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SPECIALE Far East Film 2003

Tuesday, 03 June 2003 00:00 a cura di Stefano Locati Festival - Report
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SPECIALE Far East Film 2003
Tutti i film
Retrospettiva Golden Age Coreana
Retrospettiva Ishii Teruo
Diari dal festival
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Introduzione
di Stefano Locati

Arrivando al Far East si viene accolti da una grande intelaiatura metallica a forma di dragone che entra ed esce dal suolo: alcuni problemi tecnici hanno impedito di completare l'opera in tempo utile, e la testa del dragone rimane interrata per tutta la durata del festival. Parrebbe un lugubre auspicio, ma la probabile verità è che il dragone, come uno struzzo, si vergogna e mostra il suo sdegno nei confronti degli atteggiamenti allarmistici - per non dire xenofobi - di una (fortunatamente minima) parte della cittadinanza, con tanto di picchetti salutisti fuori luogo. In ogni caso il Teatro Giovanni da Udine resiste e non si svuota, in barba ai "benpensanti"; l'unico rammarico è la mancanza delle nutrite delegazioni da Cina e Hong Kong e, forse per paura di ripercussioni, la diminuzione alle proiezioni della comunità cinese locale - da sempre fiore all'occhiello della manifestazione. Ma nonostante tutto - nonostante la SARS, quindi - questa quinta edizione ci racconta un festival in evoluzione: gli organizzatori del Centro Espressioni Cinematografiche rilanciano la sfida, sperimentando a piccoli passi possibili espansioni (questa è la sensazione). Oltre ai soliti libri e poster, arrivano in vendita anche dvd - le ristampe Shaw Bros, alcuni coreani - e videocassette. L'atrio del teatro si riempie di opere di design di artisti friulani, e lo spiazzo davanti all'ingresso si anima con numerose poltroncine (altamente ribaltabili), centro nevralgico delle discussioni post-visione. Novità, seppur minime, che testimoniano la volontà di radicarsi più profondamente nella vita della città.
E i film? Come ogni festival che si rispetti, ci sono alti e immancabili bassi; un po' per ragioni tecniche (Jeff Lau, su cui doveva esserci una retrospettiva, impossibilitato a venire; la presentazione dello splendido Twilight Samurai, ultima fatica di Yamada Yoji, che salta, ad esempio), un po' per le scelte dei curatori. Questione di gusti, probabilmente, ma i coreani Yesterday, The Perfect Match e The Phone avremmo preferito evitarceli, così come l'hongkonghese Visible Secret II o il thailandese 999-9999 (tra l'altro unico rappresentante del suo paese). L'impressione, comunque, è di un miglioramento sostanziale rispetto all'edizione precedente (2002), e nel complesso non si può che rimanere soddisfatti: 52 film presentati in 8 giorni di proiezioni serrate (dalle 9.30 di mattina fino a circa le 2.00 di notte), comprese due interessanti retrospettive. Da un lato la Golden Age coreana, 7 film di 7 registi a rappresentare le complesse tematiche sviluppate tra la fine degli anni '50 (dopo la guerra di Corea) e gli sgoccioli dei '60 in una cinematografia che lentamente cercava di rinascere e darsi un'identità. Dall'altro il meritato tributo a Ishii Teruo, the King of Cult, prosaico imbonitore del cinema giapponese più estremo (o semplicemente più spigliato), tra ero-guro, provocazioni e caparbietà di genere. Anche se limitato agli ultimi tre film, interessante l'omaggio a Hirayama Hideyuki. Turn ha una fotografia avvolgente e una protagonista piacevolmente soave, nonostante le avversità: peccato il film si perda un po' per strada. Out ha una partenza ottima, ma i dialoghi e l'umorismo inutilmente insistito offuscano i buoni propositi. Vera rivelazione è A Laughing Frog, di stampo teatrale quanto si vuole, ma delicato nel mettere in scena personaggi stralunati e situazioni al limite del surreale.
Tirando le somme. La Cina continua a presentare un quadro indecifrabile, tra populismo roboante (Red Snow) e pietismo insopportabile (Gone is the One Who Held Me Dearest in the World), con poche possibili eccezioni (Chen Mo and Mei Ting). Hong Kong mostra segni di redenzione, dopo anni di vacche magre: il ritorno, era ora!, di Johnnie To (PTU), il robusto poliziesco di Andrew Lau e Alan Mak (Infernal Affairs, e poco importa, sul momento, che non ci racconti nulla di nuovo), la conferma di Riley Yip (l'intenso Just One Look fa dimenticare il passo falso a nome Lavender), senza contare i buoni segni del cinema medio - da sempre termometro sullo stato di salute dell'intera industria. Poche illusioni, ma si può tornare a sperare. Il Giappone è come sempre mare variegato e vasto: Miike prosegue nel gioco destrutturante con i suoi yakuza, guardando più di altre volte al passato (Graveyard of Honor), Ping Pong - nonostante la risibile storia - sprizza cinema da tutti i pori, Dark Water si conferma ad oggi il miglior Nakata Hideo. Taiwan presenta una commedia finto volgare tendenzialmente pulp che è godibile pur non esaltando (Better than Sex), mentre Singapore rimane impenetrabile (Talking Cock è poca cosa). Infine, la Corea del Sud. Sympathy for mr. Vengeance è semplicemente una spanna sopra a tutto quanto visto nel 2002 (al Far East come nel resto del mondo), Conduct Zero sorprende per la sua freschezza, Sex is Zero per il suo umorismo selvaggio e per la brusca sterzata in tragedia del finale, ma tutto il resto rimane nell'ombra (The Way Home, Saving My Hubby), deludendo persino (No Blood No Tears, Jail Breakers). Coda suì tradizionale Audience Award: al primo posto, senza troppe sorprese, il poliziesco Infernal Affairs, al secondo Shangri-La di Miike Takashi e al terzo The Way Home di Lee Jeong-hyang.

 



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