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SPECIALE Far East Film 2014

Tuesday, 01 July 2014 00:00 a cura di Stefano Locati Festival - Report
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SPECIALE Far East Film 2014
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feff2014 locandinaSedicesima edizione di Far East Film Festival, ovvero la più importante festa europea di cinema popolare dall'est asiatico. Tra il 25 aprile e il 3 maggio 2014 Udine si è aperta ai colori e alle forme di cinematografie lontane, ma sempre più vicine, raccontando ancora una volta l'anno passato dalla prospettiva asiatica. Nove giorni di proiezioni ancora dominati, purtroppo, dal restringimento di budget, che obbliga alla sola sede del Teatro Giovanni da Udine e a un sofferto taglio del comparto retrospettiva. Come sempre la selezione si è concentrata sui paesi produttivamente più forti e maturi - Giappone, Corea del Sud, Cina e Hong Kong - con puntate importanti negli altri territori. Quest'anno sono due i dati significativi: il ritorno di fiamma di Hong Kong e il deciso aumento di proposte dalle Filippine, con risultati nella maggior parte dei casi molto interessanti. Crolla invece l'interesse per la Thailandia (una sola pellicola selezionata), mentre per la prima volta si apre una parentesi sui documentari, quattro in tutto, segno forte di un'attenzione inedita per il formato, testimoniato anche in tanti altri festival. L'edizione 2014 non ha riservato particolari picchi o sorprese, ma consegna una qualità media rassicurante.

Un discorso interessante che corre parallelo in molte pellicole presentate - tre delle quali peraltro premiate dal pubblico - è quello sulla storia in rapporto ai conflitti e alle dittature del XX secolo.
Il giapponese The Eternal Zero di Yamazaki Takashi, risultato vincitore con una media voti di 4,54 su 5, affronta la questione dei kamikaze durante la seconda guerra mondiale: il regista della trilogia nostalgica di Alaways - Sunset on Third Street (2005-2012) applica al delicato tema la solita dose di retorica patriottica, aggravata da una iniezione non controllata di revisionismo spiccio. In sé il film è girato come un perfetto blockbuster emozionale, con l'intrecciarsi di scene nel presente, dove il nipote di un soldato va alla scoperta della vita del nonno, e flashback nel passato, dove la storia si dispiega davanti agli spettatori in tutta la sua magniloquenza ricca di Cgi. Yamazaki è abile nel sfiorare le giuste corde emotive e sa costruire un crescendo coinvolgente verso il naufragio di un personaggio titanico come l'aviatore idealista trainato a terra dal dolore della guerra. Peccato che nell'operazione le contorsioni cerchiobottiste per conservare sia la condanna del principio guida che ha portato ai kamikaze, sia l'esaltazione dello spirito di sacrificio dei gloriosi soldati nipponici, diventi un fardello insopportabile. Cortocircuitando storia, memoria e ciò che si vorrebbe a livello ideale, The Eternal Zero (dal modello di aereo utilizzato dai kamikaze) rimane assolutamente artefatto, insincero e storicamente miope: resta così una meravigliosa macchina nostalgica che affronta solo in apparenza in maniera decisa gli argomenti che tratta.
feff2014 the attorneyIl coreano The Attorney di Yang Woo-seok, arrivato secondo con una media di 4,50 e aggiudicatosi anche il premio Black Dragon degli abbonati più affezionati, getta uno sguardo pieno di rabbia e rassegnazione sugli anni Ottanta, dominati dalla dittatura militare di Chun Doo-hwan. Il protagonista Song Kang-ho, sempre entusiasmante, interpreta un avvocato rampante inizialmente disinteressato alla politica, che lentamente viene coinvolto dal sistema repressivo in un processo dagli esiti imprevedibili. Un film accuratamente costruito per esaltare le peculiarità del genere processuale, con la parte nevralgica giocata nell'aula di giustizia, in un crescendo drammatico che anela verso la libertà. Da questa prospettiva non ci sono sorprese: l'esordiente Yang gestisce con acume la grandezza degli attori e il semplice meccanismo di coinvolgimento, sfruttando a dovere i tanti lati oscuri della passata storia coreana. Il film è stato un grande successo al box office locale, e in questo senso è un esempio solidissimo di intrattenimento pensante, ma è privo di guizzi in grado di superare schemi narrativi consolidati o di stimolare spunti di riflessione ulteriori.
