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SPECIALE Far East Film Festival 2018

Sunday, 29 April 2018 13:02 Stefano Locati Festival - Report
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Far East Film Festival 2018A Udine si festeggiano i primi venti anni di Far East Film Festival. L'edizione 2018 ha offerto un irrobustimento del numero di pellicole, rispetto all'anno precedente, con una qualità media rassicurante, ma con pochi picchi e sorprese. Partiamo dalla fine: il premio del pubblico al sudcoreano 1987: When the Day Comes di Jang Joon-hwan, bissato anche nel voto dei pass Black Dragon, conferma la tendenza a premiare un cinema retorico, affetto da sindrome di grandeur, che sceglie temi importanti, socialmente ineccepibili, ma li esplora facendo leva su facili sentimenti manichei.

In effetti i premi degli ultimi anni sono praticamente sempre andati a film di facile presa emotiva, caratterizzati tutti da una messa in scena accattivante e furba, spesso proprio sudcoreani (A Melody to Remember nel 2016, Ode to My Father nel 2015, How to Use Guys with Secret Tips nel 2013, Silenced nel 2012). 1987: When the Day Comes si inscrive pienamente in questo tracciato. Il film del pur bravo Jang Joon-hwan (Save the Green Planet, 2003) sceglie un tema importante, in modo convinto e sentito - gli intrighi e i problemi del paese nella sua tortuosa strada verso la democrazia, alla vigilia delle Olimpiadi che avrebbe ospitato l'anno successivo, nel 1988. Lo snodo centrale è l'opposizione tra il regime dittatoriale di Chun Doo-hwan, il cui braccio armato è la temibile polizia anti-comunista, e studenti universitari, preti cattolici e semplici cittadini che vi si opponevano. L'appiglio storico sono le manifestazioni del giugno 1987 che videro la partecipazione di milioni di coreani e portarono alla fine del regime. Jang Joon-hwan racconta i retroscena che portarono a quelle manifestazioni, scegliendo di prendere di petto l'argomento nel seguire i personaggi storici chiave, piuttosto che figure laterali - come fatto ad esempio nell'altrettanto retorico A Taxi Driver (Jang Hun, 2017), sul massacro di Gwangju del maggio 1980 a opera dell'esercito. Il cuore di Jang, che cullava questo progetto da anni, batte all'unisono con i rivoltosi, ma calca così tanto la mano sui buoni sentimenti e tratteggia i "cattivi" in toni talmente caricaturali da trasformare gli eventi in una favoletta melensa, evitando qualsiasi problematizzazione storica.


One Cut of the Dead (2018)In controtendenza, il secondo gradino del podio va invece all'inusuale commedia-horror giapponese One Cut of the Dead, di Ueda Shinichiro, a cui il selezionato pubblico presente in sala (era una proiezione di mezzanotte) ha riservato una fragorosa standing ovation. Il film può accontentare sia gli amanti di effettacci ed exploitation, con una veloce premessa che segue una scalcagnata troupe sul set di un film low budget di zombie, che i teorici delle riflessioni del cinema su sé stesso, con un sapiente gioco di riprese multiple che continuano a cambiare la prospettiva su quanto visto fino a quel momento. Senza prendersi troppo sul serio, One Cut of the Dead dimostra come sia possibile rimanere freschi e vitali anche con pochi mezzi, perfetto contraltare al rigore patinato di 1987: When the Day Comes. Al terzo posto della classifica del pubblico si posiziona il costoso divertissement action-storico di Ryoo Seung-wan, The Battleship Island, ambientato alla fine della seconda guerra mondiale. Ryoo sfrutta il contesto storico per un giocattolo a incastri pulp che trova il suo meglio nelle enfatiche scene corali, gestite con maestria.


La novità dell'edizione 2018 del festival è l'istituzione di una giuria con il compito di assegnare un premio - il Gelso Bianco - alla migliore opera prima o seconda, una scelta positiva, che se anche snatura parzialmente le premesse del festival come vetrina per il cinema popolare ritagliato sui gusti del pubblico, riequilibra le sorti del palmares. I giurati erano Albert Lee, produttore di Hong Kong, Peter Loher, produttore statunitense, e Massimo Gaudioso, sceneggiatore e regista italiano. Hanno scelto un piccolo film coreano, Last Child di Shin Dong-seok, articolato sguardo sulle conseguenze della morte di un giovane che stava cercando di salvare un amico dall'affogare. I tre protagonisti, i genitori del ragazzo morto e il ragazzo che si è salvato, sono osservati con acume e rispetto, senza mai calcare la mano sul loro dolore, creando un crepitante senso di attesa intorno ai non detti che li perseguitano.


