SPECIALE Far East FIlm 2005

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Non solo cinema. Il Far East Film festival è un'esperienza ristoratrice, nonostante la fatica quotidiana delle visioni. Perché in otto giorni di visioni si intrecciano volti, voci ed esperienze che raccontano un'identica passione - quella per il cinema proveniente dall'est asiatico.


[ ANDREA FORNASIERO ] Al quinto anno il Far East assume i toni di una lunga convention annuale più che di un festival del cinema. Le persone che ti conoscono non si contano più. A fare un discorso decente con tutti ti perderesti troppi film. Un po' ti dispiace, specie col senno di poi, quando hai visto, come quest'anno è capitato di frequente, che il film per cui hai saltato una cena o anche solo una chiaccherata davvero non meritava il sacrificio. Allora, già dalla seconda visione, meglio attivare una strategia per cui o trovi un motivo di interesse o fuggi presto. Può darsi ci si perda qualcosa, ma il più delle volte non succede e si guadagnano forze e spirito per il film successivo. D'altra parte anche uscire di sala non è una gran soddisfazione, in fin dei conti sei venuto per i film. Il confine si fa più labile di giorno in giorno. La doppia programmazione matuttina con i film al teatro e al visionario ti fa un po' incazzare. Possibile che con una tale quantità di schifezze nel concorso ci si ritrovi comunque ad avere due buone pellicole contemporaneamente? E poi perchè lo spazio repliche è stato usato una sola volta in 8 giorni? Ti affidi per orientarti ai consigli di chi in video ha già visto qualche pellicola. La legge di Murphy da festival però vuole che il film che hai saltato fosse quello imperdibile, così, tessera stampa alla mano, ti butti in sala video. Un'aria pesante, delle cuffie terribili, delle copie in VHS spesso brutte però ti fanno subito rimpiangere quelle due ore tristi, spesso soporifere, magari anche solitarie, di ritiro davanti ad una TV. Eri venuto davvero per i film? A ripensarci inizi a dubitarne già all'apertura quando ti scopri circondato da gente che deve conoscere una fame nera da dopoguerra. Solo così si spiegano la foga e la pazienza di cui fanno sfoggio nell'avventarsi in massa sui tavoli del rinfresco. Loro erano venuti per il cibo. Al terzo giorno poi ti accorgi di quanti soldi hai già lasciato nelle casse del bookshop, tra libri, DVD, magliette e altri gadget ed inizi a temere di essere venuto per lo shopping. Al che ti munisci di portatile e attivi una strategia di compensazione e limitazione del danno dandoti a ponderati acquisti via internet nell'area Wi-Fi del teatro. Giunto all'horror day il terrore si impossessa di te. Non hai paura che i film ti spaventino, la paura ce l'hai già prima di entrare in sala. E' la terribile ed ineluttabile certezza del destino: il film che stai per vedere sarà una palla clamorosa. E' il momento in cui non sai davvero perchè sei venuto e te ne vai sconsolato a farti un giro in città, magari a vedere la mostra di katana (ben 2!) di cui hai letto varie pubblicità. Quasi non ti basta più nemmeno l'iniezione mattutina di fiducia che ti fai sparandoti la retrospettiva Nikkatsu. L'ultima sera ti imbatti in Love Battlefield. Inspiegabilmente metà delle persone che conosci e stimi l'hanno amato e l'altra metà l'hanno odiato. Ti verrebbe voglia di litigarci sopra, ma sei troppo stanco e pensi che la crisi di identità abbia colpito anche loro. Arriva il momento di salutarsi, qualcuno va a vedersi le Afrirampo, qualcuno va a cena, gli altri in albergo, che partono presto al mattino dopo. In fondo quell'atmosfera da abbuffata e quei commensali voraci quanto te un po' già ti mancano e sai che, pur senza un perchè preciso, tornerai anche l'anno prossimo.


[ MATTEO DI GIULIO ] L'accoglienza è come al solito splendida, in più il teatro cambia faccia, con i palloni, sui quali cercare di stare seduti è ogni volta un interrogativo senza risposta, e con il bellissimo tunnel rosso, suggestivo, tappezzato di piccole foto meravigliose grazie alle quali è impossibile non perdersi a fantasticare a occhi aperti. La pioggia battente e il freddo non ci impediscono, come in un film coreano, di correre alla disperata ricerca di un gelato, né gli esperimenti gastronomici al fast food asiatico ci frenano dal presenziare ogni film visto con la stessa ingenua speranza di essere sopresi: in molti casi la delusione è dietro l'angolo. E' l'anno in cui - miracolo! - c'è un film cinese che mi piace (Peacock), in cui la nuova traduttrice coreana si dimostra degna erede di chi l'ha preceduta - ma almeno si veste meglio - e in cui Mark Schilling conferma di possedere i tempi e la presenza scenica del commediante nato. Le interviste, purtroppo fatte in fretta e furia, sempre pressati, chiudono un cerchio quasi perfetto che parte dalle foto di Jupiter Wong e coincide con la chiacchierate post-cinema che coinvolgono tutto e tutti.


