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Mostra del cinema di Venezia 2013

Saturday, 02 November 2013 10:11 Giampiero Raganelli e Paolo Villa Festival - Report
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mostra_del_cinema_venezia_2013_moebiusProsegue l'opera di sistematica de-orientalizzazione portata avanti dalla nuova gestione di Alberto Barbera alla Mostra del cinema di Venezia. Non si sa se per disinteresse o per un preciso disegno. Di fatto il cinema Far East sembra ormai dirigersi verso la città eterna. Venezia si affida ai nomi noti, ma ormai in parabola inesorabilmente discendente come Kim Ki-duk, cavallo forte del direttore che lo aveva lanciato nella sua precedente gestione veneziana, o Tsai Ming-liang. Moebius, presentato Fuori concorso, segna un ritorno del regista sudcoreano a un cinema disturbante, della crudeltà: evirazioni folli, famiglia disfatta, bizzarrie grafiche e un crescendo che sfiora e supera i limiti della commedia demenziale, in alcuni punti. Dopo il ritorno alle atmosfere degli esordi con Pietà, qui si concede un film più estremo stilisticamente (nessun dialogo). Il regista taiwanese, che pure è stato lanciato da Venezia, era invece in concorso con Stray Dogs (Jiaoyou), cui è stato assegnato il Gran Premio della Giuria, un coacervo abbastanza raffazzonato di immagini e tematiche proprie del suo immaginario.

mostra_del_cinema_venezia_2013_harlock_space_pirateDavvero nutrita invece, e questa è una nota positiva, la delegazione nipponica. Torna a Venezia Sono Sion dopo l'incomprensibile esclusione al Lido dell'anno scorso, anche se inspiegabilmente relegato a Orizzonti. Why Don’t You Play in Hell (Jigoku de naze warui) conferma la vitalità di questo regista, che passa in modo disinvolto da opere tormentate a film come questo che possono essere superficialmente considerati dei divertissement. Ben due anime di grandi maestri (e questo è pure un dato considerevole). Miyazaki Hayao ha presentato in concorso il suo ultimo, sofferto lavoro, The Wind Rises (Kaze tachinu), un epitaffio di tutta la sua poetica e, non a caso, proprio durante la conferenza stampa del film, è stato annunciato l'addio del regista alle scene. Harlock: Space Pirate è l'attualizzazione in animazione cgi 3D del mitico personaggio di Matsumoto Leiji, affidata alle sapienti mani di Aramaki Shinji, il regista di Appleseed. Lee Sang-il realizza invece con Unforgiven (Yurusarezaru mono), ancora Fuori concorso, una trasposizione in chiave nipponica dell'omonimo western di Eastwood, conosciuto in Italia come Gli spietati. Ambientato nello stesso anno del film originale, il 1880, e trasposto nella brulla terra dell'Hokkaido, il film è carico di una forte dimensione crepuscolare, raccontando di un samurai nell'epoca in cui i leggendari guerrieri erano stati da poco aboliti. La trasposizione è però quasi troppo fedele, tanto da cercare di ricalcare l’originale eastwoodiano in ogni briciolo di immagine. Non ci fosse scritto il nome del regista sul cartellone, nessuno si sarebbe accorto che è un film giapponese e non americano.
