SPECIALE Far East FIlm 2005

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Introduzione
di Stefano Locati

Ogni anno il Centro Espressioni Cinematografiche stupisce per come riesce a evolvere la stessa formula in diverse declinazioni, mutando instancabilmente. Arrivato alla settima edizione, il Far East Film Festival è ormai un appuntamento maturo, completo non solo dal punto di vista dei film in rassegna, sempre di più, ma anche da quello degli eventi collaterali. Il foyer del teatro Giovanni da Udine accoglie con Fame Flame Frame, evocativa personale del fotografo di scena Jupiter Wong. Le foto, in formati assortiti a seconda del luogo in cui erano appese, sono disseminate in uno spazio completamente ridisegnato da un tunnel rosso acceso e da poltrone-palla arancioni di diverse dimensioni, divertente passatempo gommoso tra uno spettacolo e l'altro. Novità di quest'anno è anche l'apertura del multisala Visionario, centro culturale effervescente e secondo polo del festival: qui era ospitata una mostra sui fumetti giapponesi, Mangashi - Il fumetto in Giappone da Toba Sojo a internet, con tavole originali e cimeli assortiti, e l'importante retrospettiva, che finalmente assume una connotazione propria. Una scelta coraggiosa, con l'unico limite delle sovrapposizioni, comunque inevitabili in un festival che abbia aspirazioni. Si è dovuto scegliere tra gli action della Nikkatsu, indispensabile punto di vista sul cinema giapponese pop noir degli anni '50 e '60, e le pellicole rappresentanti del dibattito sulla fotografia nel cinema asiatico. Una manciata di film occasione per una panoramica panasiatica, che ha permesso un confronto sulle immagini e sulle differenti scelte artistiche di alcuni direttori della fotografia (Kim Hyung-koo, Tamra Masaki e Gu Changwei). Scelta sofferta, anche se la verve dei polizieschi Nikkatsu (ma non sono mancati mélo e persino western!) ha conquistato molti.
E la rassegna principale? La selezione è apparsa equilibrata, considerato che il festival di Udine deve ormai fare i conti con un panorama internazionale agguerrito, in cui i film più importanti hanno l'opportunità di andare in concorso a Cannes, Berlino o Venezia. Si distingue l'esordio della Malesia, anche se con un horror sottotono (Pontianak - Scent of the Tuber Rose), e il rimpolpo alla sezione tailandese, con quattro film. E se le Filippine deludono le aspettative, assente giustificata è Taiwan, il cui cinema locale appare da anni privo di sbocchi commerciali sicuri. Tra le "grandi potenze" dell'industria cinematografica, Giappone, Hong Kong, Corea del Sud e Cina si arrangiano tra alti e bassi, con sporadici picchi di entusiasmo. L'evento cinese è stato senza dubbio il millantato ritorno all'horror/thriller, con Suffocation, in realtà poca cosa. Tolto un tentativo di cinema popolare che richiama Hong Kong (A World without Thieves), vincono ancora i drammi più o meno sentiti: dal toccante Peacock al più sibillino Letter from an Unknown Woman. Sorpresa traballante è allora l'indipendente The Last Level, che tenta di raccontare una Cina nuova, tra videogame e internet café, purtroppo non ancora in forma compiuta. Hong Kong appare sempre sottotono rispetto al passato, eppure dal basso qualcosa si muove: Il noir torna a risplendere (One Nite in Mongkok, Love Battlefield, Explosive City), e anche i piccoli film urbani persi tra commedia, dramma e piccole situazioni quotidiane si fanno sentire (soprattutto Crazy n' the City). Caso a parte Edmond Pang, che divide tra entusiasti e detrattori per il divertissement AV e il più complesso Beyond Our Ken, con tanto di incursione prima della proiezione di Gianna Nannini, inaspettatamente nella colonna sonora. Il Giappone è perso tra controproducenti megaproduzioni belliche (Lorelei - The Witch of the Pacific Ocean), horror in crisi di idee (One Missed Call 2, Tales of Terror) e mélo storpiati da lungaggini (Crying Out Love, in the Center of the World). Fortunatamente ci pensano una commedia riottosa e coloratissima (Kamikaze Girls) e un dramma tra il grottesco e i pugni nello stomaco (We Shall Overcome Some Day), sulla difficile integrazione degli immigrati coreani, a salvare la giornata. Arrivando alla Corea del Sud, mancano i risultati eclatanti, segno di un'annata prolifica ma non sempre rassicurante. A Family e Someone Special se la cavano egregiamente, ma tutto il resto rimane nel limbo della sufficienza, esclusi notevoli scivoloni come lo pseudo scandaloso Green Chair e il demenzial horror To Catch a Virgin Ghost. Nel complesso la selezione è stata oculata e rappresentativa di mercati diverssissimi tra loro, ma sempre ricchi (fortunatamente!) di sorprese. E per chi non era in vena di restare nel confortante buio delle sale, è rimasta l'opportunità di un giro per le strade della città, con un tempo non sempre clemente. Meta privilegiata la mostra a tema al Castello di Udine, che ospitava una piccola collezione di armi antiche, La perfetta lama. Poi, per festeggiare, tutti al concerto delle Afrirampo, trascinante duo giapponese, la sera di chiusura. Un peccato molti (me compreso, maledizione!) fossero già partiti.

Una nota su questo speciale: come per gli anni passati, abbiamo deciso di dividerlo in modo da presentare un esame quanto più approfondito possibile. Su Asia Express trovate il resoconto dei film da Giappone, Corea del Sud, Cina, Tailandia, Malesia e Filippine - oltre a una pagina sulla retrospettiva Nikkatsu. Tenete invece d'occhio Hong Kong Express per il resoconto sui film da Hong Kong.

 


di Matteo Di Giulio, Andrea Fornasiero, Stefano Locati con l'amichevole partecipazione di Pier Maria Bocchi, Roberto Curti, Federico Gironi, Alberto Pezzotta, Emanuele Sacchi, Pierpaolo Vigevani


