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Festival del film di Locarno 2014

Sunday, 30 November 2014 09:55 Giampiero Raganelli, Paolo Villa Festival - Report
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locarno 2014 logoL’ultima edizione di Locarno sarà ricordata come quella di Lav Diaz. Il regista esponente di quella nuova generazione di cinema filippino tanto acclamata ai festival, arriva alla kermesse ticinese in concorso e sbanca il festival accaparrandosi il Pardo d’oro. From What Is Before, il film vincitore, è un altro racconto del regista, in forma di lamento, della storia della nazione in una delle sue, tante, fasi drammatiche, l’oppressiva dittatura di Marcos agli albori della legge marziale. È la prima volta che Diaz viene presentato nel concorso principale di un grande festival, finora i suoi film venivano relegati in sezioni collaterali, Orizzonti a Venezia, Un Certain Regard a Cannes. E la vittoria consacra questo autore, a dispetto di chi lo ritiene indigeribile, e gratifica il coraggio della direzione di Carlo Chatrian che conferma come l’appellativo di festival libero, di cui si vanta sempre la manifestazione svizzera, non sia un semplice slogan. Premio a parte, il festival di quest’anno sarà ricordato anche per la seconda proiezione di From What Is Before, che è andata subito in sold out, con tantissima gente rimasta fuori.

locarno 2014 aliveLa parte da leone nel festival del pardo è stata quest’anno, tra i paesi asiatici, quella della Corea del Sud, che ha presentato ben due film in concorso. Alive è l’opera seconda di Park Jungbum, il regista di The Journals of Musan. Ancora un cinema della marginalità, focalizzato sui paria della società, sugli esclusi, in questo caso i lavoratori di un piccolo stabilimento, a conduzione famigliare, che produce pasta di soia. Un capitalismo famigliare dal volto disumano, che controlla tutto con telecamere nascoste. Ancora un film che funziona con un impianto metaforico: dopo il cane bianco dell’opera precedente, qui abbiamo ancora simbolismi di animali, pappagalli, polli, uova. E tutto – le aspirazioni del protagonista – degenera quando la fermentazione della soia va a male per un attacco di muffa nera. La marcescenza dei rapporti lavorativi, famigliari, sociali. L’altro sudcoreano in concorso è stato Gyeongju del regista, di origine cinese, Zhang Lu. Una storia in stile Hong Sang-soo che vede protagonista un docente coreano che insegna in un’università cinese, che torna in patria per un funerale, per poi recarsi nell’antica città di Gyeongju, dove vorrebbe rivedere un dipinto. Il quadro si rivelerà come un MacGuffin per giustificare un viaggio in una cultura panasiatica, dove le conversazioni dei personaggi evidenziano le derivazioni comuni di tanti aspetti delle civiltà coreana, cinese e giapponese. Le arti marziali, la cerimonia del tè, i dipinti erotici come gli shunga giapponesi, il creare un legame tra Gyeongju e la storica città giapponese di Nara, i simbolismi dei fiori, gli antichi cumuli funerari – mostrati come soffocati da tralicci e manufatti moderni –, la poesia ermetica degli haiku accostata ai componimenti  dell’autore cinese Feng Zikai. Per arrivare alla modernità del karaoke, e alla cultura alimentare. Il protagonista, un coreano che vive in Cina, mangia il giapponese natto. E, nella foto che fa con le giapponesi, userà la parola ‘kimchi’ con lo stesso scopo di ‘cheese’, cioè per ricreare un labiale che sembri un sorriso. Un viaggio che inizia con una morte, e dove non si tacciono i conflitti tra queste civiltà pur culturalmente imparentate. La signora giapponese si scusa verso i coreani per i crimini commessi, storicamente, dal suo popolo nei loro confronti. E alla fine tutto si chiuderà con un tè.