Cloud of Romance (1977)Al di là dei premi, la ventesima edizione prosegue in una formula sempre in bilico tra ripetizione del modello iniziale (finestra sui grandi blockbuster asiatci e sul cinema popolare migliore) e tentativi di rinnovamento - come la sezione di documentari o quella, ancora a metà, di China Now, con film di ricerca o sperimentali più classici. Purtroppo non è ancora il momento dell'atteso ritorno a retrospettive più sostanziose e nutrite: gli anni dei Nikkatsu Action, della Shin Toho, di Chor Yuen o di Ishii Teruo sembrano lontanissimi - e se ne sente una gran mancanza. Erano un momento fondamentale e irripetibile di riscoperte e fascinazioni. L'omaggio a Brigitte Lin, dopo la retrospettiva più nutrita presente all'Hong Kong International Film Festival, è utilissima per i recuperi dei film taiwanesi Outside the Window (1973) e Cloud of Romance (1977), o per rivedere su grande schermo capolavori come Hong Kong Express (Chunking Express, 1994) e pietre miliari del cinema hongkonghese come Red Dust (1990), Bride with White Hair (1993) e Dragon Inn (1992), ma rimane un'operazione monca, che avrebbe potuto osare di più, ad esempio portando più film del periodo taiwanese.


The Scythian Lamb (2017)Sul fronte dei film recenti, fortunatamente, non mancano le ottime sorprese. La selezione giapponese è probabilmente la più incalzante. Oltre al già citato One Cut of the Dead, sono sicuramente da tenere in considerazione Mori: The Artist's Habitat di Okita Shuichi, strampalato ritratto di un anziano artista eremita, chiuso nella sua casa-giardino insieme all'irresistibile moglie; The Scythian Lamb di Yoshida Daihachi, commedia amara sul piano di ricollocazione di ex detenuti in un piccolo villaggio; The Name di Toda Akihiro, riflessione su identità e legami famigliari a geometria variabile in tempo di crisi; Tremble All You Want di Ooku Akiko, commedia romantica che gioca amabilmente con gli stereotipi del genere e riesce a scovare variazioni divertenti; su un piano leggermente inferiore, ci sono anche Side Job. di Hiroki Ryuichi, presentazione laterale dell'esistenza di una donna sullo sfondo della crisi di Fukushima, e The Blood of Wolves di Shiraishi Kazuya, truculento omaggio agli yakuza eiga degli anni Settanta. A deludere un po' è Zeze Takahisa, che con The 8-Year Engagement si arena in una storia di amore e malattia girata bene, ma priva di elementi di redenzione, specialmente quando affida la risoluzione alla memoria digitale dei telefonini.


Steel Rain (2017)Il contingente più cospiquo è comunque quello proveniente dalla Corea del Sud. Qui le cose vanno meno bene: se ci sono film interessanti, come il citato Last Child, il resto della selzione è più altalenante. The Outlaws di Kang Yoon-sung è la solita commedia di gangster arcigna, basata sulla recitazione ostentata dei protagonisti; Forgotten di Jang Hang-jun è un horror-polpettone altamente indigesto, così come Gonjiam: Haunted Asylum di Jung Bum-shik, stanco esponente del filone found footage; The Running Actress di Moon So-ri è un tentativo divertito e irriverente di auto-analisi, per l'attrice, che unisce tre cortometraggi in un lungo gradevole, ma derivativo; Steel Rain di Yang Woo-seok e A Special Lady di Lee An-gyu sono infine thriller ben costruiti, ma recalcitranti - il primo sul solito pericoloso intrigo tra Nord e Sud, il secondo su una rete di ricatti a fine di estorsione, che mettono in campo una messa in scena curata e laccata, ma osano davvero poco. Spiace non essere riusciti infilare tra le visioni Little Forest di Yim Soon-rye, tratto da un manga giapponese, da cui erano già stati tratti due delicati film nel 2014-2015.