Cina
A Letter from an Unknown WomanWang Jing appartiene a quell'ultima generazione di cineasti cinesi che può sfruttare l'apertura (quanto solo nominale è ancora da stabilire) della Cina ai film indipendenti in seguito alle breccie insinuate nel sistema dai diversi Zhang Yuan: The Last Level è un piccolo film a basso budget che tenta un approccio irrealista alla realtà quotidiana.  Il protagonista, un nessuno sulla via di realizzarsi (ha un lavoro stabile e sta per sposarsi con la fidanzata), è alimentato dalla passione per i giochi di ruolo on-line. Preda della sua ossessione, si rinchiuderà in un internet café per due mesi di fila, iniziando a confondere il reale con il virtuale. L'intreccio diventa così il pretesto per pittoresche scene che mescolano azione, film in costume, grottesco e scanzonato: sulla lunga distanza il gioco è ripetitivo, ma, guardando al per altri versi asfittico panorama locale, si tratta di un esperimento da premiare. Di tutt'altra impostazione l'elegante Letter from an Unknown Woman, della giovane regista Xu Jinglei, alla sua seconda prova dopo il discreto successo di Father and I. Xu, qui anche protagonista, sceneggiatrice e co-produttrice, rilegge il racconto di Stefan Zweig del 1922 al quale, nel 1948, si era già ispirato Ophüls per l'omonimo, sospeso capolavoro. Lasciando da parte sterili confronti, basta notare come qui la storia sia trasposta nella Cina della prima metà del Novecento (dal 1930 alla seconda guerra mondiale) e centrale diventino la figura e il dolore soffuso della donna. Tramite le ellissi temporali causate dalla lettura della lettera del titolo, amalgamate da una fotografia cristallina e cromaticamente intensa (opera del taiwanese Lee Ping-bin, usuale collaboratore di Hou Hsiao-hsien), la regia controllata fa precipitare in un'atmosfera algida, irrigidita dalla punteggiatura di uno sguardo minimalista, attento ai dettagli, sulla vita quotidiana. Una buona prova di concetto che stenta però a trovare una sua dimensione emozionale.
PeacockGu Chanqwei, apprezzato direttore della fotografia, continua a far parlare bene di sé con la sua prima prova dietro la macchina da presa. Film dai propositi bellicosi a partire dalla durata non convenzionale (144 minuti), Peacock parte da una minuziosa cura formale e sfocia in una narrazione multisfaccettata della vita di tre fratelli, descritti con un afflato romantico e nostalgico che commuove. Merito dell'idea di base di tripartire il discorso corale e di non mettere sotto torchio l'attenzione dello spettatore, che dalla frammentazione della soggettiva - in cui si rispecchia sullo sfondo la storia, quella vera - trae grande vantaggio. Appassionante racconto in divenire, l'opera coinvolge e stimola a una riflessione sempre attuale: meritato il plauso del pubblico. Pareri contrastanti ha invece suscitato Suffocation, racconto tra il gotico e lo psicologico dell'esordiente nel lungometraggio Zhang Bingjian. Constatato che raccontare il sovrannaturale e dare credito alle credenze popolari in Cina è ancora proibito dalla censura, il cineasta aggira proponendo un thriller tutto giocato sulle pulsioni e le visioni della mente. Una suonatrice di contrabbasso (la sempre brava Qin Hailu) scopre che il marito (Ge You, convincente e distante dai soliti ruoli da commedia) la tradisce con una modella, e per questo fugge, volatilizzandosi. L'uomo, un fotografo d'alta moda, si mette sulle sue tracce, chiedendo prima l'aiuto di un amico, poi di un'anziana vicina. La ricerca scivola dal piano fisico all'intricato dedalo di ricordi e suggestioni. Premesse intriganti, ma il risultato è di difficile catalogazione: in prospettiva potrebbe diventare il primo esempio di un nuovo genere commerciale, l'unico horror in salsa cinese oggi immaginabile, quanto film a sé però rimane troppo fragile per convincere.
A World without ThievesJiang Lifen è per la prima volta regista e sceneggiatrice, oltre che interprete principale di White Gardenia. Nel gelido presente degli anni '40 la sua protagonista conduce, con tristezza palpabile, una decente vita domestica. Nel passato dei suoi ricordi lei però canta ancora e ha un amore giovane e dinamico, un cinese che parla in inglese e studia all'estero (si rimpiange la chiusura culturale cinese dell'ultimo mezzo secolo?). Vorrebbe cullarsi in questi ricordi, ma non ha il coraggio di rivivere una vita che l'attacco giapponese a Shanghai ha distrutto. Non le resterà che tornare al suo limbo domestico. Lento e prevedibile, il film si trascina su due linee temporali senza precipitare né decollare mai. La Lifen è docente di cinema e la sensazione è quella di compitino. Si chiude con l'immancabile ritorno di Feng Xiaogang, già presente a Udine con i precedenti Be There or Be Square, Sorry Baby e Cell Phone. Il nuovo A World without Thieves è un concentrico action commerciale dall'impostazione solida. Richiamate star dalle tre Cine (Andy Lau da Hong Kong, Rene Liu da Taiwan e l'immancabile Ge You dalla Cina Popolare) Feng si sbizzarrisce in una guerra tra ladri quasi tutta giocata all'interno di un treno in movimento. Al centro della contesa i risparmi di una vita di un ingenuo ragazzo che non crede nell'esistenza dei ladri. Il ritmo non manca e le coreografie rocambolesche, rubate alle arti marziali, sono un gustoso diversivo: peccato allora il film si perda in inutili compiacimenti morali e sia eccessivamente prolisso, dilungandosi nella seconda parte.


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LAST LEVEL, THE di Wang Jing (2004) - - - - 6,5 6 - - -
LETTER FROM AN UNKNOWN WOMAN di Xu Jinglei (2004) 5 - - - - 6 5 - -
PEACOCK di Gu Changwei (2005) 8 - 7,5 7,5 7 7 - - -
SUFFOCATION di Zhang Bingjian (2005) 3 - - - 3 4 - - -
WHITE GARDENIA di Jiang Lifen (2005) - - - 6 - - - - -
WORLD WITHOUT THIEVES, A di Feng Xiaogang (2004) 3 - - 4 6 5 - 5 5


