto a scatenare risse e cantare canzoni hard rock al karaoke. Il primo si innamora di una ragazzina ultra sexy, proprietà di un mafioso, il secondo si mette nei guai per un giro di scommesse andato male. Ne segue una girandola di avventure, controsensi e non sequitor da ingolosire. Una seconda parte sottotono rovina un po' le aspettative, ma nel complesso una prova effervescente. Chiude l'efferato Zee-Oui, in ritardo di almeno dieci anni rispetto ai fasti del Cat. III hongkonghese, a cui in qualche modo sembra volersi raffrontare. Però, paradossalmente, è molto avanti per gli standard del cinema thai, sia figurativamente che tecnicamente. Non mancano le parentesi retoriche - il personaggio della giornalista, casuale -, ma la veemenza dei toni e il viso scurito dall'odio del valido protagonista ovviano all'inconveniente con sufficiente disinvoltura. Per parlare di film interessante mancano allora solo il coraggio di esplorare il dettaglio grafico e qualche momento di ironia a spezzare il ritmo funereo.


THAILANDIA B
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ART OF THE DEVIL di Thanit Jitnukol (2004) - - 3,5 - 4,5 3 - 4 4
BORN TO FIGHT di Panna Ritthikrai (2004) - - 7 2 o 8 - 7 - 2 1 o 11
PATTAYA MANIAC di Yuthlert Sippapak (2004) - - 6,5 6 5,5 6,5 - 6 6
ZEE-OUI di Nida Sudasna, Buranee Rachaiboon (2004) 7 - 6,5 5 6,5 6,5 - 7 6