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Rotterdam International Film Festival 2014

Monday, 17 November 2014 09:55 Giampiero Raganelli Festival - Report
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rotterdam 2014 locandinaUn palmares dominato dal Far East per l’edizione 2014 dell’International Film Festival Rotterdam, la seconda con la direzione artistica ad interim di Mart Dominicus per la temporanea assenza per motivi di salute del direttore Rutger Wolfson. Il primo Tiger Award infatti è stato assegnato al film giapponese Anatomy of a Paperclip di Ikeda Akira, film del Pia Film Festival, ambientato in una piccola fabbrica di graffette, dove lavorano pochi operai realizzandole a mano piegando un filo di ferro.

Un taylorismo, o un toyottismo, artigianale in piccolissima scala, dove i lavoratori sono perennemente vessati e maltrattati da un odioso padrone. Un'atmosfera di grande squallore, fatta di persone brutte, grasse, apatiche, segnate dalla vita, in un cinema stilizzato. Tutti sembrano lobotomizzati, ricordano i personaggi di Cuore di vetro di Herzog, in stato di trance; agli attori è stato chiesto di sopprimere la recitazione. Tra di loro i dialoghi sono tra sordi e si arriva addirittura a comunicare con un linguaggio incomprensibile, inventato dagli autori del film. Ne deriva un senso fortissimo di alienazione e incomunicabilità. Un film venato di humor grottesco, sospeso tra Buñuel, Tati e il teatro dell’assurdo, che vira nel racconto fantastico: uno dei personaggi  trova una farfalla in una stanza e la lascia uscire libera. Subito dopo incontra una bella ragazza. Si suggerisce così che la ragazza sia la farfalla trasformata, riprendendo la suggestione dei bakemono, molto comuni nei racconti del folklore giapponese.
rotterdam 2014 han gong juVincitore di un Tiger Award anche il sudcoreano Han Gong-ju di Lee Su-jin, titolo che è il nome della protagonista, una ragazza costretta a lasciare il piccolo villaggio dove è cresciuta per riparare nella grande città portuale di Incheon, in cui conduce un’esistenza solitaria. Film costruito con una narrazione a incastro, che si dipana attraversi i ricordi, dolorosi, che riaffiorano a galla, per far emergere una storia di abusi sessuali.
E ancora in concorso è stato presentato il tailandese Concrete Clouds di Lee Chatametikool, che vede tra i produttori Apichatpong Weerasethakul. Ambientato a Bangkok nel 1997, l’anno del collasso dell’economia asiatica, il film segue due fratelli, il maggiore dei quali rientra in patria dagli Stati Uniti dopo il suicidio di loro padre, commesso per problemi economici. Storie di vite seguendo l’aforisma di Milan Kundera «L'unico motivo per cui la gente vuole essere padrona del futuro è per cambiare il passato».
rotterdam 2014 the great passageNutrita rappresentanza nipponica nella sezione principale Spectrum. Presentato Tamako in Moratorium, l’ultimo lavoro di Yamashita Nobuhiro, che tutti ricordano come il regista del cult Linda Linda Linda. Ancora un ritratto intimo, un’attenzione verso l’adolescenza, ma ormai il regista si è lasciato alle spalle quel cinema spensierato, e ora racconta di una ragazza apatica, ai limiti dell’hikikomori, che vive in un piccolo appartamento, dove passa il tempo chiusa in camera a leggere manga, accudita dal padre con cui vive, che fa tutto in casa. Un film raccontato seguendo il ciclo delle stagioni, come nella sensibilità orientale, e indugiando sull’esposizione del cibo. E con continui riferimenti, che arrivano dalla televisione, alla situazione politica. «Il Giappone è senza speranza» dice Tamako a suggellare il clima di depressione del film, che possiamo annoverare tra le opere del post-Fukushima. The Great Passage di Ishii Yuya, film che inizia negli anni Novanta seguendo per un decennio un gruppo di redattori, con le loro vicende umane e sentimentali, impegnati nell’impresa utopica di realizzare il dizionario giapponese definitivo. Un film sulla scrittura e sull’incapacità di esprimersi. Presentato anche Au revoir l'été, il terzo lavoro del giovane filmmaker indipendente Fukada Koji, che si fece conoscere a Rotterdam nel 2010 con Hospitalité.rotterdam 2014 au revoir l ete Il regista impone ancora il titolo internazionale in francese, in omaggio alla Nouvelle Vague e a Deridda. Il film, coraggiosamente in formato 1,33:1, racconta di una studentessa liceale che accompagna lo zio in una vacanza in un resort sul mare. Tra lunghe passeggiate sulla spiaggia, personaggi un po’ cekhoviani che trascorrono il tempo, riverberi sulla superficie dell’acqua, luminosità da dipinto impressionista, luci calde, alla Gordon Willis, il film è immerso in un’atmosfera bucolica, estiva. E tratta della scoperta di un mondo rurale, di una piccola comunità che vive di pettegolezzi, esplorata da goffi villeggianti alla Monsieur Hulot. Ma non mancano anche qui gli elementi perturbanti del Giappone odierno, un rifugiato da Fukushima, le manifestazioni contro il nucleare. Tra i protagonisti del film, come in Hospitalité, figura anche la produttrice Sugino Kiki, che era anche in giuria in questa edizione del festival. R100 è invece l’ultima follia di Matsumoto Hitoshi, il comico televisivo, che al cinema ha realizzato deliri come Symbol.  Le premesse per una nuova esperienza iperdemenziale vengono mantenute e anche superate. Nell’ambientazione di un club bondage, Matsumoto confeziona un’opera metalinguistica, dove si vede la pellicola stessa, dove i personaggi decidono la trama del film e discutono sul suo finale, tra strizzate d’occhio a Lynch, Miike, James Bond e i naziporno. E il titolo è un ulteriore gioco, alludendo a un ipotetico divieto ai minori di cento anni imposto al film da un confuso comitato di censura.