Corea del Sud
Everybody Has SecretsPatria elettiva di Ryu Seung-wan, si è ormai capito, è l'azione sanguigna e la palestra dei corpi in movimento. Dopo il riottoso Die Bad e l'altalenante noir No Blood No Tears si ripensa adesso in chiave comica. Arahan è infatti un'indiavolata commedia che mescola arti marziali, scontri urbani e un pizzico di grottesco, il tutto senza prendersi troppo sul serio. Perfetto in questo senso il protagonista, Ryu Seung-beom, fratello minore del regista e sempre simpaticissimo in questo genere di film (si veda Conduct Zero). Superato l'entusiasmo iniziale, c'è però da constatare un certo compiaciuto istinto verso la ripetizione, con la storia che si impantana nel nucleo centrale (un poliziotto imbranato che scopre di avere particolari poteri, unici in grado di contrastare una terribile minaccia dal passato) e fatica a uscirne. Esposte le premesse, Ryu sembra avere poco altro da dire, se non sfruttare due o tre simpatici effetti speciali di levitazione. Chang Hyun-soo, regista dell'indipendente Raybang e dei traballanti Scent of a Man e Born to Kill, passa su un terreno decisamente più commerciale. Everybody Has Secrets è la solita, laccatissima commedia sentimentale coreana, questa volta incentrata su un uomo perfetto e sorridente che riesce segretamente a stregare tre sorelle. Insospettabilmente ispirato all'irlandese About Adam, del 2000, il film è una passerella per vestiti eleganti e sorrisi patinati più che un caustico spaccato sul desiderio, come avrebbe ambito a essere. Occasione per mettere in mostra il giovanissimo stardom locale, insomma, ma senza graffiare.
A FamilyAssistente regista in Bichunmoo, Lee Jung-chul fa il grande salto e con A Family riesce a farsi notare, archiviando buoni risultati anche al botteghino. Lee non inventa nulla di nuovo, ma sa come giostrare gli elementi classici del noir per far esplodere un dramma famigliare in rivoli di vendetta (disperata) e sangue. Tutto ruota attorno a un padre rimasto single e ormai anziano, una figlia invischiata nelle gang criminali e appena uscita di prigione e un figlio ancora piccolo. Il destino macinerà il loro futuro, facendo scontrare il desiderio di rivalsa con la dolorosa difficoltà della redenzione. A fare la differenza sono uno stile sobrio che occhieggia al classico, la sceneggiatura robusta e le buone prove degli attori (la giovane Soo Ae viene dalla televisione, ma potrebbe fare strada, Joo Hyun è un caratterista qui in stato di grazia). Buone intenzioni muovevano anche Byun Young-joo, la regista dello pseudo scabroso Ardor, che con Flying Boys tenta di unire le strade di commedia adolescenziale, piccoli drammi sentimentali e danza quale metafora della lotta per crescere. All'ultimo anno di liceo un ragazzo che ha da poco perso la madre e una ragazza che ha problemi in famiglia si piacciono, ma non sono capaci di dirselo. Insieme ad altri amici si incontreranno a un corso di danza frequentato da personaggi variopinti, occasione per rendersi conto che non si può rinviare indefinitamente le decisioni sulla propria vita. Ciò che sulla carta poteva essere una partecipe riflessione sul passaggio dall'adolescenza all'età adulta, si trasforma però in una sconclusionata girandola di scene slegate le une dalle altre, piene di cliché, organizzate con inerte senso anti-drammatico. Una parabola estenuante che si conclude nel peggiore dei modi, con un infinito saggio-fiume. Estenuante contro ogni aspettativa è anche Green Chair, ultima fatica del regista indipendente Park Chul-soo (301, 302, Farewell My Darling, Kazoku Cinema), a lungo bloccato dalla censura per le scene di torrido sesso tra una donna matura e un ragazzo ancora minorenne. Come sempre Park predilige un approccio diretto, e non ha problemi a mostrare la scomoda coppia nell'intimità - tra giochi, litigi e sperimentazioni fisiche. A una prima parte esplicita si contrappone una seconda drammatica, che fa esplodere le tensioni morali. Il regista sceglie però la via più impervia, quella allegorica, e getta alle ortiche un film comunque ottuso in un crescendo surreale. Battute grottesche, dialoghi barocchi, deliri trash, giravolte e nonsense trascinano l'intero progetto nel baratro dell'assurdo: un'accozzaglia di elementi ingestibili e sguaiati, sull'orlo del ridicolo volontario. Park Chul-soo ha le idee ben chiare su come attaccare le convenzioni, ma non sa controllarsi. Le provocazioni (quelle vere) stanno da altre parti.
R-PointBae Chang-ho è un regista eclettico, attivo fin dai primi anni '80. A prove commerciali come Last Witness ha saputo contrapporre regie più personali, come My Heart. A questa seconda categoria appartiene anche Road, dramma agreste che si allontana dai grandi centri urbani e dal target adolescenziale per raccontare la Corea rurale degli anni '70. Un film intimista e intimo, che si concede il lusso della lentezza. Un fabbro ormai anziano incontra una giovane donna; il loro cammino comune è l'occasione per rivivere il tragico passato di entrambi. Un road movie spoglio, essenziale, anti-spettacolare, che senza stupire riesce comunque a ritagliarsi un posto nella memoria. Eclettico per natura lo è anche R-Point, di Kong Soo-chang, sceneggiatore affermato (White Badge, sempre sulla guerra in Vietnam, The Ring Virus) al suo esordio nella regia. Il suo film è infatti nella sostanza un horror, ma imbastardito con la rievocazione bellica e il dramma introspettivo. Durante il conflitto vietnamita, un plotone di soldati coreani è spedito al punto Romeo per scoprire le cause della misteriosa scomparsa di una guarnigione. La routine della ricerca lascia ben presto il posto all'impalpabile sensazione di disagio che si accompagna alla jungla e alle cadenti rovine di un imponente edificio abbandonato. La guerra è ancora una volta metafora della dispersione del sé e dei legami umani, complice un fantasma e la fragilità della mente. Finirà (letteralmente) in un bagno di sangue. Nonostante qualche indecisione nella fase centrale e qualche fastidioso deja-vu, un risultato incoraggiante rispetto allo stentato panorama orrorifico locale. Tenta di mescolare le carte anche Some, purtroppo con esiti discontinui. Purtroppo perché si tratta del ritorno dietro la macchina da presa di Chang Yoon-hyun (tra l'altro produttore proprio di R-Point), svariati anni dopo il successo di Tell Me Something. Chang mantiene l'abitudine a trame intricate e il gusto per le ellissi narrative, ma calca la mano su elementi tanto eterogenei da risultare assordanti. Nel calderone sono gettate partite di droga confiscate e poi sparite, una banda di giovani hacker, una banda di gangster sanguinari, un poliziotto giovane e irruento, una giovane addetta al controllo del traffico pervasa da premonizioni paranormali, senza contare un accenno di love story, fiumi di tecnologie (telefonini, macchine fotografiche digitali, telecamere di sorveglianza, registratori, computer) e tanta, tanta azione frenetica, sudata, greve. Troppo per contenerlo in un continuum che sia anche coerente. E allora libero sfogo a evocazioni subitanee, trovate registiche di polso e una tensione che non trova sfogo. Il tutto però avulso dal contesto, nonostante e contro la storia che faticosamente, arrancando, si riesce a percepire svolgersi sullo schermo. Una delusione che lascia confusi, più che amareggiati.
Someone SpecialLe commedie mélo coreane hanno ormai assunto caratteri standard: ambientazioni alto borghesi, vestiti sfavillanti, confezioni di lusso, sorrisi, smorfie pacioccose, una certa predilezione per l'infantilismo, magari un finale tragico, giusto per essere cerchiobottisti. Tutto bene (si fa per dire), almeno fin quando ci sono intrecci sostenuti e qualche gag azzeccata. Ma a Jang Jin (The Spy, Guns and Talks) non sembra bastare. Con Someone Special vuole discostarsi, sovvertendo divertito le regole. Lui gioca a baseball, è stato appena scaricato dalla fidanzata e gli hanno diagnosticato un tumore. Lei è una barista sola e impacciata. Entrambi sono poco appariscenti, scombinati e sottotono (adorabili gli attori, Jeong Jae-young e Lee Na-young, antiglamour doc): così, quando lui si ubriaca fino a non reggersi in piedi, lei decide di trascinarselo dietro in una stanza d'albergo per fargli passare la sbornia. Liberatosi nei primi minuti del momento tragico, a Jang Jin rimane tutto il film per costruire personaggi adorabili, totalmente imbranati, dando il tempo agli spettatori di affezzionarsi: è questo il tassello vincente, che permette di dosare dramma e spensieratezza in un intarsio che gioca con le aspettative del pubblico. Sulla distanza le idee si fanno confuse, eppure, nella sua imperfezione, si tratta di una sterzata rinfrescante per il genere. To Catch a Virgin Ghost (alias Sisily 2 Km) è invece tanto sconcertante quanto tedioso. Né horror, né comico, né mélo, è un penoso ibrido che stimola solo sbadigli e noia. Attori fuori parte - sprecato Im Chang-Jung, solitamente brioso e sornione, qui opaco -, storia strampalata e mai convincente, soprattutto nella ricerca di colpi di scena inopportuni, realizzazione piatta. Il regista al debutto, che imbraccia la camera digitale e privo di budget adeguato sfora subito oltre i limiti di un progetto senza ambizioni, si era fatto a malapena notare come art director di Sex Is Zero e Crazy Assassins.


