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Berlinale 2014

Tuesday, 06 May 2014 00:00 Giampiero Raganelli Festival - Report
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berlinale 2014 posterPer una volta cominciamo dalla retrospettiva. Nel difficile equilibrio che i grandi festival operano tra retrospettive e concorsi – in genere le prime possono compensare l’eventuale debolezza dei secondi, o al contrario, rappresentare un ornamento se ci sono film in competizione molto forti – la Berlinale, pur nell’estrema variabilità del livello delle sue prime visioni, si segnala per rassegne sempre molto ben curate e di notevole spessore scientifico. Così è stato per Aesthetics of Shadow – Lighting Styles 1915-1950, che ha presentato una selezione di quaranta film per tracciare una storia sugli stili di illuminazione e sull’utilizzo creativo delle ombre nelle cinematografie hollywoodiana, europea e nipponica, evidenziandone le influenze reciproche.

La retrospettiva parte dall’intrigante saggio del 2013 Aesthetics of Shadow – Lighting and Japanese Cinema di Miyao Daisuke dell’Università dell’Oregon. Saggio che "illumina" le estetiche dell’ombra (kage no bigaku) nella storia del cinema giapponese. Il discorso sull’ombra, spiega l’autore, emerge prepotentemente nella metà degli anni Trenta, come riflesso del dibattito culturale suscitato dalla pubblicazione del Libro d’ombra di Tanizaki. Se il cinema, nota Miyao, è un’arte fatta di luce e ombra, la prima era predominante fino a quel periodo, in ossequio al motto del padre del cinema giapponese Makino Shozo: «La chiarezza in primo luogo, la storia in secondo» (Ichi nuke, ni suji). Dopodiché però il direttore della fotografia Midorikawa Michio, a capo della Nihon Eiga Kameraman Kyokai, arrivava a dire: «Dobbiamo osservare la bellezza delle ombre che appare con grazia nell’armonia dell’arte giapponese». Midorikawa era peraltro allievo di Henry Kotani, che è stata un trait d'union tra Hollywood e cinema giapponese. Kotani si è visto, da attore, nella retrospettiva berlinese, nel film americano The Typhoon (1914) di Reginald Barker, storia d’amore e spionaggio con influssi kabuki, con protagonista un diplomatico giapponese a Parigi, interpretato  dal divo giapponese di Holywood Hayakawa Sessue. Ritroviamo Kotani, dall’altra parte della macchina da presa, come assistente alla fotografia in The Cheat (1915) di Cecil B. DeMille, sempre con protagonista Hayakawa, film in cui viene sperimentata l’illuminazione Lasky, o chiaroscuro alla Rembrandt.berlinale 2014 light of compassion Tecnica che, insieme a quella dei tre punti luce, l’operatore porterà in Giappone, richiamato dalla Shochiku di Kamata, facendone ampio uso nel suo film da regista Light of Compassion (1926). Passati nella retrospettiva berlinese anche due esempi di quelli che Miyao classifica come "street film": Crossways (1928) di Kinugasa e That Night’s Wife (1930) di Ozu, film tradizionalmente visti come influenzati dall’espressionismo tedesco, il primo, e dalla cultura americana, il secondo. Miyao li accomuna invece, dal suo punto di vista, più al film tedesco Tragedy of the Street (1927) di Bruno Rahn per la visione dello spazio urbano. Proiezioni comparate anche di cappa e spada americani, The Mark of Zorro (1920) di Fred Niblo con Douglas Fairbanks, con jidaigeki, An Actor’s Revenge (1935-36) di Kinugasa, per evidenziare quanto i secondi abbiano assimilato dai primi, nell’ottica di esaltare non tanto più i soli combattimenti quanto i divi di un emergente star system. Così per il popolarissimo Hasegawa Kazuo/Hayashi Chojiro, che nel film di Kinugasa interpreta tre ruoli, la Shochiku ideò un innovativo sistema di illuminazione combinando i tre punti luce con le tecniche del teatro kabuki. Anche il genere bellico divenne l’occasione di sperimentare estetiche dell’ombra e dell’oscurità. berlinale 2014 five scoutsCosì in Five Scouts (1938) di Tasaka Tomotaka, il direttore della fotografia Isayama Saburo cattura più le ombre dei soldati, nella loro routine, che i loro volti, quando non fa invece dei close-up degli stessi, illuminati dall’alto – la tecnica di Shangai Express – truccati per evitare riflessi. All’opposto l’operatore James Wong, in Air Force (1943) di Howard Hawks, esalta le facce degli eroi di guerra, con luci di tonalità spente.
