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Casa Asia Film Festival di Barcellona 2016

Friday, 10 February 2017 11:45 Armando Rotondi Festival - Report
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Casa Asia Film Festival 2016Ci sono voluti un paio di mesi per metabolizzare l’enorme programmazione del Casa Asia Film Festival di Barcellona dello scorso novembre 2016. Per scrivere un report completo della kermesse sarebbero necessarie pagine e pagine di commento – quasi un secondo catalogo, se non più lungo – per una delle migliori rassegne di cinema asiatico che abbia potuto vedere in anni, organizzata da Casa Asia sotto la direzione artistica di Menene Gras Balaguer.


Pensiamo innanzitutto ai numeri. Se si considera solo l'est asiatico, sono 47 pellicole provenienti da realtà cinematografiche maggiori (Giappone, Corea, Cina, Hong Kong), ma anche da Paesi meno forti come Vietnam o Cambogia. Se poi guardiamo alla programmazione in genere, e consideriamo le pellicole provenienti da tutta l’Asia (dall’Iran all’India, passando per Kazakhstan, Afghanistan e altri) e dalla vicina Oceania, il Casa Asia Film Festival cresce ancora.
La Corea del Sud viene prescelta per il film di apertura ufficiale – l’apertura è stata preceduta da alcuni giorni di programmazione, quasi un aperitivo – Dong-ju: The Portrait of a Poet (2016) di Lee Joon-ik, biopic  in bianco e nero del grande poeta coreano, morto in giovane età, simbolo intellettuale e identitario coreano durante l’occupazione giapponese nella Seconda Guerra Mondiale. Un film interessante che arriva al Casa Asia dopo aver raccolto allori in giro per vari festival e in patria.
Coreane anche due pellicole presentate nella selezione ufficiale – vinta dall’afgano Mina Walking di Yosef Baraki – con il thriller storico, lunghissimo, Assassination (2015) di Choi Dong-hoon e il dramma Yourself and Yours (2016) di Hong Sang-soo. Assassination rappresenta un period drama su intrighi e complotti nella Corea occupata dai giapponesi, un prodotto sicuramente ben confezionato, ma anche paradossalmente piatto e pretenzioso (il paragone immediato è con Lussuria – Seduzione e tradimento di Ang Lee, che in fondo tratta della stessa cosa in prospettiva di Cina occupata), ma che dà, per lo meno, un ruolo diverso dal solito alla Gianna Jun di My Sassy Girl. Yourself and Yours, già presentato al festiva di San Sebastian, conferma lo stile narrativo idiosincrasico e de-costruito di Hong Sang-soo, da quell’oscuro oggetto del desiderio ante-litteram.
Dream LandDalla Cambogia, in concorso, arriva l’opera prima da regista Steve Chen (nato a Chicago), Dream Land (2015), proiettata anche a Locarno e, subito dopo il Casa Asia, anche a Torino. Nella pellicola si sente il background del regista, architetto e designer, che mette in scena la contrapposizione tra una Cambogia in evoluzione, anche urbanistica, una Phnom Penh finalmente anche mostrata a tratti ricca e benestante, e la provincia – in questo caso una località di mare – dove la modernità ancora non è arrivata.
Sempre in concorso l’indonesiano I am Hope (2016) di Adilla Dimitri, dramma sentimentale, rapporto artistico e familiare tra padre e figlia, malata, e la speranza di un ultima creazione insieme. Una protagonista, Tatjana Saphira, di rara bellezza.
Due le pellicole in concorso per il Giappone, la prima a firma del maestro Kurosawa Kiyoshi che,fino a poco tempo fa, avremmo detto non necessitare presentazioni. Ma Journey to the Shore (2015), già a Un Certain Regard di Cannes 2015, è un dramma  romantico che può far storcere il naso a chi è abituato al Kurosawa oscuro, psicologico (anzi psicanalitico), ma che deve accettare che Kurosawa è anche questo: un fantasma che appare, lo prendiamo a mo’ di esempio, ma che non fa più paura. Mipo O è l’atro giapponese in gara con Being Good, un dramma che guarda alla precarietà e alle contraddizioni della società giapponese, partendo, come ovvio, dall’ambiente scolastico, soffermandosi sulla discrepanza tra la formalità della superficie visibile e la realtà di abusi che si cela sotto.
Difficile parlare del malese Redha (2016) di Tunku Mona Riza. È l’opera prima da regista della cineasta di Kuala Lumpur, già attiva come produttrice e distributrice. È un film moralmente ambizioso (sensibilizzare sull’autismo), ma anche un flop commerciale forte che potrebbe minare i futuri progetti della regista. E sarebbe un peccato. Non restano quindi che i festival.
Motel MistIl co-sceneggiatore del celebre Last Life in the Universe (2003), Prabda Yoon, dirige e presenta Motel Mist (2016), produzione tailandese surreale, tutta in un camera di albergo dove le fantasie erotiche possono prendere vita, ma diventano anche metafora del senso di alienazione e solitudine dell’esistenza.
Forte di premi raccolti in diversi festival, incluso Berlino, arriva il taiwanese Thanatos, Drunk (2015) di Chang Tso-chi, dramma di tematica omosessuale, complesso, bellissimo, forte, che segue i personaggi senza coordinate fisse, ma in accordo con il loro ritmo e la loro vita. Peccato non abbia vinto.
Il vietnamita Yen’s Life (2015) di Dinh Tuan Vu, anch’esso forte di premi sia in patria che fuori, è invece una mirabile pellicola che, attraverso la storia di Yen, a dieci anni sposa di Hanh (nove anni) per accordi tra genitori, riflette sulla condizione femminile nel Vietnam prima del 1945.
