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Festival del film di Locarno 2013

Wednesday, 28 August 2013 14:29 Giampiero Raganelli Festival - Report
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locarno2013_locandinaPrima edizione del festival elvetico sotto la guida di Carlo Chatrian. Già il concorso ha potuto vantare una buona rappresentanza orientale. Due giapponesi importanti, almeno sulla carta: Aoyama Shinji e Kurosawa Kiyoshi. Il primo, che già a Locarno aveva presentato Tokyo Koen due anni fa, ha portato un'opera decisamente anomala per la sua filmografia, Backwater (Tomogui), una storia scritta sull'acqua che richiama molto l'Imamura di The Eel e Warm Water Under a Red Bridge, un affresco della società giapponese di provincia negli anni Ottanta, al termine dell'Era Showa. Kurosawa invece, dopo gli strabilianti Tokyo Sonata e la serie Shokuzai, ha confezionato un lavoro decisamente minore con Real, un progetto sulla carta ambizioso – immerso in una dimensione onirica sospesa tra realtà e proiezioni della mente, che porta al climax della materializzazione di un plesiosauro – ma non all'altezza delle premesse.

locarno2013_our_sunhiSempre in concorso anche il nuovo film del prolifico Hong Sang-soo, Our Sunhi, ennesima variazione di racconti morali, commedie e proverbi, con un quartetto di personaggi, ancora appartenenti al mondo del cinema e della critica, con una costruzione geometrica dove quasi tutto si gioca su lunghissimi dialoghi ai tavoli di un ristorante. Sempre proiettato verso l'intellighenzia francese, il regista si permette di ribattezzare un locale “Caffè Gondry”. Il taiwanese Chang Tso-chi rivela il suo debito con il suo maestro Hou Hsiao-hsien con un film, A Time in Quichi (Shu jia zuo ye), con molte suggestioni provenienti in particolare da A Summer at Grandpa's. L'esplorazione del mondo, le scoperte della vita, che comprendono anche la consapevolezza della morte, del piccolo Bao trasferitosi a vivere in campagna dal nonno.
locarno2013_by_the_riverAlta la presenza asiatica anche nella sezione Cineasti del presente, dove si è visto l'opera seconda del giovane filmmaker tailandese Nontawat Numbenchapol, By the River (Sai nam tid shoer). Sospeso tra il documentario e il fantastico, il film ritrae la piccola comunità di un villaggio nella foresta, la cui sussistenza è minacciata dall'inquinamento del torrente che l'attraversa. Un film che si gioca sul conflitto tra ambiente incontaminato e territorio antropico, natura e cultura. Presentato anche The Stone, film sudcoreano, opera prima di Cho Se-rae, insipido film di gangster incentrato sul gioco del go, e sulla sua filosofia “zen”, per il quale c'è ancora spazio nella città dalle luci al neon. Altro film d'esordio è Distant (Yuan Fang), lavoro sperimentale del regista cinese Yang Zhengfan. Diviso in tredici segmenti, ognuno di un pianosequenza, senza parole. Personaggi straniati, novelli Vladimiro ed Estragone di Aspettando Godot, ripresi in campo lunghissimo con teleobiettivo, con rigide inquadrature fisse che omettono quindi quello che succede, e si sposta, fuori campo. Il regista restituisce un senso angosciante di alienazione e indifferenza metropolitane.
locarno2013_how_to_disappear_completelyPresentato fuori concorso l'ultimo film di Raya Martin, How to Disappear Completely, dove il regista torna su una sua fissazione quale il tema della sparizione, della smaterializzazione (già sviluppato in Buenas noches, España). La bandiera delle Filippine è stata tenuta alta anche dal presidente della giuria, Lav Diaz, in onore del quale sono stati proiettati il suo ultimo film, già presentato a Cannes, Norte, the End of History e il restauro, curato dall'Austrian Film Museum, di Batang West Side. Come ormai consuetudine a Locarno, anche quest'anno si è potuto vedere l'ultimo Jeonju Digitatal Project, il trittico di mediometraggi in digitale, affidato a tre registi orientali. Nel primo capitolo, Strangers When We Meet, il regista Kobayashi Masahiro torna all'estremo minimalismo, al cinema anti-narrativo, ai lunghi silenzi e all'incomunicabilità che avevano caratterizzato il suo The Rebirth, trionfatore a Locarno nel 2007. Ancora un rimosso drammatico nella vita monotona di due coniugi che vivono da perfetti sconosciuti. E lui lavora in un cineclub dove si proiettano Kieslowski e Fassbinder. Segue Over There, documentario di Zhang Lu sulla Corea del Sud come incrocio di migranti di ogni parte del mondo, terra di derive e approdi, terra di fantasmi tra i grattacieli scintillanti della capitale. Si finisce con Someone's Wife in the Boat of Someone's Husband del regista indonesiano Edwin, uno sguardo antropologico tra miti e leggende in un villaggio di pescatori dove albergano spiriti animali, dove i flutti spazzano via le persone.
locarno2013_the_unity_of_all_thingsAnche se non battenti propriamente bandiera orientale, vanno segnalati quei film in qualche modo incentrati sulla cultura dei paesi del sudest asiatico. Tra questi The Ugly One, film francese di Eric Baudelaire, ambientato a Beirut, dove, tra macerie e pozzanghere, una coppia vive il ricordo di attentati durante la guerra civile, mentre la voce narrante in giapponese di Adachi Masao (regista e sceneggiatore di Wakamatsu e Oshima che ha passato trent'anni in Libano aderendo alla causa palestinese) racconta il proprio passato. The Unity of All Things 物之合, degli americani Alexander Carver e Daniel Schmidt, è incentrato su una scienziata cinese espatriata negli Usa. Un film dove si confrontano la fisica quantistica e il libro I Ching, dove vita e Storia, società capitalistica e soggettività, sono centrifugati in un immenso acceleratore di particelle. Così anche il mediometraggio Mahjong dei portoghesi João Rui Guerra da Mata e João Pedro Rodrigues, ambientato nel quartiere Varziela di Vila do Conde, dove vive la più numerosa comunità cinese in Portogallo, in cui strani personaggi si incrociano come pedine del famoso gioco da tavolo.
Come sempre un piatto ricco nelle pieghe delle varie sezioni del festival ticinese. Chatrian mantiene l'impostazione della manifestazione. Staremo a vedere se soffieranno altri venti, orientali, l'anno prossimo.

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