locarno 2014 the iron ministryIn concorso anche The Iron Ministry, tipico cinéma du réel del filmmaker statunitense J.P. Sniadecki, un viaggio sui treni cinesi, tra paesaggi di palazzoni anonimi, passeggeri ammassati in bagno, bagagli accatastati, circoli di fumatori e giochi d'azzardo tra una cabina e l'altra, mercati ambulanti di macellai e verdurai, pavimenti come immondezzai, ferro e carne, discussioni politiche e pareri casuali, risultato di riprese durante tre anni nella rete ferroviaria più estesa del mondo. Insomma, alla fine si tratta di un lodevole documentario negli intenti un po' inquinato dalla evidente parzialità del punto di vista adottato e da qualche ricerca di virtuosismo visivo che lascia il tempo che trova in un contesto come quello scelto, tra scaracchi per terra e grigiore diffuso. E purtroppo per lui, per riuscire ad arrivare a essere quel che vuole essere - ovvero un Wang Bing non cinese - gli manca completamente l'empatia con quello che sta filmando. Notevole sì, ma non troppo.
In Cineasti del presente presentato il sudcoreano A Fresh Start di Jang woo-jin, al suo primo lungometraggio. Si tratta di un racconto adolescenziale che vede protagonista una coppia di ragazzi in fuga, a seguito di una gravidanza indesiderata. Il viaggio li porterà a sprofondare, in una lunga sequenza finale, nei meandri di un complesso di grotte, vagando tra stalattiti e stalagmiti. Un film che si rivela intrigante per la spontaneità della narrazione, lo stile fatto spesso di macchina a mano e inquadrature sghembe.locarno 2014 song from the north Song from the North è un montaggio di immagini della Corea del Nord, tra riprese fatte dalla regista sudcoreana Yoo Soon-mi, filmati di repertorio, scene di spettacoli, canzoni, film popolari: manifestazioni di un paese anacronistico. Un film che deve la sua riuscita allo straordinario materiale utilizzato. Exit di Chienn Hsiang è una coproduzione Taiwan/Hong Kong, un ritratto di una donna sola che, alla soglia della menopausa rimane disoccupata e senza altro da fare che accudire la suocera scorbutica e ricoverata in ospedale. È là che si materializza un giorno un uomo completamente ingessato a seguito di un brutto incidente, e incapace di esprimersi e nutrirsi, con il quale la protagonista finisce paradossalmente per sperimentare i pochi barlumi di umanità e affetto che le rimangono possibili. Tra il grigio palazzone dove la donna abita e la camera di ospedale, il tran tran va avanti monotono, finché l’uomo non si sveglia. Un lavoro di ottima messa in scena, incardinato sulle idiosincrasie urbane che hanno abitato il cinema di Tsai Ming-liang, tanto che a tratti nella figura dell’incidentato sofferente sembra di rivedere lo Hsiao Kang di The River.
Men Who Save the World del malese Liew Seng Tat, già autore del bel Flower in the Pocket, è  ambientato in un villaggio in cui un gruppo di uomini si mette in testa di spostare a spalla dalla foresta una casa di legno, in occasione del matrimonio della figlia di uno di loro. Va tutto bene, finché l’immigrato africano che si è rifugiato nella casa per sfuggire alla polizia non viene scambiato per un misterioso demone, gettando nel subbuglio la comunità. Tra uomini neri, sparizioni di cammelli, e altri strani fatti che vengono attribuiti  alla nefasta influenza della casa da muovere, il film si fa satira e metafora della realtà malese, lavorando sul labile confine tra superstizione e stupidità con garbo e simpatia, e interpolandovi i temi della paura del diverso e della religione, pur senza brillare per stile.