Da ricordare anche i recuperi nipponici della sezione Venezia Classici, Fiori d'equinozio (Higanbana) uno degli Ozu a colori in un scintillante restauro, e Merry Christmas Mr. Lawrence (Furyo), il grande film di Oshima prodotto da Jeremy Thomas. Alla proiezione ha partecipato anche il grande compositore e protagonista del film Sakamoto Ryuchi, in giuria a Venezia, ma per andarsene a film iniziato, alimentando così la leggenda secondo cui quel ruolo lo avrebbe molto turbato.
mostra_del_cinema_venezia_2013_feng_aiCoproduzione tra Hong Kong, Giappone e Francia, l'ultimo seminale documentario di Wang Bing, ‘Till Madness Do Us Apart (Feng Ai): dopo le brume dello Yunnan rurale, Wang Bing cambia soggetto, ma non zona della Cina, e si rinchiude per qualche mese in un ospedale psichiatrico. La sua telecamera insegue giorno e notte i pazienti, che parlano di disagio, degrado, una dose di ipocrisia famigliare e sociale e qualche sprazzo di luce, nel buio. Un cinema radicale e di commovente partecipazione fisica ed emotiva, lungo quattro ore, e tutte necessarie. Sempre da Hong Kong, ma nelle Giornate degli autori, è stato presentato l'esordio di Juno Mak con Rigor Mortis: il regista impacchetta l'omaggio ai film di “vampiri” saltellanti degli anni ’80 e ’90 a Hong Kong con una storia drammatica condita di soprannaturale e citazioni a raffica. Forse difetta di un pizzico di ironia, che negli anni ruggenti del genere non mancava mai, ma per il resto la regia c’è e dentro ci abitano il campionario del folclore dei jiangshi al gran completo e pure un po’ di revival del j-horror (non a caso produce Shimizu Takashi).
Nella Biennale College – Cinema, il laboratorio di alta formazione aperto a giovani filmmaker per la produzione di film a basso costo, è passato il tailandese Mary Is Happy, Mary Is Happy di Nawapol Thamrongrattanarit, che racconta le vicissitudini di una ragazza liceale utilizzando un linguaggio innovativo, tramite i tweet. Troviamo ancora un film cinese nella Settimana Internazionale della Critica, Trap Street (Shuiyin Jie) di Vivian Qu, che racconta una storia d'amore nel contesto di una società 'topografica', dove tutto è ormai inquadrato e controllato da telecamere e sistemi gps.
Nella penuria di cinema Far East di questa edizione, una boccata di ossigeno è arrivata da Venezia Classici, la sezione istituita l'anno scorso sul modello di Cannes Classics. Oltre ai citati giapponesi, sono passati Mysterious Object at Noon (Dokfa nai meuman), il primo, straordinario, lungometraggio di Apichatpong Weerasethakul, Comrades, Almost a Love Story di Peter Chan e In the Heat of the Sun (Yangguang Canlan de Rizi) di Jiang Wen, uno dei capisaldi della Sesta generazione del cinema cinese.
È tutto. Purtroppo.




