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SPECIALE Far East Film 2013

Saturday, 01 June 2013 10:56 a cura di Stefano Locati Festival - Report
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SPECIALE Far East Film 2013
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feff2013_locandinaRitorno a Udine per la quindicesima edizione del Far East Film Festival, ossia il più grande festival europeo di cinema popolare dell'est asiatico. Dal 19 al 27 aprile 2013 si è consumata una nuova avventura nei territori in Italia ancora colpevolmente impraticati del cinema asiatico più vitale. Nove giorni di proiezioni e festa cinematografica purtroppo incupiti dalla nota dolente dei continui tagli di budget, che costringono a qualche ripiego doloroso - come la sostanziale assenza di una retrospettiva, punto imprescindibile della passate edizioni, il ridimensionamento del bookshop o la scomparsa delle feste notturne, se non in subappalto. I tagli però portano almeno a un vantaggio: la dismissione delle fastidiose traduzioni in simultanea con cuffie (regolarmente troppo alte o in rumorosa caduta libera nei momenti di assopimento) a favore della sottotitolatura elettronica - finalmente! A restare immutata è la passione di organizzatori, volontari e pubblico, con le tante note di colore che traspaiono almeno in parte dai nostri "diarietti dal festival", a cui si rimanda. La selezione si attesta sulla sessantina di titoli, con predominanza dei soliti Giappone, Corea del Sud e Cina, il gradito aumento di Taiwan, la nostalgica finestra su Hong Kong, e degli assaggi da Thailandia, Filippine, Indonesia e Malesia. La novità dovrebbe essere l'ingresso della Corea del Nord, con però un titolo in co-produzione con l'Europa che non necessariamente rispecchia l'attuale produzione dell'enigmatica dittatura. Va male nel reparto retrospettivo, come accennato: ci si deve accontentare di tre film di/con King Hu, due già ampiamente conosciuti e una divertente commediola di cui è stato protagonista, e di un unico film per il dovuto omaggio al regista delle Filippine Mario O'Hara. Il 2013 consegna comunque a conti fatti una qualità media rassicurante, con pochissimi scivoloni e solo una manciata di picchi, sufficienti però per continuare a guardare a queste cinematografie con la dovuta attenzione.

Cina
feff2013_cina_feng_shuiDieci i film della selezione cinese di questa edizione, tra cui due commedie, due quasi-horror, un film storico, un noir, un fantasy e un action-western, a rappresentare l'allargato ventaglio di proposte di genere che si sta affacciando nella Repubblica Popolare, fatta esclusione per due drammi realisti (Feng Shui e Beijing Flickers), sicuramente tra le cose migliori viste, ma lontani dalle radici e dal senso del Far East Film Festival. Partiamo dalle note dolenti. Design of Death di Guan Hu - storia di un ragazzo pervicacemente ribelle in un impervio villaggio montano - è un pasticcio tra grottesco, commedia nera, horror e gioco d'incastri che vorrebbe essere all'avanguardia, ma risulta solo insopportabile nei suoi continui sommovimementi di sceneggiatura e macchina da presa. Million Dollar Crocodile di Lin Lisheng è un tentativo di creature-feature con coccodrillo gigante dai toni tentativamente pulp che parte benino, con una emigrante spocchiosa che fa ritorno in patria dopo aver fatto soldi in Italia (!!!), ma si perde in una sequela di inseguimenti laboriosi e poco, davvero pochissimo sangue. Painted Skin: The Resurrection di Wuershan è il seguito del fortunato reboot di Gordon Chan che intreccia fantastico, melodramma e storia di fantasmi (cinesi): visivamente rigoglioso, con attori affascinanti e la giusta dose di epicità in sconto famiglie, è però un esercizio vacuo e poco appariscente. E' stato comunque un grandissimo successo al botteghino, e quindi ha senso proporlo, insieme alla vero asso-pigliatutto della passata stagione, la commedia Lost in Thailand dell'attore Xu Zheng, sorta di cinepanettone su due viaggiatori renitenti in scontata trasferta tailandese alla ricerca di sé stessi. La rom-com Finding Mr. Right di Xue Xiaolu tenta qualche affondo critico, ma si annacqua nella solita vaporosa ricerca dell'amore perfetto con refrain irritanti. Meglio funziona An Inaccurate Memoir di Yang Shupeng, sabbiosa storia di un gruppo di fuorilegge che rapina convogli appartenenti ai perfidi invasori giapponesi: tra lungaggini ed esagerazioni, intrattenimento onesto con sterzate nella commedia nera. I tre film imprescindibili della selezione sono però altri. Lethal Hostage di Cheng Er è un noir a incastri giocato su più piani temporali che interseca le storie di sei personaggi: dialoghi prosciugati, grande cura della messa in scena, un accenno di cattiveria e sfoggio di uno stile maturo, che ad altre latitudini avrebbe magari portato anche alla serata degli Oscar - chissà. Restano poi le storie di sbandati ed esclusi di Zhang Yuan con Beijing Flickers, talvolta un po' patinato, ma coinvolgente nel costruire piccoli drammi quotidiani che toccano personaggi vivi, e la forza di Feng Shui, di Wang Jing, complicato studio relazionale capace di una profondità di visione sorprendente nel mettere in scena le difficili scelte di una madre lavoratrice alle prese con la necessità di crescere un figlio da sola dopo il suicidio del marito.

