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Busan International Film Festival 2012

Friday, 25 January 2013 00:00 Emanuele Sacchi Festival - Report
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busan_2012Alla sua 17ma edizione il Busan Film Festival conferma sempre più il suo ruolo dominante nelle gerarchie di settore, non solo per ciò che riguarda le faccende d'Asia. Più di 300 film - una bulimia forse eccessiva, considerato che in sala è possibile vederne al più una sessantina - una vetrina fondamentale per il mercato (di qui passa tutto o quasi il meglio transitato nei grandi festival occidentali, oltre ad anteprime mondiali, come quella de Il comandante e la cicogna di Silvio Soldini), un faro per Corea e sud-est asiatico.

Si diceva di Soldini: accoglienza entusiastica, propria di un pubblico attento che con il grande schermo gode ancora di un rapporto privilegiato. Tale da ridere anche per battute assai "local" - Garibaldi e l'unità d'Italia, per dire - incomprensibili già per un francese, ma che è possibile cogliere per chi parla il linguaggio del cinema. Lo stesso spirito manifestato nelle proiezioni all'aperto, in cui il fandom si lascia andare a ogni tipo di esternazione: urla, lacrime, gioie e dolori, come per la proiezione ufficiale di Werewolf Boy, con il suo mélo popolare, figlio sì del fenomeno Twilight ma diretto con la cura propria di Corea e quindi perfetto per lo scopo. Accanto alle retrospettive, pressoché invisibili per chi segue il concorso, su Sergej Paradžanov e sul cinema polacco, le consuete sezioni cardine: Panorama e Vision per il cinema coreano, New Currents per il concorso principale, composto da film asiatici. Presidente Bela Tarr, per una giuria dai verdetti discutibili: non tanto per il thai sperimentale 36, targettizzato sul cinefestival e puntualmente premiato, ma soprattutto per l'ex aequo con il libano-canadese Kayan, prevedibile spaccato di quotidianità e relazioni in un ristorante etnico, cine-cartolina con velleità autoriali, con un occhio a Kechiche ma con ascendente nel cinema di Nadine Labaki. Tanto più che concorreva anche un'opera come Fatal, potente affresco di colpa e vendetta, tragedia greca in salsa sudcoreana, quasi una specialità della casa. Tra le molte cose interessanti scrutate qua e là, doverosa menzione per il fulminante Pluto, thriller paranoico che colpisce al cuore il sistema educativo sudcoreano, vanto della nazione, e per Comrade Kim Goes Flying, curioso esperimento di coproduzione tra Corea del Nord e Europa: morale individualista ma packaging ligio alle direttive di partito. Delizioso il film di chiusura, la satira socio-politica di Television, autore Mostofa Sarwar Farooki dal Bangladesh, mentre deludono le varie anteprime coreane di gala, come Doctor o il velleitario e pretenzioso El Condor Pasa del solito noto Jeon Soo-il. In sostanza, benché per godersi appieno il festival servano giornate di 48 ore, Busan International Film Festival può orgogliosamente affermare di appartenere alla Top 10 dei festival mondiali senza che nessuno, tra chi ha frequentato il festival o ha assistito all'impressionante macchina organizzativa o all'amore per la customer care che lo contraddistingue, possa opporre un'obiezione sensata.

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