 

Prosegue l'opera di sistematica de-orientalizzazione portata avanti dalla nuova gestione di Alberto Barbera. Non si sa se per disinteresse o per un preciso disegno. Di fatto il cinema Far East sembra ormai dirigersi verso la città eterna. Venezia si affida ai nomi noti, ma ormai in parabola inesorabilmente discendente come Kim Ki-duk, cavallo forte del direttore che lo aveva lanciato nella sua precedente gestione veneziana, o Tsai Ming-liang. Il primo, con Moebius presentato fuori concorso, segna un ritorno del regista sudcoreano a un cinema disturbante, della crudeltà. Il regista taiwanese, che pure è stato lanciato da Venezia, era invece in concorso con Jiaoyou (Stray Dogs), un coacervo abbastanza raffazzonato di immagini e tematiche proprie del suo immaginario.

Davvero nutrita, e questa è una nota positiva, la delegazione nipponica. Torna a Venezia Sono Sion dopo l'incomprensibile esclusione al Lido dell'anno scorso, anche se inspiegabilmente relegato a Orizzonti. Jigoku de naze warui (Why Don’t You Play in Hell) conferma la vitalità di questo regista, che passa in modo disinvolto da opere tormentate a film come questo che possono essere superficialmente considerati dei divertissement. Ben due anime di grandi maestri (e questo è pure un dato considerevole). Miyazaki Hayao ha presentato in concorso il suo ultimo, sofferto lavoro, Kaze tachinu (The Wind Rises) un epitaffio di tutta la sua poetica e, non a caso, proprio durante la conferenza stampa del film, è stato annunciato l'addio del regista alle scene. Harlock: Space Pirate è l'attualizzazione in animazione CGI 3D del mitico personaggio di Matsumoto Leiji, affidata alle sapienti mani di Aramaki Shinji, il regista di Appleseed. Lee Sang-il realizza invece con Yurusarezaru mono (Unforgiven), ancora fuori concorso, una trasposizione in chiave nipponica dell'omonimo western di Eastwood, conosciuto in Italia come Gli spietati. Ambientato nello stesso anno del film originale, il 1880, e trasposto nella brulla terra dell'Hokkaido, il film è carico di una forte dimensione crepuscolare raccontando di un samurai nell'epoca in cui i leggendari guerrieri furono da poco aboliti. Da ricordare anche i recuperi nipponici della sezione Venezia Classici, Higanbana (Fiori d'equinozio) uno degli Ozu a colori in un scintillante restauro e Merry Christmas Mr. Lawrence (Furyo), il grande film di Oshima prodotto da Jeremy Thomas. Alla proiezione ha partecipato anche il grande compositore e protagonista del film Sakamoto Ryuchi, in giuria a Venezia, ma per andarsene a film iniziato, alimentando così la leggenda secondo cui quel ruolo lo avrebbe molto turbato.

Coproduzione tra Hong Kong, Giappone e Francia, l'ultimo seminale documentario di Wang Bing, Feng Ai (‘Til Madness Do Us Apart), quasi quattro ore ai limiti della sopportazione tra gli internati di un ospedale psichiatrico dello Yunnan.

Nella Biennale College – Cinema, il laboratorio di alta formazione aperto a giovani filmmaker per la produzione di film a basso costo, è passato il tailandese Mary Is Happy, Mary Is Happy di Nawapol Thamrongrattanarit, che racconta le vicissitudini di una ragazza liceale utilizzando un linguaggio innovativo, tramite i tweet. Troviamo ancora un film cinese nella Settimana Internazionale della Critica, Shuiyin Jie (Trap Street) di Vivian Qu, che racconta una storia d'amore nel contesto di una società 'topografica', dove tutto è ormai inquadrato e controllato da telecamere e sistemi GPS.

Nella penuria di cinema Far East di questa edizione, una boccata di ossigeno è arrivata da Venezia Classici, la sezione istituita l'anno scorso sul modello di Cannes Classics. Oltre ai citati giapponesi, sono passati Dokfa nai meuman (Mysterious Object at Noon), il primo, straordinario, lungometraggio di Apichatpong Weerasethakul, Comrades, Almost a Love Story di Peter Chan e Yangguang Canlan de Rizi (In the Heat of the Sun) di Jiang Wen, uno dei capisaldi della Sesta generazione del cinema cinese.

È tutto. Purtroppo.

Prosegue l'opera di sistematica de-orientalizzazione portata avanti dalla nuova gestione di Alberto Barbera. Non si sa se per disinteresse o per un preciso disegno. Di fatto il cinema Far East sembra ormai dirigersi verso la città eterna. Venezia si affida ai nomi noti, ma ormai in parabola inesorabilmente discendente come Kim Ki-duk, cavallo forte del direttore che lo aveva lanciato nella sua precedente gestione veneziana, o Tsai Ming-liang. Il primo, con Moebius presentato fuori concorso, segna un ritorno del regista sudcoreano a un cinema disturbante, della crudeltà. Il regista taiwanese, che pure è stato lanciato da Venezia, era invece in concorso con Jiaoyou (Stray Dogs), un coacervo abbastanza raffazzonato di immagini e tematiche proprie del suo immaginario.