Corea del Sud
feff2013_corea_juvenile_offenderUndici film e un cortometraggio (Jury) di Kim Dong-ho, storico direttore del Busan International Film Festival, per la selezione coreana: molte le commedie romantiche, qualche action e un paio di noir per delle scelte non sempre vincenti, ma comunque rappresentative di un'industria solida e florida. A inaugurare è il nuovo thriller di Ryu Seung-wan, The Berlin File, spionistico d'azione ambientato in larga parte a Berlino, per un intreccio serrato da guerra fredda che si concentra soprattutto su sparatorie e inseguimenti. In passato Ryu ha fatto di meglio, ma si tratta comunque di un prodotto accattivante. Meno bene per la commedia romantica All About My Wife di Min Kyu-dong, che vorrebbe mettere in scena la solita guerra tra i sessi con moglie puntigliosa e marito stanco, ma senza la necessaria cattiveria per uscire da schemi abusati. Se How to Use Guys with Secret Tips di Lee Won-suk è piuttosto formulaico e con gag banali, ma evidente funziona, tanto da essere risultato vincitore del premio del pubblico, meglio affidarsi a The Winter of the Year was Warm di David Cho, esempio di film sentimentale più personale. Storia a parte per il giovanilistico A Werewolf Boy di Jo Sung-hee, commistione di teen-mélo e fantastico che strizza l'occhio alla generazione Twilight con in più le forti sottolineature drammatiche del cinema coreano più commerciale. Archiviato il furbo Eungyo, scivolone di Jung Ji-woo in un lolitismo stucchevole con velleità intellettuali malriposte, rimangono due piccole delusioni: National Security di Chung Ji-young, ha la buona intuizione di trattare di petto le vessazioni nelle carceri politiche sudcoreane, ma si trasforma in una sorta di voyeuristico torture-porn, mentre il pomposo The Thieves di Choi Dong-hoon, pur con una parata di star non indifferente e tante sequenze action spettacolari, non osa mai sterzare dal già visto. I due veri vincitori della selezione sono i cupi New World di Park Hoon-jung e Juvenile Offender di Kang Yi-kwan. Il primo è un thriller-noir sulla guerra dinastica interna in una banda criminale, con la polizia che tenta di fare da burattinaio. Produzione raffinata e morale spietata raccontano della grande maturazione di Park Hoon-jung rispetto al precedente The Showdown. Juvenile Offender è invece il ritratto - di un realismo doloroso - della relazione tra un giovane abbandonato e la madre che è scappata quando era piccolo. Una storia minimale, retta da attori perfetti, che penetra nei percorsi di violenza e solitudine dei protagonisti con un'empatia mai invasiva.

