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Trento Film Festival 2016

Friday, 17 June 2016 10:32 Armando Rotondi Festival - Report
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Trento Film Festival 2016Numerosa la presenza asiatica nelle varie sezioni del Trento Film Festival, la grande kermesse dedicata alla cinematografia di montagna giunta alla sua 64° edizione, svoltasi dal 28 aprile all’8 maggio 2016. La Cina il paese più rappresentato con ben quattro pellicole. Si parta da  Himalaya: Ladder to Paradise (2015) di Han Xiao e Liang Junjian. Si tratta di uno splendido documentario che porta lo spettatore nel monastero di Rongbuk, a pochi chilometri dalla cima dell’Everest. Un monastero che è il tempio più alto al mondo, ma che vede la presenza di un solo monaco, Agusta Sanjay, che vede l'Everest come l'incarnazione di Dakini, colui che vive lontano dal caos del mondo.

Sempre in ambientazioni tibetane, si svolge lo splendido Paths of the Soul (2015) di Zhang Yang. Il regista segue il cammino di duemila chilometri di undici tibetani per giungere alla città santa buddista di Lhasa. È un viaggio che dura due mesi e si sviluppa come un rituale mantrico che li porta a inginocchiarsi fino a terra a ogni passo che compiono, mostrando una forza e una potenza spirituale che diventa anche potenza della pellicola.
Co-produzione sino-francese è Behemot (2015) di Zhao Liang, che si sofferma sulle contraddizioni della regione centrale della Mongolia divisa tra paesaggi di immane bellezza, miniere di carbone e l’aggressiva politica edilizia cinese. Il regista usa riferimenti a Dante e alla Divina Commedia, ai gironi infernali, e al mostro biblico Behemot per descrivere la vita dei minatori della regione.
Xu Hongjie è, invece, regista di On the Rim of the Sky (2014), prodotto da Cina e Germania, film che ci riporta in un’ambiente fuori dal mondo (come era anche il monastero di Rongbuk), nello specifico nel villaggio di Gulu, che ospita una minuscola comunità che vive abbarbicata sui monti della provincia cinese del Sichuan. Un paradiso e una comunità chiuse in se stesse che vedranno drammatici cambiamenti all’arrivo di un elemento esterno (il giovane Bao Tangto che si ferma per aiutare il maestro Shen nell’unica scuola del villaggio).
Dalla Corea del Sud viene My Love, Don’t Cross That River (2014) di Jin Moyoung, presentato in concorso. Jin Moyoung realizza una pellicola toccante, tenera, straziante, che segue la vita di una coppia di coniugi che vive inseparabile da 76 anni. L’uomo, Jo Byongman, ha ormai 98 anni ma ha ancora sufficienti energie per trasportare fino a casa la legna per alimentare il camino. Sua moglie Kang Gyeyeul è di 9 anni più giovane e continua a cucinare tre pasti al giorno per suo marito. Pur nella loro veneranda età, non hanno mai spesso di giocare e di divertirsi insieme. Di essere felici. Ma più passa il tempo, più Byongman vede le sue energie scemare e fa sempre più fatica ad alzarsi dal letto. Gyeyeul rimane spesso assorta a fissare in silenzio il ruscello che scorre e si prepara all'ultimo saluto. 
Di produzione nepalese Drawing the Tiger (2015) di Amy Benson e Ramyata Limbu e Sherpa (2015) di Jennifer Peedom, in co-produzione australiana. Nel primo, girato nell’arco di ben sette anni, gli autori seguono gli sforzi compiuti da una famiglia nepalese, abituata a vivere con meno di un dollaro al giorno, per uscire da una situazione di estrema indigenza, e l’improvviso cambio di prospettive per il futuro quando la figlia riceve una borsa di studio per Kathmandu. In Sherpa, invece, Jennifer Peedom si interroga sui rapporti umani e professionali che intercorrono tra alpinisti occidentali e sherpa, partendo dalla rissa del 2013 a seimila metri tra un gruppo di scalatori europei e sherpa. Questo primo interesse, tuttavia, prende una piega diversa, quando, mentre segue la stagione alpinistica sull’Himalaya nel 2014, si ritrova a documentare il terribile incidente che ha portato alla morte di 16 sherpa (18 aprile 2014).

 

 

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