Davvero nutrita, e questa è una nota positiva, la delegazione nipponica. Torna a Venezia Sono Sion dopo l'incomprensibile esclusione al Lido dell'anno scorso, anche se inspiegabilmente relegato a Orizzonti. Jigoku de naze warui (Why Don’t You Play in Hell) conferma la vitalità di questo regista, che passa in modo disinvolto da opere tormentate a film come questo che possono essere superficialmente considerati dei divertissement. Ben due anime di grandi maestri (e questo è pure un dato considerevole). Miyazaki Hayao ha presentato in concorso il suo ultimo, sofferto lavoro, Kaze tachinu (The Wind Rises) un epitaffio di tutta la sua poetica e, non a caso, proprio durante la conferenza stampa del film, è stato annunciato l'addio del regista alle scene. Harlock: Space Pirate è l'attualizzazione in animazione CGI 3D del mitico personaggio di Matsumoto Leiji, affidata alle sapienti mani di Aramaki Shinji, il regista di Appleseed. Lee Sang-il realizza invece con Yurusarezaru mono (Unforgiven), ancora fuori concorso, una trasposizione in chiave nipponica dell'omonimo western di Eastwood, conosciuto in Italia come Gli spietati. Ambientato nello stesso anno del film originale, il 1880, e trasposto nella brulla terra dell'Hokkaido, il film è carico di una forte dimensione crepuscolare raccontando di un samurai nell'epoca in cui i leggendari guerrieri furono da poco aboliti. Da ricordare anche i recuperi nipponici della sezione Venezia Classici, Higanbana (Fiori d'equinozio) uno degli Ozu a colori in un scintillante restauro e Merry Christmas Mr. Lawrence (Furyo), il grande film di Oshima prodotto da Jeremy Thomas. Alla proiezione ha partecipato anche il grande compositore e protagonista del film Sakamoto Ryuchi, in giuria a Venezia, ma per andarsene a film iniziato, alimentando così la leggenda secondo cui quel ruolo lo avrebbe molto turbato.

Coproduzione tra Hong Kong, Giappone e Francia, l'ultimo seminale documentario di Wang Bing, Feng Ai (‘Til Madness Do Us Apart), quasi quattro ore ai limiti della sopportazione tra gli internati di un ospedale psichiatrico dello Yunnan.

Nella Biennale College – Cinema, il laboratorio di alta formazione aperto a giovani filmmaker per la produzione di film a basso costo, è passato il tailandese Mary Is Happy, Mary Is Happy di Nawapol Thamrongrattanarit, che racconta le vicissitudini di una ragazza liceale utilizzando un linguaggio innovativo, tramite i tweet. Troviamo ancora un film cinese nella Settimana Internazionale della Critica, Shuiyin Jie (Trap Street) di Vivian Qu, che racconta una storia d'amore nel contesto di una società 'topografica', dove tutto è ormai inquadrato e controllato da telecamere e sistemi GPS.

Nella penuria di cinema Far East di questa edizione, una boccata di ossigeno è arrivata da Venezia Classici, la sezione istituita l'anno scorso sul modello di Cannes Classics. Oltre ai citati giapponesi, sono passati Dokfa nai meuman (Mysterious Object at Noon), il primo, straordinario, lungometraggio di Apichatpong Weerasethakul, Comrades, Almost a Love Story di Peter Chan e Yangguang Canlan de Rizi (In the Heat of the Sun) di Jiang Wen, uno dei capisaldi della Sesta generazione del cinema cinese.

È tutto. Purtroppo.

Prosegue l'opera di sistematica de-orientalizzazione portata avanti dalla nuova gestione di Alberto Barbera. Non si sa se per disinteresse o per un preciso disegno. Di fatto il cinema Far East sembra ormai dirigersi verso la città eterna. Venezia si affida ai nomi noti, ma ormai in parabola inesorabilmente discendente come Kim Ki-duk, cavallo forte del direttore che lo aveva lanciato nella sua precedente gestione veneziana, o Tsai Ming-liang. Il primo, con Moebius presentato fuori concorso, segna un ritorno del regista sudcoreano a un cinema disturbante, della crudeltà. Il regista taiwanese, che pure è stato lanciato da Venezia, era invece in concorso con Jiaoyou (Stray Dogs), un coacervo abbastanza raffazzonato di immagini e tematiche proprie del suo immaginario.