Giappone
feff2013_giappone_a_story_of_yonosukeAl Giappone spetta il numero più alto di pellicole selezionate, dodici in tutto, con la solita propensione per gli esiti più smaccatamente pop. La predominanza è per le commedie, anche se ci sono significative eccezioni, come l'horror The Complex, nuova prova di Nakata Hideo, storiella annacquata di una ragazza che si trasferisce in un inquietante condominio abitato da fantasmi. Qualche spunto interessante non salva dalla mediocrità dilagante, anche se il nome del regista continua a richiamare fan, ed è dunque comprensibile la scelta. Grande attenzione ha ricevuto il film di apertura, in anteprima mondiale, It's Me It's Me, nuova prova eccentrica di Miki Satoshi, soprattutto per la presenza dell'idol Kamenashi Kazuya, che ha mandato in visibilio un nutrito nugolo di fan. Si tratta di una commedia di equivoci e sdoppiamenti, che però non riesce mai a ingranare la svolta surreale cui continua ad accennare. Due le commedie romantiche, Girls for Keeps di Fukagawa Yoshihiro e I Have to Buy New Shoes di Kitagawa Eriko: il primo è una rilettura zoppicante del prototipo Sex and the City, che cerca di discostarsi da alcuni cliché (soprattutto se si pensa al maschilismo connaturato nella società nipponica), ma con numerose cadute di tono che sulla lunga distanza innervosiscono. Il secondo ha un sapore più europeo, non solo per l'ambientazione parigina: storia di un incontro fugace tra una donna matura e un giovane sperduto nella metropoli, esamina con leggerezza la sfuggevolezza delle relazioni, privilegiando sapori agrodolci. La struttura è però colpevolmente prevedibile, fino alla nausea, e lo sfondo esotico trattato con piglio da cartolina turistica. Nella categoria feel-good-comedy rientrano Angel Home di Tsutsumi Yukihiko e G'mor Evian! di Yamamoto Toru: la prima, tutta ambientata in una casa di cura e illuminata dall'attore Takenaka Naoko nei panni di un padre/fumettista amorevole, ha dialoghi coinvolgenti, nonostante la caduta nel melodramma pietistico nel finale; la seconda racconta di una famiglia non convenzionale in cerca di un centro d'equilibrio, con l'innesto di musica punk-rock e personaggi tratteggiati in modo strampalato, che non esplora nessun nuovo territorio ma raggiunge lo scopo. The Floating Castle, sforzo congiunto di Inudo Isshin e Higuchi Shinji, è la ricostruzione di un assedio realmente avvenuto nel 1590, in cui un nutrito gruppo di assalitori si infranse contro soli 500 soldati difensori; incipit classico, giocato con maestria tra scontri corali e cgi, virato però verso la commedia da personaggi allampanati e situazioni al limite dell'assurdo. Tra i film in costume è più significativo Rurouni Kenshin di Otomo Keishi, tratto dal famoso manga su un ronin che ha invertito la lama della propria katana, che pur partendo da un impianto smaccatamente televisivo riesce a costruire un crescendo drammatico coinvolgente. Murayama, the Middle Schooler di Kudo Kankuro non riesce mai a scrollarsi di dosso la folgorante intuizione iniziale (un ragazzino deciso a praticarsi una self fellatio che inizia un periodo di severo addestramento per raggiungere lo scopo), accumulando scenette comiche e personaggi strampalati senza un vero perché: rimane comunque un esempio di spericolata inventiva. I tre film più importanti della selezione rimangono comunque See You Tomorrow Everyone di Nakamura Yoshihiro, Key of Life di Uchida Kenji e A Story of Yonosuke di Okita Shuichi. Il film di Nakamura ha un taglio da film verità, raccontando la storia vera di un bambino che diventando grande non riesce ad abbandonare il quartiere natale per un trauma subito, ma è capace di costruire personaggi sfaccettati, comprimari compresi, e un senso di crescente oppressione che però non abbandona mai i lidi della commedia elegante. Uchida Kenji dal canto suo costruisce la per lui usuale struttura a incastri nell'orchestrare gli incroci tra tre personaggi che non si conoscono, con gli sforzi che confluiscono per raggirare un "pericoloso" criminale: padronanza completa dei ritmi comici e grande attenzione ai tic dei personaggi lo elevano sopra la media, confermandolo come regista attento alle sfumature. Infine Okita Shuichi, che conferma le buone impressioni del precedente The Woodsman and the Rain, racconta di un giovane ingenuo e delle relazioni che intesse ai tempi dell'università, in pieni anni '80: un racconto che si fa gradualmente corale, nell'esaminare come influisce sulle diverse persone che incontra, e che dall'inziale commedia trascolora in riflessione amara, con un tocco di umanesimo sempre rincuorante.