Non convince la prima produzione cinese, il film collettivo-episodico Beautiful 2016 (2015) firmato da Jia Zhangke, Alec Su, Stanley Kwan e dal giapponese Nakata Hideo. Diverso invece il discorso per Paths of the Soul (2015), meravigliosa pellicola di Zhang Yang, viaggio visivo, spirituale, totale. Un film impressionante, che mozza il fiato, come ho già scritto in occasione della proiezione al Festival di Trento, e sono contento che il Casa Asia abbia assegnato a Paths of the Soul un meritatissimo premio per la fotografia.
La Sezione Panorama pure vede una nutrita componente del Far East con alcuni film di indubbio interesse. Si pensi al coreano The Throne (2015) di Lee Joon-ik, che abbiamo visto essere presente anche con la pellicola di apertura, e che qui regala un rigoroso film in costume, o a A Tale of Three Cities (2015) da Hong Kong per la regia di Mabel Cheung, altro period drama (romantico questa volta) durante l’occupazione giapponese di mezza Asia.
Ormai datato quasi tre anni, ma fa nulla poiché si tratta di un piccolo capolavoro, il filippino Esoterika Maynila (2014) di Elwood Perez, opera bizzarra, fuori dai parametri del buon film, del film ben fatto o di buon gusto.
Il malese Train Station (2015) di Xaviier Agudo e Ryan Bajomas è un progetto di collaborazione internazionale, seconda produzione CollabFeature, in cui si alternano in realtà ben 40 registi.  
Interessanti anche il tailandese The Island Funeral (2015) di Pimpaka Towira e il vietnamita Yellow Flower from the Green Grass (2015) di Victor Vu, sicuramente tra i più noti registi vietnamiti (metà americano) dalla ormai consolidata e lunga carriera. Ma è sicuramente Seven Letters (2015) di Eric Khoo il pezzo veramente pregiato della sezione, nonostante il film del grande cineasta di Singapore sia ormai in giro da qualche tempo: le lettere d’amore per Singapore sono sincere, personali, ma allo stesso tempo guardano al cuore e alla storia della città-stato asiatica, alle sue tensioni, generazioni e identità.
Si apre in maniera strana la Discoveries Section del Festival, ovvero con The Wailing (2016) di Na Hong-jin, un film che più che essere una scoperta, è davvero un lavoro che non necessita di nessuna presentazione, tanto è riuscita a imporsi di fronte alla critica, al pubblico e nell’immaginario collettivo tra i migliori film (se non il migliore) asiatici del 2016.
Detto questo, nella sezione si alternano pellicole filippine (An Kubo sa Kawayanan di Alvin Yapan, 2015), tailandesi (Snap di Kongdej Jaturanrasmee, 2015), cinesi (gli splendidi Jia di Liu Shmin, 2015 e The Dog di Lam Can-zho, 2015) e di Hong Kong (il collettivo Ten Years, 2015).
Battle of SurabayaVorrei però spendere qualche parola sul film indonesiano della Discoveries Section: Battle of Surabaya (2015) di Aryanto Yuniawan è un’entusiasmante pellicola di animazione, un’opera di avventura fresca, bella visivamente, un notevole sforzo produttivo, e un lavoro sicuramente da promuovere.
Nella sezione speciale, due presenze giapponesi: 2045 Carnival Folklore (2015) di Kato Naoki, opera che lascia perplessi, pretenziosa all’inverosimile; il commovente – e sicuramente tra i migliori visti al festival – Pecoross’ Mother and Her Days (2013) di Morisaki Azuma, regista vecchia scuola (ha quasi 90 anni), che adatta un manga autobiografico di Okano Yuichi, storia di un rapporto tra un figlio e una madre affetta da demenza senile, ritratta nella loro quotidianità tra momenti divertenti e altri di profonda tristezza.
L’horror finalmente arriva per mano malese con Vere Vashi Ille (2015) di M.S. Prem Nath, e lo fa con una stori di magia nera e zombie mangiauomini. Scene forti. E l’horror, con l’Asia, non deve mai mancare.
Tre le presenze cinesi, prima dell’invasione da parte di Singapore: il lunghissimo e complesso Look Love (2015) di Yun Ye, il documentario The Rocking Sky (2016) di Chang Chao-wei, e El Jardin de las Flores del Melocotonero (2016), produzione cinese ma in realtà diretta dai catalani Oriol Martines e Enric Ribes.
Noli Me TangereE, come preannunciato, l’invasione di Singapore nella sezione speciale: prima 5 to 9 (2015), stravagante film collettivo firmato internazionalmente da Tay Bee Pin, Miyazaki Daisuke, Vincent Du e Rasiguet Sookkarn, che raccontano differenti storie in differenti città d’Asia che hanno luogo dalle 5 alle 9 del pomeriggio durante la finale in TV della Coppa del Mondo di Calcio 2014 tra Germania e Brasile; quindi la vera e propria retrospettiva – forse eccessiva nella sezione proiezioni speciali, e più da inserire tra le scoperte – del cineasta  indipendente Sherman Ong con 7 tra corto e mediometraggi, per lo più della serie Motherland (ma molto bello è I Want to Remember, 2011).
La retrospettiva ufficiale del festival è invece dedicata ai classici del cinema filippino. Cinque grandi film: Damortis (1982) di Briccio Santos; Ginauhow Ako, Ginagutom Ako (1977) di Quin Baterna; Pagdating Sa Dulo (1971) di Ishmael Bernal; Turumba (1981) di Kidlat Tahimik; e il kolossal, classico tra i classici, Noli me tangere (1961) di Gerardo De Leon, artista nazionale delle filippine.

 

 

 

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