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Lychee International Film Festival 2018

Wednesday, 03 October 2018 09:15 Armando Rotondi Festival - Report
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Lychee International Film Festival 2018Alla sua seconda edizione – che raddoppia con l’inaugurazione e alcune proiezioni a Madrid e la chiusura presso la Filmoteca de Catalunya e altri eventi a Barcellona presso il Cinema Verdi – il Lychee International Film Festival è cresciuto per numeri, qualità e copertura mediatica. Completamente dedicato a produzioni da Cina, Hong Kong e Taiwan, lo abbiamo seguito negli appuntamenti barcellonesi, dal 14 al 21 settembre 2018. The Great Buddha+ (2017) di Huang Hsin-yao ha vinto il premio come miglior pellicola e miglior regista, Qi Xi ha vinto per la migliore interpretazione in Bitter Flowers (2017) di Olivier Meys, mentre il riconoscimento del pubblico è andato a On Happiness Road (2017) di Sung Hsin-yin.

The  Great Buddha+ è una pellicola nerissima che al Lychee International Film Festival colleziona consensi, da aggiungere ai numerosi altri premi che ha già vinto, tra cui quello principale al Taipei Film Festival e le 10 nominations e i 4 allori ai Golden Horse Awards, oltre a essere stata selezionata come la pellicola rappresentante Taiwan a concorrere per gli Oscar. Una sua vittoria al festival di Madrid/Barcellona era quindi abbastanza annunciata. Come pure prevedibile è stato il riconoscimento del pubblico a On Happiness Road, delizioso film di animazione, che aveva vinto un analogo premio – insieme a quello per la pellicola di animazione per l’appunto – ancora una volta  al Taipei Film Festival.
Molte altre le pellicole in gara, alcune di un certo interesse, come The Widowed Witch (2017) di Cai Chengjie, opera già trionfatrice a Rotterdam e che qui avrebbe meritato qualcosa. Si tratta di un film complesso sia tecnicamente – con uso di colore e predominante bianco e nero – che per  contenuti, con una storia dal taglio antropologico che piacerebbe a studiosi di folklore e di antropologia della performance come Richard Schechner (o, pensando al passato, a Victor Turner). Interessante anche Dragonfly Eyes (2017) di Bing Xu, anche questa vincitrice di un precedente prestigioso premio come il FIPRESCI a Locarno: una breve pellicola di suspense – appena 81 minuti – e di basso budget realizzata attraverso l’utilizzo di immagini di videosorveglianza per narrare la storia Qing Ting, donna che pratica per diventare una monaca buddista. Di qualità non inferiore sono il misterioso The Wrath of Silence (2018) di Xin Yukun e The Foolish Bird (2017) di Huang Ji e Otsuka Ryuji, già presentato con successo alla Berlinale, mentre decisamente più convenzionale – e a tratti deludente – Father to Son (2018) di Hsiao Ya-chuan, nonostante il buon riscontro ottenuto precedentemente al festival di Taipei.
Proiezione speciale, invece, per l’intenso documentario Twenty Two (2015) di Guo Ke, che, nonostante i tre anni passati dalla sua uscita ufficiale, conferma di essere un film importante, dedicato al dramma delle comfort women cinesi durante l’occupazione giapponese della Cina nella Seconda Guerra Mondiale. Twenty Two si pone come un ulteriore tassello in un puzzle cinematografico che abbraccia diversi Paesi – come Corea e Cambogia – che, attraverso lo schermo, portano avanti un progetto di memoria storica legata allo stesso tragico evento, quello delle comfort women.
Di ottimo livello anche la sezione retrospettiva del festival – pur con pellicole ben note al grande pubblico. L’anno scorso era stata dedicata a Xu Haofeng, quest’anno si opta per un periodo con Love in the 90s e un totale di sei  film: Vive l’amour (1994) di Tsai Ming-liang, Il banchetto di  nozze (1993) di Ang Lee, Eighteen Springs (1997) di Ann Hui, Dust in the Wind (1986) di Hou Hsiao-hsien, Suzhou River (2000) di Lou Ye, e Comrades: Almost a Love Story (1996) di Peter Chan.



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