locarno 2014 hold your breath like a loverChi scende è invece il cinema giapponese, fra tutte le sezioni del festival, era rappresentato da un unico film: decisamente un record negativo. Peraltro neanche di un autore affermato. Trattasi di Hold Your Breath Like a Lover, il film di diploma di Igarashi Kohei alla Tokyo University of the Arts, presentato per Cineasti del presente. Si tratta di un’opera di fantascienza distopica, ambientata il 30 dicembre del 2017, in un Giappone che si prepara a celebrare i Giochi Olimpici a Tokyo, evento dalla carica simbolica, già usato nella fantascienza nipponica, si pensi all’anime Akira, portatore di ricordi cruciali della storia del paese: le Olimpiadi di Tokyo del 1964 servirono al paese per ridarsi credibilità internazionale dopo la guerra, dopo che nel 1940 l’evento sportivo era stato tolto al paese del sol levante a causa dello scoppio della guerra. Per Igarashi riferirsi all’evento sportivo significa quindi demarcare le inquietudini cui dà voce, quelle di un paese che sta tornando a dotarsi di un esercito regolare, in luogo delle forze armate con sola funzione di autodifesa istituite dall’occupazione americana. Il film è tutto ambientato nei corridoi di un impianto di incenerimento, un’opera claustrofobica intrisa di alienazione, dove si percepisce l’opprimente presenza militare. Se le atmosfere ricordano vagamente Tarkowski, la qualità cinematografica non si allinea alle attese suscitate da ritmi e ambientazioni, e il film risulta più che altro debitore della saga dei Battle Royale.
Nella Semaine de la critique va ricordato il film cinese On the Rim of the Sky, opera prima di Xu Hongjie, ambientato in un villaggio sperduto del Sichuan, situato oltre il bordo di una scogliera che si può risalire solo per mezzo di liane. Il film segue l’unico maestro della scuola locale e un forestiero il cui arrivo scombussolerà l’esistenza degli autoctoni abituati all’isolamento dal mondo esterno.
Fuori concorso il documentario The Dossier, opera prima di Zhu Rikun, che segue la scrittrice indipendente tibetana Tsering Woeser, portatrice delle istanze del suo popolo, ma purtroppo lo fa cercando di compiacere le aspettative del pubblico occidentale abituato a sentir parlare di minoranze nella Repubblica Popolare sempre da profilo della contrapposizione e del martirio autoindotto, prima che per le ragioni vere e proprie del disagio (e quando appare per un momento la controversa figura di Ai Weiwei, forse più provocatore che attivista politico, le cose sembrano prendere una piega un po’ sospetta). Va inoltre citato il documentario francese Parole de kamikaze, le memorie di un veterano di guerra novantenne, Hayashi Fujio, coinvolto nella prima operazione di kamikaze. Regia di Sawada Masa, il produttore francese di Suwa Nobuhiro.
Li Han-hsiangNella sezione di tributi e retrospettive Histoire(s) du cinéma, è stato fatto un omaggio a Li Han-hsiang, regista mandarino, maestro del genere classico delle huangmei diao, opere cinesi con danze popolari solitamente incentrate su struggenti amori di corte, che non era ancora stato fatto oggetto di riscoperta in Occidente, a differenza di tanti suoi colleghi come King Hu, la cui carriera si è intrecciata con quella di Li: entrambi hanno cominciato come attori, hanno lavorato per la Shaw Brothers per poi riparare a Taiwan. Ora anche per Li Han-hsiang è giunto il momento della giusta rivalutazione, partita dalla massiccia retrospettiva della Hong Kong Film Archive all’Hong Kong International Film Festival. E Locarno risponde con quattro opere: il classico  The Kingdom and the Beauty con la stupenda Linda Lin Dai, le storie di fantasmi del film collettivo a episodi Four Moods, il melò The Winter, l’erotico, di fine carriera, Legend of Lusts.
Tra i premi speciali del festival, il Premio Raimondo Rezzonico, riservato a produttori indipendenti e illuminati, è andato a Nansun Shi, figura chiave del sistema produttivo hongkongese, presidente e cofondatrice, insieme al marito Tsui Hark, della Film Workshop, cui si devono, tanto per fare qualche esempio, gli A Better Tomorrow, gli Infernal Affairs, gli Once Upon a Time in China e i Detective Dee.

 

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