La Shochiku è stata quindi la grande protagonista di questa Berlinale. Ha presentato anche il suo ultimo restauro in digitale di un film a colori di Ozu, Late Autumn (1960), facendo rivivere quella tavolozza di colori pastello, quella morbidezza, quella delicatezza di tinte che il grande autore aveva utilizzato per illustrare una delle sue classiche storie famigliari, incentrate sui matrimoni da combinare, vedove, vedovi, figlie e scapoli da maritare. E la storica casa di produzione nipponica ha portato anche un omaggio, nell’ambito della sezione Forum, a Nakamura Noboru, costituito da tre opere, Home Sweet Home (1951), When It Rains, It Pours (1957) e The Shape of Night (1964). Il primo è un classico shomingeki, su di una famiglia, con il padre interpretato da Ryu Chisu, tra incomprensioni generazionali, e sforzi per mantenere le figlie nelle loro ambizioni artistiche. Il secondo è ancora un racconto di un microcosmo famigliare dove sembra che gli errori dei padri si ripercuotono sulle generazioni successive, condannate a rivivere quegli stessi errori. Il terzo è una storia di prostituzione, di amore, paura e compassione, in una scintillante fotografia notturna, illuminata a giorno dalle luci al neon della città.
berlinale 2014 the little houseE la Shochiku è stata anche protagonista del concorso del festival, cui ha partecipato con The Little House, ultimo film del grande maestro Yamada Yoji. Quasi un involontario compendio della storia del cinema nipponico visto nelle retrospettive alla Berlinale. Attraverso il racconto in flashback successivi, Yamada racconta di una cameriera che ha servito per tanti anni in una casetta dai tetti rossi, su una collina. Una storia famigliare negli anni Trenta/Quaranta, dove tornano situazioni viste tante volte nel cinema di Ozu, i matrimoni combinati e i rapporti d’amore, il paese in fase di modernizzazione e industrializzazione. Dove però entra in scena anche quello di cui nel cinema gendaigeki dell’epoca non si poteva parlare, cioè della guerra in Cina, delle atrocità dell’esercito imperiale, dei massacri a Nanchino. Visti dal punto di vista giapponese, alterato, dell’epoca, ma corretti nella verità scomoda poi dai personaggi nel presente. Yamada traccia un affresco storico intriso di nostalgia, ancora un mondo crepuscolare, dopo quello dei samurai, rievocato in flashback, ma senza negare l’orrore che quel mondo celava. E la Berlinale premia la protagonista Kuroki Haru come miglior attrice.berlinale 2014 black coal thin ice Un palmarès che peraltro ha visto trionfare il film cinese Black Coal, Thin Ice, di Diao Yinan al suo terzo lungometraggio, un noir ambientato in desolate città minerarie, un thriller materico che fa sprofondare, personaggi ma anche pubblico, nella fanghiglia, in un caos di nevischio, terriccio, ghiaccio, carbone. Sempre cinesi altri due film del concorso, Blind Massage di Lou Ye, No Man’s Land di Ning Hao. Il primo racconta di Ma, non vedente dall’infanzia, e del suo gruppo di amici ciechi, ed è un’esplorazione dei loro sogni e ambizioni nella Cina moderna. Il regista, utilizza attori non vedenti e cerca di rendere, come un’esperienza sensoriale, le loro percezioni ed emozioni. Il secondo, del regista di Mongolian Ping Pong, è un road movie nel deserto, concepito come omaggio a Sergio Leone, un film di paesaggi desolati e un viaggio interiore del protagonista, metafora di una società fuori controllo.
La sezione Panorama Special ha contenuto alcune tra le opere orientali più rilevanti del festival. The Midnight After di Fruit Chan, viaggio in autobus con un gruppo variegato di passeggeri, che si ritrova in una Hong Kong notturna misteriosamente deserta, ma sempre scintillante. Fruit Chan, nel suo ritorno all’horror, spinge l’acceleratore sulle iperboli visive e folli, ma al centro rimane sempre la città-stato, fulcro di buona parte del suo cinema. L’ex colonia britannica è protagonista anche di That Demon Within di Dante Lam, una torbida police story, dalla morale ambigua, che vede protagonista un poliziotto che ha, senza saperlo, donato il sangue salvando la vita al boss di una gang brutale, che cercherà di sgominare per placare la sua coscienza. Journey to the West è l’ultima prova di uno Tsai Ming-liang sempre più incline a sperimentare, che consiste in una camminata per le strade di Marsiglia di un monaco buddista, che poi è il suo feticcio Lee Kang-sheng, che si muove a una velocità lentissima, appena percettibile. Opera meditativa e mesmerica che, in definitiva, vuole mettere in parallelo ascetismo e vita concreta, Oriente e Occidente, due velocità, due filosofie di vita diverse.