Passando alla Cina, Ai Weiwei's Appeal ¥15,220,910.50 è un documentario scomodo, dello stesso artista Ai Weiwei, che ricostruisce le fasi salienti del suo arresto e della sua detenzione, utilizzando anche interviste e inserti di riprese del processo. rotterdam 2014 lake augustDegno di nota Lake August di Yang Heng, che torna a Rotterdam dopo aver trionfato nel 2010 con Sun Spots. Come i suoi precedenti film, Heng gira nella sua natia regione dello Hunan, con i suoi paesaggi brumosi e acquatici, per ambientarvi la storia di un ragazzo che, dopo aver perso il padre ed essere stato lasciato dalla fidanzata, ripara a vivere in una casa su chiatta. Con uno stile debitore di Tsai Ming-liang, un film dalla narrazione rarefatta (il primo dialogo arriva dopo venti minuti) dove protagonista è la Cina rurale e quella dei paesaggi urbani degradati di periferia. La stasi narrativa si accompagna al paesaggio lacustre, piovoso, brumoso colto anche in atmosfere crepuscolari: l’acqua è una presenza costante. Le acque placide del lago, i canneti, le barche, il frinire dei grilli. Heng mostra una capacità notevole di costruire le immagini. Ovunque lattine e bottiglie vuote, segno di degrado, come nella bella scena di ballo dei due protagonisti, con lo sfondo la superficie del lago che si fa leggermente increspata. Altra scena magistrale è quella di un lungo movimento di macchina rivelatore che parte da un uomo con palla da basket, arriva a un ragazzo che dorme su una panchina, per tornare ai tiri a vuoto verso il canestro. Poi l’inquadratura si allarga e si focalizza sulla ragazza con la valigia che si capisce che sta partendo, scoprendo così che il luogo è una piattaforma da cui si prende il traghetto. Letters from the South è un film collettivo di sei registi asiatici di diversa nazionalità, che si occupano della diaspora cinese. Tra questi l’ultimo segmento è di Tsai Ming-liang, nato in Malesia, che torna al palazzone in cui è cresciuto. Produzione hongkongese è Once Upon a Time in Shangai di Wong Ching Po, film in bianco e nero con grandi scene coreografate di arti marziali, sullo sfondo delle lotte tra gang nella Shanghai di inizio Novecento.
rotterdam 2014 legend of china dollAncora in Spectrum il tailandese Supernatural di Thunska Pansittivorakul, ambientato in un futuristico e orwelliano stato thai, fondato su valori religiosi. Film in cui il regista riporta le stesse tematiche scomode, omosessualità, politica, dei suoi documentari. Il filippino Legend of China Doll di Adolfo B. Alix jr., basato su un soggetto di Lav Diaz, è un thriller politico incentrato su una terrorista di un gruppo filocinese. L’eccentrico Khavn, poeta, cantante e filmmaker sperimentale filippino, autore di Mondomanila, torna a Rotterdam con EDSA XXX: Nothing Ever Changes in the Ever-Changing Republic of Ek-Ek-Ek, musical fantascientifico e fantapolitico che immagina, nel 2030, la trentesima Rivoluzione EDSA, continuatrice dei moti popolari del 1986 che portarono alla caduta di Marcos.
Nella sottosezione Spectrum Shorts vanno ricordati almeno due corti abbinati nella proiezione “Two Grand Pianos”: Prologue to the Great Desaparecido, prologo di un film mai, o non ancora, realizzato di Lav Diaz, un film storico in costume; Strangers When We Meet di Kobayashi Masahiro, minimalista come nello stile del regista, che segue la vita quotidiana di una coppia.