[ NICOLA LA CECILIA ] Scrivere il mio diario del FEFF 2005 è davvero impresa ardua. Se non altro perché quest'anno tutti i miei ricordi belli appartengono a un ambito talmente personale, da non poterli che relegare a un "fuori campo", volendo usare una metafora cinematografica. Al di là della solita manciata di film hongkonghesi da me visti, e come al solito molto apprezzati, potrei allora dire di un festival che cresce ogni anno a vista d'occhio e a dismisura. Aumenta il numero degli spettatori, aumentano i film e le suddivisioni (calderone delle ultime produzioni, omaggi ai direttori della fotografia, retrospettiva monografica...), aumentano le installazioni (mostra allestita nel foyer del Giovanni da Udine), aumentano le location (cinema Visionario destinato alla retrospettiva monografica), aumentano le dimensioni dello spazio acquisti (sempre più ricco di gadget, libri, dvd...). Però purtroppo è aumentata anche la maleducazione del pubblico che assiste alle proiezioni. Forse il programma dei film proiettati al Giovanni da Udine soffre ormai del fatto di apparire sempre più come un semplice tassello, importante tanto quanto gli altri compresenti nel Teatro; quindi tra una chiacchiera, un break al bar, un acquisto, una mostra, un incontro con le maestranze cinematografiche, ogni tanto c'è anche l'eventualità di poter incastrare qualche visione, giusto per variare il proprio palinsesto della giornata. Se invece si ha voglia di visioni più attente, allora si può optare per la retrospettiva al Visionario, pronta ad accogliere il cinefilo old style...già...ma se i film della retrospettiva non interessano al cinefilo?... Ho pensato che spingendo ulteriormente lungo questa direzione, gli organizzatori potrebbero uteriormente complessificare/intensificare gli eventi collaterali alla programmazione dei film al Giovanni da Udine, un po' sulla scorta di quanto accade durante un noto festival milanese, dove gli eventi collaterali finiscono con l'essere talmente tanti e appetitosi, che le proiezioni vengono quasi completamente disertate... e così sarebbe bello poter assistere in pochi ai film, senza dover per forza subire i commenti ad alta voce dei propri vicini, oltreché le loro risate e/o le loro telefonate...


[ STEFANO LOCATI ] Miti e ricordi di un'infatuazione chiamata FEFF. Accolti da un cunicolo rosso fuoco da trip lisergico e da palloncioni-poltrona colorati, che le leggende raccontano essere andati letteralmente a ruba, questo è l'anno della grande corsa alla retrospettiva. I film Nikkatsu troneggiano e diventano isteria: chi va a caccia delle poppeggianti colonne sonore, chi spintona per intervistare gli attempati ma indomiti Masuda Toshio e Shishido Jo, chi continua a parlarne, infervorato, chi si fa vedere addirittura prima delle dieci del mattino pur di non perderli. Tra una puntata al Visionario e gelati notturni rincorsi sotto temporali primaverili, c'è spazio per corsi e ricorsi storici. Mark Schilling che sforna battute con istinto da divo; l'avvincente avvicendamento tra le traduttrici coreane, sempre tanto naif, ma con vestiti assai chic; la corsa all'acquisto delle novità librarie a una bancarella sempre più grande, neanche si trattasse dell'ambitissimo buffet d'inaugurazione; le discussioni estenuanti, sempre e comunque esaltanti, tra pignolerie da fissati ed esaltazioni della prima ora; le facce stanche ma sorridenti dei ragazzi del Cec (tra stagisti e veterani, vorrei tanto un governo così agguerrito); pranzi e cene sempre più sfuggenti, tra un Asian Wok imprescindibile e panini ingurgitati quasi per finta; la gioia primordiale dello scoprire film, del litigarsi idee e opinioni, fino a perdere il filo (ma non è questo il punto). Il FEFF assomiglia sempre più a un luogo da fiaba, sospeso tra l'Asia e il paese dei balocchi. Tanto più che ogni anno, una volta finito, inizia l'angosciante attesa, con la paura che l'anno successivo, per qualche magagna, si sarà costretti a risvegliarsi e tornare alla realtà. Ma per adesso tutto bene.


[ EMANUELE SACCHI ] Che dire del FEFF 2005? Che la retrospettiva diventa qualcosa di sempre più imperdibile, al di là delle più rosee aspettative: Nikkatsu Akushon, due parole che devono diventare il breviario del buon "orientalista" tanto quanto Shaw Brothers o Golden Harvest. Una raffica di pistole, colori psichedelici, ingenuità, guance gonfie e soprattutto autentici cult tutti da godere e - fuori dal FEFF - molto difficili da recuperare. La presenza di Shishido Jo e Masuda Toshio ("Suzuki Seijun? Uno stipendiato...") ha rappresentato la classica ciliegina sulla torta. Notevole anche l'idea della retrospettiva sui direttori della fotografia, ottimo pretesto per far scorrere qualche pezzo da novanta come Lady Snowblood o Desert Moon. E soprattutto per far dimenticare un concorso quantomai deludente: di HK e della sua crisi già si sapeva, della Corea si temeva lo stesso effetto e ahimè si è verificato, benché sia lecito immaginare la presenza di qualcosa di meglio di Everybody Has Secrets (e Lorelei? parliamo del Giappone, come si può mettere roba simile in selezione con tutto il ben di Dio che c'è?). Come ha palesato pure il verdetto del pubblico, che ha premiato il film d'essai per antonomasia come Peacock, la formula del FEFF va rivista; di fronte all'assalto ai film orientali di Cannes e Venezia, occorre prendere delle contromisure e il blockbuster alla Lorelei non sembra la risposta. Menomale che ci sono le Kamikaze Girls a salvarci, a colpi di rococò, patacche e scoregge 3-D. Ma in fondo, concorso più o meno valido, il plusvalore del FEFF è il suo popolo, la sua atmosfera di consorteria esoterica, di salotto di cinefili con quel qualcosa in più, la reciproca consapevolezza di conoscere e amare, tra mille difficoltà, una cinematografia a cui ormai - anche a causa dei suoi ritmi impossibili - non si può più rinunciare, perché parte delle nostre vite. Il ponte che va dal crèn al wasabi (e ritorno) val sempre la pena di essere attraversato.