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ARAHAN di Ryu Seung-wan (2004) 7 - - 7 6,5 5,5 - - -
EVERYBODY HAS SECRETS di Chang Hyun-soo (2004) - 3 6+ 4 5 5+ - 3 6
FAMILY, A di Lee Jung-chul (2004) 7,5 - - 5 - 7+ - - 6
FLYING BOYS di Byun Young-joo (2004) 5 - 6 5 - 5 - 5 5
GREEN CHAIR di Park Chul-soo (2005) 3 1 2 4 4 3 - - 4
ROAD di Bae Chang-ho (2004) - 5 6,5 - - 6 5 - -
R-POINT di Kong Soo-chang (2004) 4 - - 5 6 7 - 5 5
SOMEONE SPECIAL di Jang Jin (2004) - - 5/6 - - 5,5 - - -
SOME di Chang Yoon-hyun (2004) 5 - - 7 - 5 - 7+ -
TO CATCH A VIRGIN GHOST di Shin Jung-won (2005) - - 3,5 - 6,5 - - - -


Filippine
Feng Shui, del veterano Chito S. Roño, è un horror duro e puro che non esita a strizzare l'occhio a tutto il cinema di genere contemporaneo, da Hollywood al Giappone, ma non disdegna di cercare una strada propria. La storia si inscrive nei soliti risaputi meandri degli oggetti maledetti. La signora Ramirez è felicemente sposata con figli e ascritta alla confortante stabilità della media borghesia di Manila. Una sera, mentre torna a casa dal lavoro, trova un ba gua (uno specchietto usato per deviare le forze negative nella tradizione cinese del feng shui) abbandonato sull'autobus. Lo porta a casa e lo appende sulla porta: come d'incanto tutto inizia a girare per il verso giusto (promozioni, vincite alla lotteria, felicità).  Mr. SuaveNon fosse che tutti quelli che ruotano attorno alla famiglia iniziano a morire. Roño mantiene sotto controllo le derive citazioniste e confeziona un piccolo film tutto sommato godibile, a patto di passare sopra una certa mediocrità nella scrittura: la storia è infatti sempre la stessa, e non ci sono deviazioni impreviste dal solito trattamento a base di balzi sulla sedia telefonati e falsi indizi. Anche la necessità di inserire una critica di stampo morale (alla borghesia capitalistica, al dogma dei soldi) non si spinge troppo oltre, risultando solo un blando pretesto. Senza infamia e senza lode, considerando lo stato di salute malfermo del cinema filippino contemporaneo. Più problematico parlare di Mr. Suave, della simpatica Joyce Bernal. Il suo folle racconto di un ragazzo baffuto che istruisce gli amici su come conquistare le donne, ma si blocca lui stesso all'atto pratico, inanellando una serie di tremende figuracce, è poco più che un canovaccio usato per numeri da musical, derive grottesche, basso umorismo e buoni sentimenti glassati nel surreale. Il tutto è filmato con verve e rifiuto di prendersi sul serio, il che è un vantaggio. Non basta a farne un film riuscito: lo scarso senso del ritmo, con parti travolgenti seguite da segmenti totalmente inutili, e la mancanza di nerbo nello sviluppo inficiano l'operazione. Eppure, se si è ben disposti, qualche sorriso compiaciuto lo strappa. Per concludere, non ci sarebbe Far East senza un film di Erik Matti, che dopo Prosti e Gagamboy si dà all'horror con Pa-siyam. Siamo in oriente e un fantasma non si nega a nessuno, Matti però predilige una vecchia al solito clone di Sadako. La donna, abbandonata per anni dai familiari alle cure di sadici domestici, torna a reclamare giustizia proprio mentre la famiglia è riunita per il suo funerale. Matti punta più in alto del solito, tra sociologia e atmosfere che si vorrebbero raffinate, ma perde l'ironia, se non quella involontaria - che infatti ha sommerso il film nelle risate durante la proiezione in sala.


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FENG SHUI di Chito S. Rono (2004) 3 - 5,5 - 4 5 - 6- -
MR. SUAVE di Joyce Bernal (2003) 3 1,5 4 - - 4 2 - -
PA-SIYAM di Erik Matti (2004) - - - 5 4 - - 4 5