Passando alla sezione Bright Future, dedicata a registi emergenti, abbiamo un interessante esordio alla regia per Lisa Takeba, proveniente dal mondo della pubblicità, con il demenzialissimo The Pinkie. Protagonista un dito mozzato (quasi una reminescenza di The Glamorous Life of Sachiko Hanai) di un ragazzo, per motivi di Yakuza, di cui riesce a impossessarsi la sua spasimante respinta, che lo usa per clonarlo. La dura vita del clone non sarà facile. Un film surreale, con tocchi di follia alla Miike, che ibrida lo yakuza eiga con la fantascienza, il pinku e l’animazione. Mejima opera prima di Izutani Tomonori, altra scoperta del Pia Film Festival, è incentrato su un ragazzo giapponese che lavora in una piccola macelleria,e i suoi rapporti con la comunità cinese clandestina di Tokyo, mettendo a luce il racket yakuza di manovalanza fatta di immigrati, praticamente schiavi. Il sottotesto è quello del sangue, la macelleria, l’uccisione con il coltello e le mestruazioni dell’amica prostituta, e dell’estetica della carne su cui il film indugia arrivando alla scena di sesso e seppuku tra le frattaglie. Un film sul confronto tra le due culture, giocato sul bilinguismo, a partire sempre dalla carne: si vende quella di cavallo, mangiata in Giappone, ma inconcepibile per i cinesi, ma non quella di cane, per cui vale la regola inversa. E la carne è anche un simbolo di opulenza, che la comunità cinese rivendica come proprio futuro.
rotterdam 2014 leave it for tomorrow for night has fallenIl filippino Leave It for Tomorrow, for Night Has Fallen di Jet Leyco è il racconto di un periodo buio della storia del paese, iniziato con la legge marziale imposta dal dittatore Marcos, attraverso la ricostruzione dei ricordi infantili del regista. Gli eventi famigliari nel mondo dei contadini, con episodi anche molto drammatici, i matrimoni, e il tutto con uno stile sperimentale dove il colore può virare al bianco e nero, creando geometrie in scala di grigi, con foto che si decolorano, immagini disturbate, immagini dalla diversa grana per rievocare i sistemi di ripresa dell’epoca.
Il sudcoreano Intruders è la seconda opera di Noh Young-Seok, il regista di Daytime Drinking. Ancora un elogio del bere, ancora in una remota baita, in questo film immersa in un paesaggio innevato. rotterdam 2014 intrudersÈ il rifugio scelto dal protagonista, uno sceneggiatore che crede di aver trovato un posto isolato per poter lavorare al suo script. Si troverà invece tra un gruppo di folli, e la situazione degenererà in situazioni che richiamano Misery non deve morire, Un tranquillo week-end di paura e Shining. Il regista sfodera una buona dose di black humor e sarà sempre il bere a risolvere la situazione.
Di Hong Kong è Rigor Mortis, esordio alla regia dell’attore Juno Mak, che confeziona un film che si ispira al genere jiangshi del folklore cantonese, fatto di storie di fantasmi, zombie e preti taoisti, per raccontare di un palazzo dominato da misteriose forze sovrannaturali. Juno Mak scrittura numerosi attori di Mr. Vampire e si fa produrre dal regista J-Horror Shimizu Takashi.
Da ricordare anche il film mongolo Remote Control, primo lungometraggio di Byamba Sakhya, una riflessione poetica sui sogni attraverso la storia di un ragazzo che incorpora personaggi leggendari e reali nelle sue tavole da disegno. The Songs of Rice del tailandese Uruphong Raksasad è un’elegia contadina sul ciclo del riso, elemento base dell’alimentazione, con musiche che accompagnano ogni fase della coltivazione e del raccolto.
Una delle rassegne di questa edizione dell’IFFR, era dedicata ai film finanziati dall’Hubert Bals Fund, emanazione del festival, che quest’anno ha festeggiato il venticinquesimo anno della sua costituzione. Un bilancio che vede un migliaio di progetti realizzati. Si è potuto vedere così il primo film prodotto dalla fondazione, Life on a String di Chen Kaige, regista che, leggenda vuole, andò a bussare la porta dello storico direttore Hubert Bals, ancora in vita, per chiedere il supporto del festival per completare il proprio film. E da lì nacque l’idea di trasformare questo aiuto in qualcosa di permanente. Tra i film della rassegna il cinese On the Beat del 1995 di Ning Ying, A Poet, del 2000, di Garin Nugroho.
Altre due retrospettive sono state Regained, dedicata ai lavori, documentari e non solo, che creano un ponte, un dialogo con la storia del cinema, attingendo al suo archivio patrimonio di immagini, e How to Survive..., dedicata a storie di sopravvivenza, di personaggi in lotta tra la vita e la morte. Nella prima si è potuto vedere il filippino Kamera obskura di Raymond Red, film che si avvicina al mockumentary, inventando il ritrovamento di una pellicola dei tempi del muto. Nella seconda invece il sudcoreano Secretly Greatly di Jang Cheol-Soo racconta di un commando di spie nordcoreane, infiltrate in un villaggio della Corea del Sud, che devono far fronte all’ordine di suicidio a fine missione. Un action che ha avuto grande successo al botteghino.

 

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