Tra i premiati, il filippino Barber's Tales di Jun Robles Lana, giunto terzo con una media di 4,47, è il più sorprendente. Intanto perché viene da latitudini meno frequentate, tanto spigliate e riconoscibili nel cinema indipendente, quanto farraginose in quello popolare. Poi perché affronta il periodo della dittatura di Ferdinand Marcos (1965-1986) da una prospettiva inedita e coraggiosa, quella di una donna in un piccolo paese montano, nel suo percorso di presa di coscienza di sé e dell'agire politico. Lana, già sceneggiatore di Marilou Diaz Abaya e astro nascente del panorama filippino, rimane ancorato alla struttura del tipico film di denuncia, ma inserisce digressioni niente affatto scontate sulla condizione della donna, con scelte di regia per sottrazione capaci di aggiungere atmosfera alle spoglie location, già perfette per il tipo di storia desolante raccontata. Gran parte della riuscita pesa sulle spalle della superstar Eugene Domingo (non a caso tributata a fine proiezione di uno degli applausi più lunghi e sinceri che storia del Far East ricordi), ma Lana è capace di tenere insieme fili narrativi che avrebbero rischiato di degenerare nella banalità retoriche di molti film simili, e di questo gli va dato atto. Barber's Tales non aggiunge niente di nuovo al genere "denuncia storica di atrocità dittatoriali", eppure è capace di lavorare sottotraccia alla creazione di un microcosmo credibile, tra paura, rabbia, delazioni e atti di eroismo quotidiano. Un risultato ragguardevole, confermato dagli esiti interessanti di altri film selezionati dalle Filippine, come gli sguardi queer dell'indie Shift, di Siege Ledesma, e del più altalenante Anita's Last Cha-Cha, di Sigrid Andrea P. Bernardo.
feff2014 kanoLontano dal podio, ma inserito nello stesso percorso di sguardo sulle atrocità passate, c'è infine il taiwanese Kano di Umin Boya. Ambientato a Taiwan durante l'occupazione giapponese conflagrata nella seconda guerra mondiale, è una classica parabola sportiva che utilizza il baseball per raccontare di integrazione e coraggio in un periodo difficile. Il film di Boya è un oggetto strano: girato quasi interamente in giapponese, con attori per la maggior parte giapponesi, ha una prospettiva piuttosto conciliante, con i giapponesi buoni e leali che arrivano in quel di Taiwan per aiutare i poveri contadinotti locali a costruire le infrastrutture necessarie alla loro  sopravvivenza. Proprio questo taglio buonista (ancor più straniante, se si pensa che è stato co-sceneggiato e prodotto dal Wei Te-sheng del lacerante Seediq Bale) permette però uno sguardo inedito sul periodo imperialista giapponese, con la lente deformante sportiva a fare da collante. In effetti Kano ha la struttura del classico film sportivo in cui una squadra inizialmente disastrosa arriva a risultati straordinari grazie a impegno e abnegazione: la riflessione politica è lasciata ai margini, sostanzialmente ininfluente, se non per il chiaro richiamo all'integrazione dei popoli. La forza della squadra Kano è infatti sfruttare le qualità fisiche delle diverse etnine che la compongono: giapponese, cinese han e aborigeni taiwanesi - cui appartiene anche il regista, al suo esordio. Il risultato è altalenante, ma il crescendo verso il Koshien può sicuramente esaltare gli appassionati di baseball.
The Eternal Zero, The Attorney, Barber's Tales e Kano sono solo quattro delle quasi sessanta pellicole presentate in questa edizione, ma riescono a portare alla luce un trend di riflessione sul passato piuttosto peculiare, sancito anche, a valle e a diverse latitudini, dall'insolito posizionamento tra i favori del pubblico del Far East. La sedicesima edizione naturalmente non si esaurisce qui. feff2014 the midnight afterIl ritorno di interesse per Hong Kong ha mostrato qualche limite: certo, lo sferzante citazionismo del fanta-horror-socio-politico The Midnight After di Fruit Chan conserva dei lampi di genio assoluto, ma arranca a livello strutturale. Unbeatable di Dante Lam è un ottimo film di genere, e Firestorm di Alan Yuen è un tornitruante assalto che mette a ferro e fuoco (letteralmente!) la città, ma nella visione hongkonghese sembra mancare ancora e sempre qualcosa - come nella sfarzosa narrazione familiare di Aberdeen dell'eterna promessa Pang Ho-cheung, che imbastisce una narrazione sproporzionata, a livello formale, rispetto alla reale portata (limitata) dell'intreccio. Peculiare che alla fine i risultati più sorprendenti vengano da commedie scollacciate e fuori controllo come 3D Naked Ambition di Lee Kung-lok e dal bambinone Wong Jing con From Vegas to Macau. La Cina - nonostante sia stata funestata da ritiri importanti dell'ultimo minuto a livello di selezione - presenta un quadro speculare. A film di genere dallo stile glaciale come Black Coal Thin Ice di Diao Yinan (già premiato a Berlino), noir dell'anima di un nero assoluto, riesce a contrapporre film inaspettati come Einstein and Einstein di Cao Baoping, che, per quanto traballante, urlato, a tratti isterico, fuori registro, conserva molti spunti dolci e insieme spietati sulla famiglia e l'arrivismo che cancellano le relazioni sociali - anche nel rapporto tra genitori e figli.
