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Himalaya Film and Cultural Festival 2010

Monday, 28 June 2010 00:00 Armando Rotondi Festival - Report
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KagbeniUna piccola rassegna, ma di grande fascino, per scoprire una terra mistica e lontana. Questo è The Himalaya Film & Cultural Festival, organizzato dalla Santsang Productions e presentato prima a Londra, tra il 28 gennaio e il 12 febbraio 2010, e quindi alla Filmhouse di Edimburgo, dal 14 al 22 maggio. Si tratta di una vera e propria celebrazione della cultura che fa capo alla catena montuosa più alta del mondo tramite conferenze, mostre fotografiche e, ovviamente, film. Sebbene gran parte delle pellicole presentate, in special modo a Londra, siano di produzione indiana, un buon numero proviene anche da paesi di nostro interesse. Si parte da Eric Valli, regista e fotografo francese, con il suo Himalaya (1999), co-produzione nepalese-francese uscita anche in Italia, di grande impatto visivo e candidata all’Oscar. Un dramma umano, come definito nella presentazione del festival, immerso in paesaggi maestosi, a 5.000 metri altezza. Un dramma umano che mostra la crescita di Passang, giovane destinato a diventare capo, dopo la morte del padre e dopo la sfida che suo nonno, il vecchio capo Tinlé, lancia all’ambizioso Karma: guidare egli stesso la carovana di yak che ogni anno trasporta il sale. Sempre dal Nepal, Kagbeni (2007) di Bhusan Dahal, presente alla manifestazione e protagonista di un incontro con il pubblico. La sua prima fatica è un film di viaggio, quello di Krishna con il suo amico Ramesh, che mette in evidenza l’intrusione della modernità in un mondo arcaico e magico. Stessa produzione per il documentario di Lucy Walker Blindsight (2006): la regista prende le mosse dalla scuola per ciechi di Lhasa, l’unica del Tibet, per soffermarsi su sei giovani non vedenti locali che scalano il lato nord del Monte Everest. Una pellicola, insomma, su un impresa che sembra impossibile, ma che, alla fine, ha successo nonostante le mille difficoltà affrontate.
The CupDal Buthan abbiamo due opere del lama Khyense Norbu: lo splendido The Cup (Phörpa,1999), opera prima del regista, inscena la stravagante vicenda, in uno sperduto luogo nel nord dell’India, di due ragazzi pazzi per il calcio e costretti in un monastero tibetano durante i mondiali francesi del 1998; il seguente Travallers and Magicians (2003) è film in cui si mischiano voglia di occidente, tradizione butanese e tibetana, road movie e misticismo.
Cinese è, invece, Kekexili: Mountain Patrol (2004) di Lu Chuan. Si tratta di un spettacolare dramma di sfondo ambientalistico, vincitore del premio della giuria al Tokyo International Film Festival 2004, che descrive le vicende di coraggiosi tibetani e della loro lotta per prevenire la caccia selvaggia e illegale dell’antilope tibetana presente a Kekexili, la più grande riserva faunistica della Cina. In co-produzione Cina-Giappone Tian Zhuangzhuang presenta Delamu (2004), documentario che ripercorre le antiche e pericolose vie del commercio che passano sulla catena himalayana attraverso Tibet, Nepal e Bhutan. Una pellicola che mischia sapientemente interviste alle popolazioni locali a immagini paesaggistiche di enorme suggestione.
Himalaya - Where Wind DwellsDalla Corea del Sud arriva Himalaya, Where the Wind Dwells (2009) di Jeon Soo-il, già presentato al Karlovy Vary International Film Festival. Interpretata da Choi Min-sik, è la commovente storia di Kim, uomo d’affari coreano in preda alla depressione, che parte per il Nepal per portare le ceneri di Sham, un immigrato illegale morto in un incidente stradale, al suo villaggio natale, Annapurna.
Tibetano-canadese, infine, è il mediometraggio documentario Shining Spirit (2009). Diretto da Karen McDiarmid, è il “viaggio” di Jamyang Yeshi, cantante tibetana, che lascia nel 1998 la sua natale provincia di Amdo, in Tibet, per raggiungere in esilio Dharamsala, quindi il Canada, senza poter tornare in patria e senza poter far ascoltare alla famiglia le sue composizioni. Shining Spirit nasce proprio da questa ultima necessità di rendere partecipe i familiari del proprio lavoro.
A queste pellicole si aggiungono le molte di produzione indiana, ma anche pakistana e afghana, tra cui spicca il classico Kahmir Ki Kali (1964) di Shakti Samantha con Sammi Kapoor e Sharmila Tagore. In conclusione The Himalaya Film & Cultural Festival è una kermesse di grande interesse, che ha riscontrato un buon successo ed è stata ben pianificata sia dal punto di vista delle pellicole presentate che per la attività collaterali quali incontri con registi, ma anche studiosi. Una prima edizione che ci si augura non sia l’unica, ma che sia seguita da molte altre.

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