Taiwan
feff2013_taiwan_apolitical_romanceCinque le pellicole della selezione taiwanese, segno di un rinnovato interesse per la produzione dell'isola, tornata timidamente a crescere sia nei prodotti di genere che sul versante commerciale, tutte in qualche modo legate ai sentimenti. Touch of the Light di Chang Jung-chi è una digressione d'amore puro tra un pianista cieco e una aspirante ballerina, che nonostante personaggi carini e grande cura formale non è in grado di discostarsi dai cliché ricattatori delle storie su "emarginati" che si incontrano. Will You Still Love Me Tomorrow? di Arvin Chen è una commedia sentimentale che vira presto su toni amari nel raccontare dell'indecisione di un marito e padre che, conoscendo casualmente un giovane, non riesce più a tenere sotto controllo la sua natura omosessuale. Niente di così elaborato, ma un racconto maturo e autoironico, in cui anche il volto di una star come Richie Ren riesce a prestarsi per un discorso che inizi ad andare oltre i soliti stereotipi macchiettistici.  Forever Love di Shiao Li-shiou e Kitamura Toyoharu è una commedia romantica di grana più grossa, talvolta girata anche con poca inventiva, ma rimane interessante per lo sguardo amorevole e nostaglico che getta alla produzione cinematografica autoctona degli anni '60, con spezzoni di film strampalati e dai generi più disparati, dai weepie agli spionistici, tutti girati a basso costo: ciliegina sulla torta, spezzoni dei film originali durante i titoli di coda. Apolitical Romance di Hsieh Chun-yi ha il coraggio di affrontare con i toni della rom-com la difficile questione del rapporto tra Cina Popolare e ROC, facendo incontrare una scontrosa ragazza cinese e un timido impiegato taiwanese. Tra battibecchi e incomprensioni culturali ci sono diverse trovate divertenti, e un certo gusto per il sottesto politico trattato con leggerezza, ma la resa globale è minata da una certa ripetitività dello schema di fondo. Infine il ménage à trois di Gf*Bf, che interseca amori e incomprensioni di tre giovani lungo i decenni con la storia socio-politica dell'isola: uno studio interessante, con attori perfetti, che ha il solo difetto di una chiusura prolissa, in grado comunque di conservare la sensazione di speranze tradite nel passaggio dall'adolescenza all'età adulta.

Filippine
feff2013_filippine_i_do_bidoo_bidooTolta la deleteria storia di licantropi The Strangers, di Lawrence A. Fajardo, horror a basso costo che gira su sé stesso per tutta la durata, le rimanenti tre pellicole della selezione dalle Filippine sono risultate interessanti, pur tra evidenti difetti. I Do Bidoo Bidoo di Chris Martinez vince innanzitutto il premio per il titolo più ripetuto e canticchiato del festival, ottima mossa di marketing, per un musical in realtà abbastanza insipido, che tenta il solito ritratto familiare della middle class locale con parata di volti noti dell'industria. Tiktik: The Aswang Chronicles è l'ennesima incursione a Udine per Erik Matti: questa volta la sua storia di licantropi dai toni pulp però riesce a divertire, pur nella sua inconsistenza. Con una fotografia virata ai colori scuri, una struttura fumettosa e innesti di commedia nera, non si prende troppo sul serio e pur ripiegando sul comparto degli effetti speciali in digitale rimane un esempio sollazzevole di cinema pop-corn. Più velleità ha Mariposa in the Cage of the Night di Richard Y. Somes, che prende l'estetica dei poverty-porn e la ribalta in chiave thriller-horror, con una storia senza spiragli e speranze su una ragazza che dalla campagna arriva in città in cerca della sorella scomparsa. Finirà naturalmente malissimo, tra rapimenti, prostituzione, feticismi assortiti e riti di rimodellazione del corpo dagli esiti mostruosi: Somes non risparmia le atrocità, ma il racconto non ha nessuno dei paventati scarti filosofici che i toni esistenziali lascerebbero presupporre, e si risolve così in un tour de force senza baricentro.

