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Sitges International Film Festival 2016

Monday, 28 November 2016 11:57 Armando Rotondi Festival - Report
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Sitges International Film Festival 2016Giunto alla 49a edizione, il Sitges International Film Festival è, per gli amanti del cinema asiatico di genere, una miniera quasi inesauribile per quantità, tale da sopperire a qualche problema organizzativo del festival, nonostante l’accreditamento della FIAPF tra le rassegne che contano a livello mondiale. Si pensi al rapporto con la stampa, non sempre preciso, e la mancanza di una parte sociale, come i party per gli addetti ai lavori, una componente glamour, ma necessaria nella creazione di un network professionale.

Nonostante queste  sbavature, il programma della rassegna non si può definire altro che immenso. Tra gli obiettivi degli organizzatori, vi è anche quello di diffondere e promuovere il cinema asiatico in Spagna e in Europa.
Terraformars (2016)Si parte dalla sezione competitiva che ha visto tre big del panorama Far East come Kurosawa Kiyoshi con Creepy (Giappone, 2016), un ritorno al film di tensione e terrore puro, Miike Takashi e il suo Terraformars (Giappone, 2016), che dimostra, ancora una volta (ed è un peccato dirlo di un maestro come Miike), che  i giapponesi hanno problemi nel trasporre manga e anime in pellicole live-action “digeribili”, e Park Chan-wook che, con Handmaiden (Corea del Sud, 2016), si è portato a casa il premio del pubblico – mentre il riconoscimento per la miglior pellicola è andato allo statunitense Swiss Army Man, con Daniel Radcliffe.
La presenza asiatica non si esaurisce con i tre suddetti big, ma vede altre pellicole di indubbio appeal: l’ormai giù cult Train to Busan di Yeon Sang-ho (Corea del Sud, 2016) e, dello stesso regista, con due pellicole in gara quindi, il vicino a essere cult e gustoso film di animazione Seoul Station (Corea del Sud, 2016), zombie movie di sicuro successo.
Culto, e sorprendentemente non premiato come miglior film, The Wailing (Corea del Sud, 2016) di Na Hong-jin, opera preceduta dalla sua fama, complessa e magnifica, che porta il suo regista, alla terza fatica, a essere incluso senza dubbio tra i big del festival. Ancora dalla Corea del Sud Karaoke Crazies di Kim Sang-chan (2016), thriller di difficile classificazione sulla “perversione” coreana, per dir così, per il karaoke.
Dal Giappone viene Otomo Keishi, presente al festival, come anche Miike, per presentare il suo Museum (2016), che, invece con maggiore spessore rispetto all’insostenibile fantascientifico Terraformars, adatta il manga di Tomoe Ryousuke con protagonista un serial killer dalla maschera di rospo.
Spazio anche alla Malesia con Interchange di Dain Iskandar Said (2016), thriller contemporaneo che vira su elementi soprannaturali, rituali e mistici che prendono le mosse dallo sciamanesimo e dalla tradizione.
L’Asia, e in particolare il Giappone, è presente anche nella competizione per i cortometraggi con l’animazione Pigtails di Itazu Yoshimi (2016) e Until We Meet Again di Okabe Tetsuya (2015). L’altra sezione corti, Brigadoon, vede invece il brevissimo, appena 4 minuti, Woolf of  Vengeance di Higuchi Masakatsu (Giappone, 2016).
Shin Godzilla (2016)La legione asiatica, già cospicua, cresce in maniera esponenziale con le sezioni non competitive del Festival.
Solo tra le proiezioni speciali troviamo: Gantz:O di Kawamura Yasushi (Giappone, 2016), al debutto nella regia cinematografica, con una pellicola di animazione spettacolare dal manga di Oku Hiroya; The Mermaid di Stephen Chow (Cina, 2016), una sicurezza e dallo stile inconfondibile, capace di mescolare con un tocco chiaro e identificativo comicità e action (in chiave comica e, qui, a tratti davvero sanguinolenta); Shin Godzilla della coppia Higuchi Shinji e Anno Hideaki (Giappone, 2016), maestro degli effetti speciali il primo, senza bisogno di presentazioni il secondo, quasi una risposta tradizionale giapponese al tentativo hollywoodiano di Godzilla.
Non finisce qui. Sitges International Film Festival è una miniera inesauribile. Davvero inesauribile. Passiamo quindi alla sezione Orbita.
Tanta Corea del Sud con ben quattro pellicole: The Age of Shadows di Kim Jee-woon (2016), spionaggio e azione nella Corea occupata dai giapponesi; Intimate Enemies di Im Sang-soo (2015), un altro big che firma qui una commedia nerissima; The Tiger di Park Hoon-jung (2016), film epico che si svolge ancora durante l’occupazione giapponese; The Tunnel di Kim Seong-hun (2016).
Consistente anche il numero di produzioni cinesi. Con Mr Six (2015), il regista Guan Hu propone un gangster movie già presentato a Venezia. La co-produzione con Hong Kong, invece, Operation Mekong di Dante Lam (2016), ospite gradito e annunciato solo a festival iniziato, guarda invece al triangolo d’oro della droga.