Giappone
Crying Out Love in the Center of the WorldC'era molta attesa per il nuovo mélo di Yukisada Isao (Go, A Day on the Planet), ma Crying Out Love, in the Center of the World, successo commerciale in patria, delude le aspettative. Yukisada costruisce personaggi credibili e riesce a instillare il senso di angoscia e perdita imminente che ammanta la relazione dei due giovani protagonisti. Gli sforzi sono però vanificati da un attaccamento pedissequo ai personaggi stessi, che impedisce di tagliare quando sarebbe stato necessario (specialmente nella seconda parte). La struttura tragica, spezzettata tra il presente del dolore e il passato in flashback della speranza, ha un notevole impatto drammatico; ma, di nuovo, a giocare contro è una reiterazione abusata. Di Lady Joker, ultimo film di Hirayama Hideyuki, è difficile dire: stretto tra una programmazione sostanziosa e la miriade di personaggi, merita una seconda visione per un parere più circostanziato. Non ha assolutamente bisogno di una seconda chance, al contrario, il roboante Lorelei: the Witch of the Pacific Ocean, blockbuster commerciale su un improbabile sottomarino durante la seconda guerra mondiale. Patriottismo becero, computer grafica disdicevole e una pomposità strutturale che neanche il peggior Jerry Bruckheimer lo fanno degenerare in prodotto di serie z mascherato da grande produzione. Higuchi Shinji, specialista di effetti speciali, soprattutto nei kaiju eiga, è qui al suo esordio alla regia. Di strada da fare ne ha ancora molta: con la speranza reindirizzi i suoi sforzi in qualcosa di più equilibrato.
Kamikaze GirlsKamikaze Girls è senza dubbio la sorpresa più entusiasmante dell'intero festival: è una scatenatissima commedia su una amicizia impossibile. Protagoniste sono una ragazzina innamorata del periodo rococò, perennemente agghindata con vestiti nello stile gothic-lolita, e una sboccata yankee motorizzata, che reagisce a testate alla minima provocazione. Conosciutesi grazie al contrabbando di vestiario di firme contraffatte, finiranno loro malgrado con il fare coppia fissa. Tratto da un romanzo di culto di Novala Takemoto, il film di Nakashima Tetsuya è colorato, scanzonato, spassosissimo e persino, sorpresa!, profondo. Non un inno alla vuotezza delle apparenze, come potrebbe apparire in principio, sommersi da nastrini, lustrini, pizzi e smorfie tanto kawai. Senza bisogno di sociologismi e pesantezze arcane, è invece uno spaccato disinibito, scatologico e partecipe sulla forza dell'amicizia, nonostante le differenze. Di tutt'altra pasta i due immancabili horror proposti durante il sempre piacevole horror day. One Missed Call 2 è una sterile riproposizione dei temi del predecessore, diretto da Miike Takashi. Tsukamoto Renpei, che viene dalla televisione, è però molto meno interessato a innovare: preferisce puntare sui salti sulla sedia, sfruttando il medesimo meccanismo a ripetizione ed esasperando i toni fino al parossismo. Le uniche vere novità sono l'ambientazione in larga parte taiwanese e i cellulari di nuova generazione. Sul resto si può soprassedere senza patemi. Tales of Terror è l'usuale antologia di cortometraggi diretta da diversi autori: di stampo televisivo, girata in digitale, non aggiunge nulla a un genere che ormai stenta a trovare nuove strade. In questo caso la qualità è altalenante, le ambizioni ridotte al ribasso e la struttura sempre identica. Non c'è bisogno di creare atmosfera, bastano un'idea bizzarra, il rumore del silenzio e un finale a sorpresa (o quasi). Visto nel cuore della notte, più che inquietare risulta soporifero.
We Shall Overcome Some DayRomeo e Giulietta a Kyoto, secondo un'infelice definizione, o piuttosto Once Upon a Time in High School visto dalla parte del Giappone. We Shall Overcome Some Day ha sì due innamoratini, ma sono un colpo di coda per mettere in evidenza il contrasto sociale, proprio come nell'altrettanto fresco Go, tra immigrati coreani e nativi giapponesi sotto il sole del Sol Levante. Violenza inaudita, schematismi etnici e una predisposizione al racconto collettivo senza sbrodolare nella retorica del buonismo di facciata. Il lieto fine non toglie il disagio di un malessere esistenziale che permea la pellicola e le dona una confezione squisitamente nazional-popolare.


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CRYING OUT LOVE, IN THE CENTER OF THE WORLD di Yukisada Isao (2004) 5 - 6 - - 5 - - -
LADY JOKER di Hirayama Hideyuki (2004) - - - - - - - - -
KAMIKAZE GIRLS di Nakashima Tetsuya (2004) 5,5 - 7/8 6 7,5 8 - 8 8
LORELEI: THE WITCH OF THE PACIFIC OCEAN di Higuchi Shinji (2005) - - 3 1 4,5 2 - 3 4
ONE MISSED CALL 2 di Tsukamoto Renpei (2005) - - - - - 4,5 - - -
TALES OF TERROR di aa. vv. (2004) - - 4 - - 4 - - -
WE SHALL OVERCOME SOME DAY di Izutsu Kazuyuki (2005) 8,5 - 7+ 7 - 7,5 - - -


Malesia
Primo anno per la Malesia al Far East Film festival. L'esordio, con un unico film, è all'insegna dell'horror sentimentale.  Pontianak - Scent of the Tuber Rose, della sceneggiatrice, produttrice e regista Shuhaimi Baba, è infatti una esasperata storia di spettri e vendette. PontianakLe pontianak sono figure mitiche, a metà tra vampiri e fantasmi, scaturite dalla morte di donne in stato di gravidanza: per perpretare la propria vendeta, il loro spirito si propaga possedendo i corpi dei vivi. In questo caso una ballerina viene uccisa accidentalmente da un amico infatuato. In contemporanea muore anche il marito della donna, in viaggio lontano da casa. Uno spirito si impossesserà della nipote per porre rimedio al torto subito. La storia, oltremodo lineare, è appesantita da una narrazione dispersa, zeppa di ellissi, salti e didascalie che non hanno altro risultato se non distrarre. L'innegabile carica esotica di costumi, paesaggi, colori e balli è infine cancellato da una lunghezza strabordante. Un film ambizioso, ma destinato a naufragare nel disinteresse.


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PONTIANAK - SCENT OF THE TUBER ROSE di Shuhaimi Baba (2004) - - - - 3 4 - - -