Thailandia
feff2013_thailandia_the_gangsterCinque i film della selezione thai, con insolita assenza di film d'arti marziali a privilegiare horror e noir. La sorpresa assoluta della selezione, e probabilmente dell'intero festival, pare essere The Gangster, di Kongkiat Khomsiri, che dopo l'ottimo thriller Slice si concentra su una storia di gangster ambientata negli anni '50, tra pettinature impomatate e sano scambio di botte da orbi. Impianto classico e ottimi attori donano realismo a un prodotto solido che non scivola nel nostalgico. Se Long Weekend di Taweewat Wantha non si discosta dagli usuali lidi del teen horror, con gruppo di studenti in vacanza su un'isola misteriosa, salvato solo da effetti sonori dirompenti, molto meglio si dimostrano Countdown e il collettaneo 9-9-81: il primo, diretto da Nattawut "Baz" Poonpiriya, ha una struttura molto semplice, ai limiti del ridicolo, ma riesce a costruire tensione a partire da tre amici riuniti in casa in attesa che uno spacciatore porti loro una dose di marijuana. Se lo spacciatore però si chiama Jesus e inizia a torturarli per i loro peccati, le cose cambiano drasticamente. Con sequenze girate a New York, un attore caucasico indemoniato e un certo gusto per gli eccessi, Countdown potrebbe tranquillamente funzionare anche per una distribuzione italiana. 9-9-81 è invece un progetto collettivo goloso, che intreccia 9 cortometraggi da 9 minuti per raccontare da diverse prospettive lo stesso avvenimento, il misterioso suicidio di una ragazza vestita da sposa. I singoli episodi hanno alti e bassi, come è naturale in progetti del genere, ma l'atmosfera generale, molte delle soluzioni narrative e l'idea di fondo sono assolutamente vincenti. Delude invece Home di Chookiat "Matthew" Sakweerakul, che dopo le buone prove di 13 Beloved e The Love of Siam si perde in un omnibus di tre cortometraggi con tema centrale l'amore, nelle sue diverse coniugazioni, ambientati nella sua provincia natale. Se il primo segmento, sulla nascita di complicità tra due coetanei subito spenta dalla separazione, è sufficientemente lieve, i due rimanenti (il ricordo di una vedova per il marito e i preparativi di un matrimonio) sono grossolani e sfilacciati, girati oltretutto senza mordente - colpa maggiore, considerato come il regista abbia dichiarato si tratti del suo film più personale e sentito.

Indonesia, Malesia, Corea del Nord
Gli altri territori asiatici sono rappresentati dall'indonesiana Upi, già paladina delle passate edizioni, con la dimenticabile parabola onirica di Shackled, che ripesca un coniglio gigante dalle inquietudini lynchiane, dal solido romance Istanbul Here I Came, del malese Bernard Cahuly, che sfrutta la cornice turca per mettere in scena le trepidazioni di due giovani, e il quasi-nord-coreano Comerade Kim Goes Flying, di Kim Gwang-hun, Nicholas Bonner e Anja Daelemans, storia rocambolesca di come una minatrice riesce a diventare trapezista, coronando il suo sogno, con l'aiuto dei suoi compagni di lavoro. Un film interessante, perché buca il rigido muro di impenetrabilità di Pyongyang con una favola tutto sommato individualista, ma anche molto furbo nello sfruttare le ingenuità di riprese e attori in chiave esotista.

 

Per quanto riguarda i film della selezione di Hong Kong si rimanda come sempre a Hong Kong Express.

 



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