Davvero nutrita, e questa è una nota positiva, la delegazione nipponica. Torna a Venezia Sono Sion dopo l'incomprensibile esclusione al Lido dell'anno scorso, anche se inspiegabilmente relegato a Orizzonti. Jigoku de naze warui (Why Don’t You Play in Hell) conferma la vitalità di questo regista, che passa in modo disinvolto da opere tormentate a film come questo che possono essere superficialmente considerati dei divertissement. Ben due anime di grandi maestri (e questo è pure un dato considerevole). Miyazaki Hayao ha presentato in concorso il suo ultimo, sofferto lavoro, Kaze tachinu (The Wind Rises) un epitaffio di tutta la sua poetica e, non a caso, proprio durante la conferenza stampa del film, è stato annunciato l'addio del regista alle scene. Harlock: Space Pirate è l'attualizzazione in animazione CGI 3D del mitico personaggio di Matsumoto Leiji, affidata alle sapienti mani di Aramaki Shinji, il regista di Appleseed. Lee Sang-il realizza invece con Yurusarezaru mono (Unforgiven), ancora fuori concorso, una trasposizione in chiave nipponica dell'omonimo western di Eastwood, conosciuto in Italia come Gli spietati. Ambientato nello stesso anno del film originale, il 1880, e trasposto nella brulla terra dell'Hokkaido, il film è carico di una forte dimensione crepuscolare raccontando di un samurai nell'epoca in cui i leggendari guerrieri furono da poco aboliti. Da ricordare anche i recuperi nipponici della sezione Venezia Classici, Higanbana (Fiori d'equinozio) uno degli Ozu a colori in un scintillante restauro e Merry Christmas Mr. Lawrence (Furyo), il grande film di Oshima prodotto da Jeremy Thomas. Alla proiezione ha partecipato anche il grande compositore e protagonista del film Sakamoto Ryuchi, in giuria a Venezia, ma per andarsene a film iniziato, alimentando così la leggenda secondo cui quel ruolo lo avrebbe molto turbato.

Coproduzione tra Hong Kong, Giappone e Francia, l'ultimo seminale documentario di Wang Bing, Feng Ai (‘Til Madness Do Us Apart), quasi quattro ore ai limiti della sopportazione tra gli internati di un ospedale psichiatrico dello Yunnan.

Nella Biennale College – Cinema, il laboratorio di alta formazione aperto a giovani filmmaker per la produzione di film a basso costo, è passato il tailandese Mary Is Happy, Mary Is Happy di Nawapol Thamrongrattanarit, che racconta le vicissitudini di una ragazza liceale utilizzando un linguaggio innovativo, tramite i tweet. Troviamo ancora un film cinese nella Settimana Internazionale della Critica, Shuiyin Jie (Trap Street) di Vivian Qu, che racconta una storia d'amore nel contesto di una società 'topografica', dove tutto è ormai inquadrato e controllato da telecamere e sistemi GPS.

Nella penuria di cinema Far East di questa edizione, una boccata di ossigeno è arrivata da Venezia Classici, la sezione istituita l'anno scorso sul modello di Cannes Classics. Oltre ai citati giapponesi, sono passati Dokfa nai meuman (Mysterious Object at Noon), il primo, straordinario, lungometraggio di Apichatpong Weerasethakul, Comrades, Almost a Love Story di Peter Chan e Yangguang Canlan de Rizi (In the Heat of the Sun) di Jiang Wen, uno dei capisaldi della Sesta generazione del cinema cinese.

È tutto. Purtroppo.

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