Thailandia
Art of the DevilThanit Jitnukul è arrivato alla notorietà grazie ai film epici in costume (Bang Rajan, Kunpan: Legend of the Warlord, Sema: The Warrior of Ayodhaya): fuori da questa cornice appare vagamente spaesato.  Art of the Devil è un horror assolutamente indigesto, in cui ogni trucco è sprecato per adornare di una patina di modernità una storia al fondo linearissima e piatta. Tutto ruota attorno a una donna che pratica la magia nera per vendicarsi di un uomo che l'ha sedotta, abbandonata e lasciata in mano a un branco di amici bramosi. Per questa colpa l'uomo, un ricco padre in carriera, trascina nell'orrore l'intera famiglia, colpita dalle maledizioni. Detto così potrebbe anche avere un qualche senso: purtroppo Jitnukul getta tutto alle ortiche con un montaggio incrociato inutilmente esuberante, una narrazione caotica all'inverosimile e una direzione dei giovani attori assolutamente fuorviante. Inesplicabile il successo commerciale, che ha persino portato a mettere in cantiere un seguito. Decisamente più interessante Born to Fight, eroe indiscusso delle proiezioni di mezzanotte. Panna Ritthikrai, coreografo di Ong Bak e co-regista di The Bodyguard, soprassiede su questione di stile e si concentra sull'intrattenimento coatto. La trama è un filo esilissimo necessario solo per assommare una mole folgorante di combattimenti, esplosioni e stunt fuori di testa. La storia di un villaggio popolato di eroi sportivi che si difende da un orda di criminali è un tripudio di coreografie schizzate, valanghe di patriottismo e divertimento di bassa lega. Sufficiente per mandare in visibilio la platea e far strabuzzare gli occhi sui titoli di coda, quando scorrono gli incredibili dietro le quinte delle acrobazie mal riuscite. Ci si aspettava un bis da Yuthlert Sippapak, paladino del pulp scanzonato thai (Killer Tattoo, Buppah Rahtree), ma Pattaya Maniac è "solo" una stralunatissima commedia pop. Zee-OuiDue amici inseparabili vivacchiano all'ombra della maturità. Uno è il tipico bravo ragazzo, espertissimo di amuleti. L'altro è un perdigiorno sempre pronto a scatenare risse e cantare canzoni hard rock al karaoke. Il primo si innamora di una ragazzina ultra sexy, proprietà di un mafioso, il secondo si mette nei guai per un giro di scommesse andato male. Ne segue una girandola di avventure, controsensi e non sequitor da ingolosire. Una seconda parte sottotono rovina un po' le aspettative, ma nel complesso una prova effervescente. Chiude l'efferato Zee-Oui, in ritardo di almeno dieci anni rispetto ai fasti del Cat. III hongkonghese, a cui in qualche modo sembra volersi raffrontare. Però, paradossalmente, è molto avanti per gli standard del cinema thai, sia figurativamente che tecnicamente. Non mancano le parentesi retoriche - il personaggio della giornalista, casuale -, ma la veemenza dei toni e il viso scurito dall'odio del valido protagonista ovviano all'inconveniente con sufficiente disinvoltura. Per parlare di film interessante mancano allora solo il coraggio di esplorare il dettaglio grafico e qualche momento di ironia a spezzare il ritmo funereo.


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ART OF THE DEVIL di Thanit Jitnukol (2004) - - 3,5 - 4,5 3 - 4 4
BORN TO FIGHT di Panna Ritthikrai (2004) - - 7 2 o 8 - 7 - 2 1 o 11
PATTAYA MANIAC di Yuthlert Sippapak (2004) - - 6,5 6 5,5 6,5 - 6 6
ZEE-OUI di Nida Sudasna, Buranee Rachaiboon (2004) 7 - 6,5 5 6,5 6,5 - 7 6

 

 


di Matteo Di Giulio

La retrospettiva sui film Nikkatsu volge lo sguardo, come da consuetudine quando si tratta di parentesi curate con così evidente competenza da Mark Schilling, su un mondo appena toccato dalla critica occidentale, e ancora in gran parte sconosciuto. E' inevitabile che al logo composto dalle grandi lettere N e K corrisponda, nel nostro immaginario di spettatori poco preparati, a malapena il nome del grande vecchio Suzuki Seijun. Niente di più errato, visto che nell'armata di registi e attori che compongono questo fantastico mosaico quello di Suzuki costituisce una (magnifica) eccezione: al contrario i meno noti Masuda Toshio e Hasebe Yasuharu hanno mezzi, capacità e, come valore aggiunto, a fronte di una grande prolificità artigianale raggiungono un livello qualitativo medio invidiabile.
Season of HeatLa rassegna parte, cronologicamente, dagli albori di un genere di consumo come il noir e ne traccia una prima disamina storica che prevede capolavori, buoni film e qualche piccola preventivabile delusione. Un filone che inventa, stilisticamente, prendendo spunto da quell'occidente che a distanza di oltre quarant'anni ricambierà stima e cortesia riappropriandosi degli stilemi originali. Indubbiamente sono fonti di ispirazione i noir RKO (Rusty Knife), ma anche quelle derive sexy post-sessantottine (il mediocre Stray Cat Rock: Sex Hunter) e le psicheledie assortite legate ad un periodo di profondi mutamenti di costume, al pari della musica jazz (Season of Heat) e delle influenze dai generi più disparati, come commedia (il picaresco Dirty Work, molto surreale), dramma sociale (il meraviglioso Glass Johnny), thriller e horror.
The Velvet HustlerCosì Red Quay, e in misura maggiore il suo remake Velvet Hustler, prendono direttamente spunto da Il bandito della Casbah e ne rielaborano, rispettivamente, pathos criminale e ironia (nel secondo caso tenendo conto anche del gusto di Godard e della nouvelle vague). Allo stesso modo Fast-Draw Guy e Plains Wanderer sono western in piena regola, sovraccarichi di citazioni dai successi dei vari Leone, Tessari e Corbucci. Il discorso va però generalizzato, perché la ricchezza di potenziali sorgenti da imitare e la cultura onnivora degli artefici di questi piccoli gioielli giocano un ruolo fondamentale nella nascita di ibridi socio-culturali che cambiano continuamente forma e intenti e che rimasticano senza il minimo imbarazzo, anzi con un'invidiabile e salace presenza di spirito, circondario limitrofo, pulsioni autoctone e lontani miraggi.
A Colt is My PassportDue volti ci ricordano la temperie, con la stessa grinta sfoggiata su grande schermo: Masuda Toshio, regista spigliato con la macchina a mano e realmente abile quando si tratta di rendere passionale un polar,  e Shishido Jo, contrassegnato chirurgicamente dal suo status di star, prestante e ancora voglioso di scherzare e dimostrarsi all'altezza di ogni situazione. A Colt Is My Passport è il capolavoro che consegna quest'ultimo agli annali del cinema poliziesco: una vicenda che implicitamente ridimensiona John Woo (che certo deve aver visto anche Crimson Pistol, storia di un gangster e della sua amata, cieca, che lui vuole curare), similmente sfocia nel male bonding e ne svela le origini prima di infuocarsi in un epilogo balistico di rara violenza. Ugualmente riusciti sono Gangster VIP, pessimista e malinconico, e Red Handkerchief, che sfuma nel melodramma.
Black Tight KillerUn passo più avanti nell'analisi della virulenza che scaturisce quando corruzione, borghesia e crimine vanno a braccetto è Roughneck, di Hasebe Yasuharu, capace di concentrare onore e gloria e di mediare tra i magnifici loser con anima di Fukasaku Kinji, Kanto Wanderer di Suzuki e Afraid to Die di Masumura Yasuzu. Proprio Hasebe, con il bondiano Black Tight Killers, divertissement colorato e sprezzante del kitsch, dimostra di conoscere i tempi della parodia sopra le righe, delle possibilità del mezzo-cinema come veicolo di messaggi al contempo superficiali e impegnati. Non stupisce che con un altro lavoro, il durissimo Bloody Territories, che al pari dei decantati capolavori di Suzuki (Tokyo Drifter; Branded to Kill; Fighting Elegy; Tattoed Life) non avrebbe sfigurato nel parco titoli del Far East, l'autore cambi completamente registro senza perdere la padronanza della camera e dei suoi interpreti, sempre in parte.
Al pari di tanti colleghi (Nomura Takashi, Kurahara Koreyoshi, Saito Buichi) e degli attori (il macho Akira Kobayashi, Ishihara Yujiro, Watari Tetsuya, lo stesso versatile Shishido, la dolce Asaoka Ruriko) si tratta di volti e presenze da incontrare e riconoscere, cui affezionarsi e della cui compagnia, dopo tanti momenti di sorprendente intesa, non si riesce davvero più a rinunciare.