City of Rock (2017)Le notizie portate dalla selezione cinese e sino-hongkonghese sono da decifrare con attenzione. Continua la grande progressione del cinema commerciale cinese, che ogni anno migliora sia nella padronanza della messa in scena che nel coraggio della scrittura. Anche in commedie tutto sommato di routine come City of Rock di Da Peng e Never Say Die di Song Yang e Zhang Chiyu si intravedono guizzi di follia e invenzioni degne di nota; la prima è un caustico roller-coaster su un poco omogeneo gruppo di rocker che tenta di salvare una gigantesca statua-chitarra dalla distruzione, il secondo è un più classico film di scambio di corpo tra un pugile e una giornalista, che pur non evitando gli irritanti cliché sui gender, inanella una serie irresistibile di gag, dimostrando una padronanza sicura dei tempi comici. Wrath of Silence di Xin Yukun è un sorprendente noir con storia a incastri, premiato da ambientazioni rurali-siderali, che pur eccedendo nel finale (quell'esplosione della montagna è davvero un pugno in un occhio), rimane uno straordinario studio di personaggi in situazioni estreme, con una scrittura attenta sia al protagonista che ai suoi oppositori. Rimangono una garanzia Ann Hui (Our Time Will Come) e Sylvia Chang (Love Education), mentre Feng Xiaogang con Youth dimostra di essere abbastanza smaliziato per un film che parte dal periodo della Rivoluzione culturale per costruire una fiaba sul maoismo perduto. Se Operation Red Sea di Dante Lam è un tornitruante rincorrersi di esplosioni, è comunque superiore al pur interessante trionfatore del botteghino Wolf Warrior II di Wu Jing, segnato da una retorica ingombrante. Tra i film in costume, Brotherhood of Blades II: The Infernal Battlefield di Lu Yang rimane più vitale, pur tra evidenti difetti, rispetto a The Legend of the Demon Cat di Chen Kaige, che al di là di qualche gustosa invenzione visiva non riesce mai a coinvolgere fino in fondo. Ancora in alto mare invece la fantascienza pseudo-filosofica dell'esordiente Zhang Lin-zi, che con Transcendent mostra troppe ambizioni e molta confusione nel comparto narrativo, con tre storie intrecciate su una genia di replicanti che vorrebbero essere metafora di ricordi e desiderio umani.


Bad Genius (2017)Tra le cinematografie "minori", non convince molto la selezione dalle Filippine: The Portrait di Loy Arcenas, musical storico tratto da una piece di pluriennale successo in patria, è un disastro inenarrabile dall'appeal davvero infinitesimale, mentre l'esordio del veterano Raya Martin nel cinema commerciale con Smaller and Smaller Circles, tratto da un romanzo di successo locale, rimane privo di mordente per tutta la durata, insabbiato in archetipi vetusti. Dalla Tailandia, Bad Genius di Nattawut Poonpiriya ha dalla sua una recitazione fresca e un ritmo incalzante, nel raccontare gli imbrogli scolastici di un gruppo di giovani, ma l'horror The Promise di Sophon Sakdaphisit si perde subito in stanche ripetizioni di persecuzioni fantasmatiche, utilizzando le conseguenze della crisi economica del 1997 solo come blando pretesto.


Il vietnamita The Tailor di Buu Loc Tran e Kay Nguyen è una commediola innocente sulla figlia di una sarta che impara ad amare i vestiti tradizionali grazie a un salto nel futuro, quando può vedersi da anziana, reso insopportabile da una retorica nazionalista esplicitata dalla canzoncina di accompagnamento. Il noir malese Crossroads: One Two Jaga di Nam Ron ha delle ambizioni autoriali, ma si esaurisce in un giro a vuoto che si limita a primi piani sequenziali e l'uso di otturatore a palla. Anche la commedia nostalgico-musicale di Singapore Wonder Boy, di Dick Lee e Daniel Yam, un ritratto della gioventù travagliata della superstar Dick Lee, disperde tutto il suo potenziale in drammi esacerbati e una costruzione dubbia dei personaggi, per finire in una deprecabile comparsata del cantante stesso che si esibisce al pianoforte. Resta Taiwan, la cui selezione privilegia la carineria da botteghino piuttosto che la qualità: Take Me to the Moon di Hsieh Chun-yi è un contorto "ritorno al passato" di un musicista insoddisfatto dalla sua vita che torna all'adolescenza nel tentativo di salvare un'amica suicida; All Because of Love di Lien Yi-chi è una commedia romantica con una partenza esplosiva, grazie a trovate estemporaneo-fracassone nella presentazione dei personaggi, che però si incaglia in un intreccio di routine che si sgonfia progressivamente; On Happiness Road di Sung Hsin-yin è un simpatico ritratto generazionale animato, che ha un piglio nostalgico-fantastico sulla vita di una ragazza che ricorda la sua infanzia, ma la formula è reiterata troppo a lungo e in tutta la seconda parte ripete senza pudore il già detto.

Far East Film Festival si conferma una vetrina sul migliore cinema popolare asiatico, organizzato con profluvio di passione da Sabrina Baracetti e Thomas Bertacche, un evento piacevole che si dimostra accattivante più della somma della qualità delle selezioni. Per il futuro rimane da scegliere la strada da intraprendere verso la maturità (se ad esempio si sceglie o meno una deriva verso film d'essai o di ricerca, come è stato tentato qui e là). E soprattutto si spera nel ritorno reale delle retrospettive e in una riorganizzazione coerente delle sezioni collaterali, magari a discapito dei film più deboli della selezione ufficiale.


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