La ricchissima sezione Panorama vera è propria ha visto una gran quantità di opere di svarianti paesi asiatici. The Rice Bomber, del taiwanese Cho Li, segue le gesta di Ru, coraggioso contadino che, con le sue proteste contro il neoliberismo, l’omologazione agricola e la World Trade Organisation, è diventato un eroe popolare a Taiwan.berlinale 2014 ice poison Ice Poison è un film del regista birmano che si firma con lo pseudonimo Midi Z, prodotto a Taiwan dove si è trasferito per studiare cinema. Un racconto della situazione politica del suo paese d’origine, tra povertà, corruzione e alienazione. Il giapponese Homeland di Kubota Nao è l’ennesima opera del post-Fukushima, raccontando di Jiro, un ragazzo che torna nel suo villaggio, evacuato perché nella zona contaminata attorno alla centrale, per coltivare il riso, incurante delle radiazioni, compiendo così un lento suicidio. 2030 del vietnamita Nguyen-Vo Minh è un film a suo modo post-apocalittico, ambientato in un futuro prossimo dove il Vietnam del Sud è stato sommerso dal mare. Quick Change del filippino Eduardo Roy, Jr. è una docufiction incentrata sul personaggio transgender di Dorina, che promette ai suoi clienti l’istantanea bellezza femminile attraverso vestiti eccentrici e sgargianti e iniezioni di silicone in guance, capezzoli, labbra. Dalle Filippine anche Unfriend di Joselito Altarejos, storia di amore gay all’epoca dei social network. Il sudcoreano Night Flight di LeeSong Hee-il è la storia dell’incontro di tre vecchi compagni di scuola, sullo sfondo di spazi urbani anonimi, che diventerà un conflitto tra bullismo e omosessualità svelata. The Night del giovanissimo cinese Zhou Hao racconta, con un’intensità che è stata riconosciuta come genettiana, di un incontro notturno tra due anime perdute, un ragazzo e una ragazza, entrambi professionisti del sesso.
Anche la sezione Forum è stata particolarmente florida di autori inediti ed esordienti. Due le opere che hanno spiccato. Una è un film birmano restaurato, del 1972, Tender are the Feet di Maung Wunna. Si tratta di un film dalla straordinaria potenza metalinguistica, nel raccontare una storia d’amore tra il percussionista di un gruppo di danza tradizionale con la ballerina della stessa formazione artistica, in procinto di diventare attrice cinematografica. berlinale 2014 formaL’altra è A Dream of Iron, del sucoreano Kelvin Kyung-kun Park, che prosegue il suo percorso sul metallo, con una docufiction/love story dai risvolti sciamanici, dove a prevalere è lo sfondo materico, industriale, la catena di montaggio, fatto della lavorazione dell’acciaio, di scintille e combustioni. Tra le altre opere di Forum Forma, della regista giapponese esordiente Sakamoto Ayumi, è la storia di due donne che si ritrovano, la cui amicizia degenererà nel corso del film, rivelandosi un thriller dall’incedere lento. Shadow Days è un film del regista cinese Zhao Dayong, storia del ritorno di una coppia al loro villaggio d’origine, sperduto in un ambiente estremo di montagna, dove la storia è rimasta ferma all’epoca di Mao. Non-Fiction Diary è un film sudcoreano che indaga sullo sfondo sociale di efferati delitti seriali avvenuti negli anni Novanta, con gli assassini che rivendicarono di odiare i ricchi. Un film impietoso sul rampantismo di una società appena uscita da una dittatura militare. Sudcoreano anche 10 Minutes di Lee Yong-seung che racconta di un giovane, di estrazione sociale umile, nel suo degradante percorso in un mondo lavorativo gerarchico e disumano. Di Singapore invece la regista Tan Pin Pin che, in To Singapore, with Love, incontra i dissidenti che vivono da esuli lontano dalla piccola repubblica asiatica, cui non possono mai più tornare neanche come ceneri dopo la morte. In Forum presentato anche Snowpiercer, anche se non si capisce come possa essere finito qui un film di un regista affermato come Bong Joon-ho.

 

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