 

TITOLO Regista (Anno) B
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BLACK TIGHT KILLERS Hasebe Yasuharu (1966) 7 7,5 6,5 7 - - 7 8
COLT IS MY PASSPORT, A Nomura Takashi (1967) 8 - 9 8 - - 9 9
CRIMSON PISTOL Ushihara Yoishi (1961) 4 - - 6 - 5 7+ 8
DIRTY WORK Saito Buichi (1961) - - 6,5 6 6 - 6+ 8
FAST-DRAW GUY Nomura Takashi (1961) - - 6+ - 5 - - -
GANGSTER VIP Masuda Toshio (1968) 7 - 8,5 9 8 - 8 8
GLASS JOHNNY - LOOK LIKE A BEAST Kurahara Koreyoshi (1962) 8 - 8 8,5 7,5 - - -
PLAINS WANDERER Saito Buichi (1960) - 2 - 6 - 4 6 7
RED HANDKERCHIEF Masuda Toshio (1964) - - 7,5 8,5 7 - - 8
RED QUAY Masuda Toshio (1958) - 6 7+ - 6 - - -
ROUGHNECK Hasebe Yasuharu (1969) 7 - 6/7 - 6,5 - 7 -
RUSTY KNIFE Masuda Toshio (1958) - - - - - - - -
SEASON OF HEAT Kurahare Koreyoshi (1960) 6,5 5,5 - 8,5 - 6 8 10
STRAY CAT ROCK - SEX HUNTER Hasebe Yasuharu (1970) - - 5 - 5 - 8 8
TALES OF A GUNMAN: QUICK-DRAW RYU Noguchi Hiroshi (1987) - 4 - - - 5 - 8
VELVET HUSTLER, THE Masuda Toshio (1967) 5 - 7 6 7 - 7 8

 


Non solo cinema. Il Far East Film festival è un'esperienza ristoratrice, nonostante la fatica quotidiana delle visioni. Perché in otto giorni di visioni si intrecciano volti, voci ed esperienze che raccontano un'identica passione - quella per il cinema proveniente dall'est asiatico.


[ ANDREA FORNASIERO ] Al quinto anno il Far East assume i toni di una lunga convention annuale più che di un festival del cinema. Le persone che ti conoscono non si contano più. A fare un discorso decente con tutti ti perderesti troppi film. Un po' ti dispiace, specie col senno di poi, quando hai visto, come quest'anno è capitato di frequente, che il film per cui hai saltato una cena o anche solo una chiaccherata davvero non meritava il sacrificio. Allora, già dalla seconda visione, meglio attivare una strategia per cui o trovi un motivo di interesse o fuggi presto. Può darsi ci si perda qualcosa, ma il più delle volte non succede e si guadagnano forze e spirito per il film successivo. D'altra parte anche uscire di sala non è una gran soddisfazione, in fin dei conti sei venuto per i film. Il confine si fa più labile di giorno in giorno. La doppia programmazione matuttina con i film al teatro e al visionario ti fa un po' incazzare. Possibile che con una tale quantità di schifezze nel concorso ci si ritrovi comunque ad avere due buone pellicole contemporaneamente? E poi perchè lo spazio repliche è stato usato una sola volta in 8 giorni? Ti affidi per orientarti ai consigli di chi in video ha già visto qualche pellicola. La legge di Murphy da festival però vuole che il film che hai saltato fosse quello imperdibile, così, tessera stampa alla mano, ti butti in sala video. Un'aria pesante, delle cuffie terribili, delle copie in VHS spesso brutte però ti fanno subito rimpiangere quelle due ore tristi, spesso soporifere, magari anche solitarie, di ritiro davanti ad una TV. Eri venuto davvero per i film? A ripensarci inizi a dubitarne già all'apertura quando ti scopri circondato da gente che deve conoscere una fame nera da dopoguerra. Solo così si spiegano la foga e la pazienza di cui fanno sfoggio nell'avventarsi in massa sui tavoli del rinfresco. Loro erano venuti per il cibo. Al terzo giorno poi ti accorgi di quanti soldi hai già lasciato nelle casse del bookshop, tra libri, DVD, magliette e altri gadget ed inizi a temere di essere venuto per lo shopping. Al che ti munisci di portatile e attivi una strategia di compensazione e limitazione del danno dandoti a ponderati acquisti via internet nell'area Wi-Fi del teatro. Giunto all'horror day il terrore si impossessa di te. Non hai paura che i film ti spaventino, la paura ce l'hai già prima di entrare in sala. E' la terribile ed ineluttabile certezza del destino: il film che stai per vedere sarà una palla clamorosa. E' il momento in cui non sai davvero perchè sei venuto e te ne vai sconsolato a farti un giro in città, magari a vedere la mostra di katana (ben 2!) di cui hai letto varie pubblicità. Quasi non ti basta più nemmeno l'iniezione mattutina di fiducia che ti fai sparandoti la retrospettiva Nikkatsu. L'ultima sera ti imbatti in Love Battlefield. Inspiegabilmente metà delle persone che conosci e stimi l'hanno amato e l'altra metà l'hanno odiato. Ti verrebbe voglia di litigarci sopra, ma sei troppo stanco e pensi che la crisi di identità abbia colpito anche loro. Arriva il momento di salutarsi, qualcuno va a vedersi le Afrirampo, qualcuno va a cena, gli altri in albergo, che partono presto al mattino dopo. In fondo quell'atmosfera da abbuffata e quei commensali voraci quanto te un po' già ti mancano e sai che, pur senza un perchè preciso, tornerai anche l'anno prossimo.


[ MATTEO DI GIULIO ] L'accoglienza è come al solito splendida, in più il teatro cambia faccia, con i palloni, sui quali cercare di stare seduti è ogni volta un interrogativo senza risposta, e con il bellissimo tunnel rosso, suggestivo, tappezzato di piccole foto meravigliose grazie alle quali è impossibile non perdersi a fantasticare a occhi aperti. La pioggia battente e il freddo non ci impediscono, come in un film coreano, di correre alla disperata ricerca di un gelato, né gli esperimenti gastronomici al fast food asiatico ci frenano dal presenziare ogni film visto con la stessa ingenua speranza di essere sopresi: in molti casi la delusione è dietro l'angolo. E' l'anno in cui - miracolo! - c'è un film cinese che mi piace (Peacock), in cui la nuova traduttrice coreana si dimostra degna erede di chi l'ha preceduta - ma almeno si veste meglio - e in cui Mark Schilling conferma di possedere i tempi e la presenza scenica del commediante nato. Le interviste, purtroppo fatte in fretta e furia, sempre pressati, chiudono un cerchio quasi perfetto che parte dalle foto di Jupiter Wong e coincide con la chiacchierate post-cinema che coinvolgono tutto e tutti.


