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Mostra del cinema di Venezia 2014

Sunday, 14 September 2014 20:44 Danilo Bottoni Festival - Report
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venezia2014 logoMentre sulla Mostra del cinema di Venezia 71 calano le prime ombre della sera, da qualche parte, sui mari lagunari, ritorno col ricordo a quanto, del lontano Est, è trascorso davanti agli occhi nei giorni precedenti...

Una smorfia di autocommiserazione mi scompone il viso al pensiero della corsa che ho fatto per riuscire a vedere One on One, l’ultimo lavoro di Kim Ki-duk. E ci sono riuscito, godendo persino della presenza dell’autore e del suo codino. Rivivo la fitta inguinale provata nel sentire il regista coreano spiegare il simbolismo nascosto sotto le immagini oscure: la ragazza rapita e uccisa, motore della storia, altro non è che la parte migliore della società coreana e dell’umanità in generale, sepolta da interessi di parte, sopraffazioni e menzogne. Provo di nuovo la noia e la sensazione di essere preso per i fondelli dal ripetersi delle situazioni (una serie di torture inflitte ai presunti colpevoli da un commando di giustizieri moralisti e amanti dei travestimenti). Ripenso al grande interrogativo che si è affacciato già dal precedente Moebius: “Kim ci è o ci fa?”
L’attracco a S. Servolo mi distoglie dal pensiero molesto e, per un attimo, quel molo mi pare la location del ristorantino sul Fiume Rosso a Hanoi, dove la protagonista di Flapping in the Middle of Nowhere soleva condividere, con l’amico travestito, pensieri ed emozioni. Non mi è dispiaciuta l’opera prima della regista vietnamita Nguyễn Hoàng Điệp, anche se mi aspettavo qualcosa di diverso da un mélo, visto che la presentazione parlava di toni horror. La piccola storia di una ragazza che, al fine di procurarsi i soldi per un aborto, si prostituisce con un cliente morbosamente attratto da donne incinte, mi è sembrata ben diretta, specialmente per il lavoro fatto sugli attori. Come opera prima dà a ben sperare.venezia2014 red amnesia Ancora migliore è l’altro titolo asiatico della Settimana internazionale della critica: The Coffin in the Mountain del regista cinese Xin Yukun. “Ecco un film degno di stare in un festival”, mi sorprendo a mugugnare. Storia originale, location pure, attori perfetti e costruzione a incastri, quasi da giallo di Agatha Christie. Un cadavere anonimo e una bara che, in un piccolo villaggio montano, trasmigrano di famiglia in famiglia in cerca di nome e sepoltura. “Un dannato gioiello e nemmeno un premio minore!” articolo a mezza voce.
La stanchezza della maratona cinematografica si fa sentire. Già: i premi, i film in concorso, e so bene che Fires on the Plain (Nobi) di Tsukamoto Shinya non avrebbe potuto vincere: troppa la sproporzione tra l’originale capolavoro di Ichikawa Kon e questo remake punk. Perché, poche storie, Tsukamoto è rimasto un maledetto punk. Suo limite e bellezza. Altro che stilizzazioni in bianco e nero. “La guerra è sangue e carne maciullata,” gridano le immagini, “per questo fa orrore!” Purtroppo, dagli anni ’80, troppo sangue e macelleria sono passati sotto i ponti delle sale cinematografiche. Non colpiscono più. Non comunicano più. Perché, però, non premiare, almeno con un premio minore, Red Amnesia di Wang Xiaoshuai? “Troppo lontana, dagli orizzonti culturali della giuria, la Rivoluzione Culturale Cinese e i suoi indigesti residui? Cosa non piaceva? Lo strano mix di generi? Un conflitto generazionale che si stenta a riconoscere in un Occidente livellato sulla giovinezza a oltranza?”
venezia2014 hill of freedomMi accorgo di avere nuovamente fatto uscire dalla bocca i miei pensieri. Cosa mi sta succedendo? Umori, fotogrammi, trame affluiscono a ondate nella testa. Sono loro a far rollare il vaporetto fermo a S. Zaccaria? Come le lettere del film di Hill of Freedom di Hong Sang-soo, i ricordi della Mostra del cinema compongono una storia disordinata che sembra quasi possedermi. Hong Sang-soo, in controtendenza col mondo, mi convince più adesso, con la sue commedie fatte di relazioni sghembe, bevute e, a volte, momenti esilaranti, rispetto ai tetri quadri degli esordi. Mi sembra più vivo, paradossalmente meno artificioso, proprio perché non si vergogna di esserlo. L’esatto opposto di quanto evoca Dearest, la cui macchinosa scrittura, nel tentativo di tenere insieme tutti i moventi, gli stati d’animo, i punti di vista dei diversi personaggi, raffredda e azzera ogni empatia con la storia. Eppure era partito molto bene, il film di Peter Chan: la coppia separata, il figlio rapito, la disperazione, la ricerca, lo smarrimento. Ottimo ritmo, taglio narrativo da thriller, scelte registiche mai banali, convincente Bo Huang nel ruolo del padre. Poi l’entrata in scena di Vicki Zhao, la madre putativa, e tutto si squaglia in un drammone confuso e approssimativo. Ma perché? E qualcuno, ho letto, vede il buono del film proprio in quell’agitarsi a vuoto. Un tempo mi sarebbe salito il sangue alla testa, ma ormai ci sono abituato. Per giudicare con imparzialità sono necessari una mente immacolata o una sfregiata da tutti i mali. Categorie rare. E la mia qual è? Scoppio in una risata fragorosa che fa trasalire una ragazza asiatica semiaddormentata – una Tang Wei dimessa.
Me la immagino così, l'attrice cinese, spossata essa stessa da tutto il girato cui Ann Hui, presidentessa della sezione Orizzonti, l’ha costretta per The Golden Era, la biografia della controversa scrittrice Xiao Hong. Anche per una regista così attenta e delicata vale la regola aurea del restare sotto le due ore. Oltre è genio o presunzione. E il primo latita. Non ce l’ho fatta a seguirla. Ho iniziato a vagare prima con lo sguardo sulla sala assopita, poi col pensiero, rimpiangendo di non essere andato a vedere Flowers of Taipei, il documentario di Chinlin Hsieh sulla rinascita del cinema taiwanese operata da Hou Hsiao-hsien ed Edward Yang. Ma io li schifo, i documentari. Così. Per puro anti-snobismo. Così come schifo i vecchi maestri del cinema che si ostinano a produrre anche quando il desiderio, ossia la forza descrittiva che li ha resi grandi in gioventù, è ormai un vago ricordo, un simulacro. Penso a Im Kwon-taek, ai suoi ottant’anni e al suo Revivre (Hwajang). Penso a quel ritratto sbiadito di uomo in bilico tra i sentimenti verso la moglie morente di cancro e la giovane collega. All’incapacità di far emozionare. “In ogni film si racconta quello che l’età ci permette di raccontare”, ha dichiarato il regista. E i suoi permessi sono scarsi, ormai.
Sono ormai arrivato alle Zattere. I venti minuti della traversata sono sembrati giorni. Mi accendo l’ennesima sigaretta e do un’ultima occhiata alla Laguna. Un vento gelido mi fa aderire il trench sdrucito alla pelle. Mi stringo nelle spalle e me ne vado, senza voltarmi indietro.


 

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