Sottotono la compagine sudcoreana. Al di là del ben congegnato bombarolo The Terror Live, di Kim Byung-woo, che però non ha elementi forti di novità, si fatica a ricordare gli altri titoli, tra le solite commediole romantiche ultracommerciali e tentativi di polizieschi convenzionali (tra cui si salva giusto l'instant remake con manie di grandeur Cold Eyes, ispirato all'hongkonghese Eye in the Sky). Molto meglio la situazione giapponese: il violento mystery The Devil's Path di Shikaishi Kazuya, la divertente commedia scolastica Hello! Junichi e persino le poche pretese dell'horror sui doppelgaenger Bilocation di Mari Asato raccontano di un'industria solida, con il solo vezzo di restare chiusa in se stessa, senza mai tentare aperture internazionali. feff2014 be my babyTra le buone sorprese sicuramente le intersezioni amorose dei giovani sfaccendati di Be My Baby, di One Hitoshi, che riesce a reggere con solo qualche sbavatura le oltre due ore, e la co-produzione globale di Fuku-chan of Fukufuku Flats di Fujita Yosuke, stralunata e surreale come nella migliore tradizione comica nipponica. Discorso a parte per il minimale Tamako in Moratorium, ritorno di Yamashita Nobuhiro, meraviglioso spaccato sulla perdita di orientamento delle nuove generazioni, che fa dell'assenza di progressione nei personaggi proprio lo snodo focale di senso. Occasione mancata invece per The Snow White Murder Case di Nakamura Yoshihiro, che tenta con qualche autoindulgenza di troppo di aggiornare all'estetica dei social network le intuizioni a incastro di Rashomon.
L'asso vincente per riscaldare i cultori dell'action più sfrenato viene quest'anno dall'Indonesia e ha un nome conosciuto e atteso, quel The Raid 2: Berandal di Gareth Evans che ha fatto gridare in molti al miracolo. feff2014 the raid 2In effetti la versione pompata all'estremo del già sconvolgente The Raid, vista su grande schermo e con le casse non timorose di sfondare i timpani, entra di diritto nell'Olimpo dei film di arti marziali definitivi. Iko Uwais e gli altri atleti prestano i loro corpi a coreografie frenetiche, in un crescendo inesausto di scontri a mani nude che saturano la visione. Da Malesia e Thailandia gli unici film selezionati non impressionano particolarmente: il malese The Journey di Chiu Keng-guan, per quanta simpatia possano suscitare i suoi protagonisti, non si discosta da un sonnacchioso film domenicale per la tv, mentre l'horror comico thai Pee Mak di Banjong Pisanthanakun strappa qualche sorriso, ma è davvero limitato quanto a trovate e appeal.
Completano la selezione i documentari di cui si è detto, in cui fanno la parte del leone Boundless di Ferris Lin, sulla factory produttiva di Johnnie To, e il bizzarro The Search for Weng Weng di Andrew Leavold, che prende a spunto il mitico Weng Weng per raccontare le Filippine in senso più ampio. Sul fronte restauri, al di là dello scontato Ozu Yasujiro di Good Morning (1959), in ogni caso sempre piacevole da rivedere su grande schermo, si apprezzano i recuperi del coreano Flame in the Valley di Kim Soo-yong (1967) e il gioioso spaccato hongkonghese di Nobody's Child (Bu Wancang, 1960), che pur tutt'altro che memorabile permette comunque un tuffo in un periodo dimenticato del cinema cantonese.




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