[ NICOLA LA CECILIA ] Scrivere il mio diario del FEFF 2005 è davvero impresa ardua. Se non altro perché quest'anno tutti i miei ricordi belli appartengono a un ambito talmente personale, da non poterli che relegare a un "fuori campo", volendo usare una metafora cinematografica. Al di là della solita manciata di film hongkonghesi da me visti, e come al solito molto apprezzati, potrei allora dire di un festival che cresce ogni anno a vista d'occhio e a dismisura. Aumenta il numero degli spettatori, aumentano i film e le suddivisioni (calderone delle ultime produzioni, omaggi ai direttori della fotografia, retrospettiva monografica...), aumentano le installazioni (mostra allestita nel foyer del Giovanni da Udine), aumentano le location (cinema Visionario destinato alla retrospettiva monografica), aumentano le dimensioni dello spazio acquisti (sempre più ricco di gadget, libri, dvd...). Però purtroppo è aumentata anche la maleducazione del pubblico che assiste alle proiezioni. Forse il programma dei film proiettati al Giovanni da Udine soffre ormai del fatto di apparire sempre più come un semplice tassello, importante tanto quanto gli altri compresenti nel Teatro; quindi tra una chiacchiera, un break al bar, un acquisto, una mostra, un incontro con le maestranze cinematografiche, ogni tanto c'è anche l'eventualità di poter incastrare qualche visione, giusto per variare il proprio palinsesto della giornata. Se invece si ha voglia di visioni più attente, allora si può optare per la retrospettiva al Visionario, pronta ad accogliere il cinefilo old style...già...ma se i film della retrospettiva non interessano al cinefilo?... Ho pensato che spingendo ulteriormente lungo questa direzione, gli organizzatori potrebbero uteriormente complessificare/intensificare gli eventi collaterali alla programmazione dei film al Giovanni da Udine, un po' sulla scorta di quanto accade durante un noto festival milanese, dove gli eventi collaterali finiscono con l'essere talmente tanti e appetitosi, che le proiezioni vengono quasi completamente disertate... e così sarebbe bello poter assistere in pochi ai film, senza dover per forza subire i commenti ad alta voce dei propri vicini, oltreché le loro risate e/o le loro telefonate...


[ STEFANO LOCATI ] Miti e ricordi di un'infatuazione chiamata FEFF. Accolti da un cunicolo rosso fuoco da trip lisergico e da palloncioni-poltrona colorati, che le leggende raccontano essere andati letteralmente a ruba, questo è l'anno della grande corsa alla retrospettiva. I film Nikkatsu troneggiano e diventano isteria: chi va a caccia delle poppeggianti colonne sonore, chi spintona per intervistare gli attempati ma indomiti Masuda Toshio e Shishido Jo, chi continua a parlarne, infervorato, chi si fa vedere addirittura prima delle dieci del mattino pur di non perderli. Tra una puntata al Visionario e gelati notturni rincorsi sotto temporali primaverili, c'è spazio per corsi e ricorsi storici. Mark Schilling che sforna battute con istinto da divo; l'avvincente avvicendamento tra le traduttrici coreane, sempre tanto naif, ma con vestiti assai chic; la corsa all'acquisto delle novità librarie a una bancarella sempre più grande, neanche si trattasse dell'ambitissimo buffet d'inaugurazione; le discussioni estenuanti, sempre e comunque esaltanti, tra pignolerie da fissati ed esaltazioni della prima ora; le facce stanche ma sorridenti dei ragazzi del Cec (tra stagisti e veterani, vorrei tanto un governo così agguerrito); pranzi e cene sempre più sfuggenti, tra un Asian Wok imprescindibile e panini ingurgitati quasi per finta; la gioia primordiale dello scoprire film, del litigarsi idee e opinioni, fino a perdere il filo (ma non è questo il punto). Il FEFF assomiglia sempre più a un luogo da fiaba, sospeso tra l'Asia e il paese dei balocchi. Tanto più che ogni anno, una volta finito, inizia l'angosciante attesa, con la paura che l'anno successivo, per qualche magagna, si sarà costretti a risvegliarsi e tornare alla realtà. Ma per adesso tutto bene.


[ EMANUELE SACCHI ] Che dire del FEFF 2005? Che la retrospettiva diventa qualcosa di sempre più imperdibile, al di là delle più rosee aspettative: Nikkatsu Akushon, due parole che devono diventare il breviario del buon "orientalista" tanto quanto Shaw Brothers o Golden Harvest. Una raffica di pistole, colori psichedelici, ingenuità, guance gonfie e soprattutto autentici cult tutti da godere e - fuori dal FEFF - molto difficili da recuperare. La presenza di Shishido Jo e Masuda Toshio ("Suzuki Seijun? Uno stipendiato...") ha rappresentato la classica ciliegina sulla torta. Notevole anche l'idea della retrospettiva sui direttori della fotografia, ottimo pretesto per far scorrere qualche pezzo da novanta come Lady Snowblood o Desert Moon. E soprattutto per far dimenticare un concorso quantomai deludente: di HK e della sua crisi già si sapeva, della Corea si temeva lo stesso effetto e ahimè si è verificato, benché sia lecito immaginare la presenza di qualcosa di meglio di Everybody Has Secrets (e Lorelei? parliamo del Giappone, come si può mettere roba simile in selezione con tutto il ben di Dio che c'è?). Come ha palesato pure il verdetto del pubblico, che ha premiato il film d'essai per antonomasia come Peacock, la formula del FEFF va rivista; di fronte all'assalto ai film orientali di Cannes e Venezia, occorre prendere delle contromisure e il blockbuster alla Lorelei non sembra la risposta. Menomale che ci sono le Kamikaze Girls a salvarci, a colpi di rococò, patacche e scoregge 3-D. Ma in fondo, concorso più o meno valido, il plusvalore del FEFF è il suo popolo, la sua atmosfera di consorteria esoterica, di salotto di cinefili con quel qualcosa in più, la reciproca consapevolezza di conoscere e amare, tra mille difficoltà, una cinematografia a cui ormai - anche a causa dei suoi ritmi impossibili - non si può più rinunciare, perché parte delle nostre vite. Il ponte che va dal crèn al wasabi (e ritorno) val sempre la pena di essere attraversato.