Da Hong Kong arriva Three di Johnnie To (2016), film teso, essenziale e complesso insieme, realizzato in puro stile To e accompagnato da un documentario, The Weaving of a Dream: Johnnie To’s Vision & Draft di Ferris Lin (2016), sulla sua realizzazione che, nella descrizione della preparazione del piano sequenza della sparatoria e della tecnica attoriale scelta per gli interpreti, è da far saltare dalla sedia in applausi (cosa successa effettivamente durante la proiezione della pellicola). Sempre da Hong Kong c'è anche Trivisa (2016) del terzetto composto da Frak Hui, Jevons Au e Vicky Wong, che si soffermano su tre interpretazioni del concetto buddista di “trivisa”, delusione, rabbia e avidità, in tre storie criminali nella Hong Kong del 1997, anno del ritorno alla Cina.
Ultimo film asiatico della sezione, Headshot di Timo Tjahjanto e Kimo Stamboel (Indonesia, 2016), vede come protagonista l’artista marziale Iko Uwais e si pone quindi sulla scia dell’action tutto calci e coreografie.
Antiporno (2016)Sitges ospita sempre almeno una pellicola di Sono Sion. E così è stato anche quest’anno nella sezione Noves Visions con Antiporno (Giappone, 2016): un film brevissimo, dalla storia estremamente semplice se ci si pensa attentamente, ma decostruita, decomposta e narrata con una complessità che chiama in causa numerose forme espressive. Cinema, teatro, body theatre, danza, metacinema, metateatro si mescolano nell’opera di Sono.  Ad Antiporno si affianca il precedente The Whispering Star (2015). Sono Sion è anche protagonista del documentario The Sion Sono di Oshima Arata (2016), che si avventura nel complesso mondo del regista giapponese durante le riprese di The Whispering Star.
Ancora dal Giappone, nella stessa sezione, Nagai Akira con If Cats Disappeared from the World (2016) e While the Women are Sleeping (2016) con Kitano Takeshi diretto da quel regista complesso (e ormai apolide) che è Wayne Wang, di Hong Kong ma statunitense di formazione, qui in produzione giapponese, ma basatosi, in questa storia di ossessione, su un racconto dello scrittore spagnolo Javier Marias.
Kurosawa Kiyoshi, già in competizione, presenta anche la co-produzione con Francia e Belgio e un cast internazionale di Le secret de la chambre noire (2016), prima pellicola diretta fuori dai confini giapponesi.
Dearest Sister (2016)Il poliedrico artista filippino Khvan de la Cruz (regista, poeta, cantante, compositore e altro), ospite del festival in un Q&A, vede in sezione il suo Alipato – The Very Brief Life of Ember (Filippine/Germania, 2015), film bizzarro, una commedia con elementi di cannibalismo e le ossessioni visive del suo autore.
Interessante Dearest Sister di Mattie Do (Laos, 2016) per una serie di ragioni. È  il secondo film della regista, ma anche il secondo horror puro di produzione laotiana, genere nato recentemente proprio per mano di Mattie Do, che è anche la prima donna regista della piccola tradizione cinematografica del paese, che con Dearest Sister vede il suo trentesimo film prodotto nella sua intera storia.
La rassegna continua con Panorama Fantastic e anche qui ancora Asia con il giapponese Assassination Classroom 2: Graduation di Hasumi Eiichiro (2016) e il film collettaneo sudcoreano Horror Stories III (2016) con episodi di Baek Seung-bin, Kim Sun, Kim Gok e Min Kyu-dong.
Il Giappone non poteva mancare nella sezione dedicata all’animazione, Anima’t, con 4 pellicole su 9 in programma. Si va dal classico, per stile e storia, The Anthem of the Heart di Saito Shunsuke (2015) all’ultima fatica di uno dei nomi forti del lungometraggio animato odierno, Your Name di Shinkai Makoto (2016), passando per il nuovo film della serie di One Piece (One Piece: Gold di Miyamoto Hiroaki, 2016) e per una vera e propria chicca come Momotaro, Sacred Sailors (1945) di Seo Mitsuyo.
Sitges International Film Festival, come detto, non prevede una sezione glamour ufficiale, ma, alle feste serali che caratterizzano altre kermesse (essenziali per creare un network tra operatori, artisti e giornalisti), preferisce le maratone notturne che, a partire da mezzanotte o dall’una, procedono per 7 ore con un unico biglietto e film no-stop. Così in Midnight x-treme, si ritrovano i tre giapponesi Karate Kill di Mistusake Kurando (2016), pellicola che pone l’accento sul trash e sulla exploitation,  Sadako vs Kayako di Shiraishi Koji (2016), regista specializzato in cinema di genere che riunisce qui la mitologia di The Ring e di Ju-On, e Higanjima: Vampire Island di Tanigaki Kenji (2016), secondo film tratto dal manga di Matsumoto Koji.
Artist of Fasting (2016)In Seven Chance, Artist of Fasting di un maestro come Adachi Masao (Giappone-Corea del Sud, 2016), che regala un opera strana, una trasposizione di Kafka nel Giappone contemporaneo sotto forma di commedia dell’assurdo. Sempre in questa sezione anche lo scontato e poco avvincente The Silenced (Corea del Sud, 2015), tra studentesse, scene alla Carrie e Arancia meccanica, esperimenti, supersoldati, per un insieme indigesto.
Una presenza asiatica quantitativamente impressionante e anche qualitativamente alta, in linea generale, per un festival da grandi numeri che potrebbe benissimo essere considerato una kermesse di cinema del Far East, ma che in realtà, considerando le produzioni europee, world cinema e latino-americane, per non dire quelle statunitensi, vede triplicare il numero dei film in programma.

 

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