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Rotterdam International Film Festival 2010

Monday, 01 March 2010 00:00 Armando Rotondi Festival - Report
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È sempre difficile fare un resoconto esauriente e allo stesso tempo non prolisso di un festival, in particolare se si tratta di una kermesse navigata e importante come l’International Film Festival Rotterdam, giunto alla sua 39° edizione e che, anche quest’anno, ha dato ampio spazio alla cinematografia asiatica. Le cosa che conviene maggiormente è dividere questo resoconto a seconda delle varie sezioni della manifestazione, dando una breve panoramica sulle pellicole presentate.
MiyokoSi parta dalla competizione ufficiale per il Tiger Awards. Qui abbiamo cinque film in gara provenienti dal Sud-Est asiatico. Dal Giappone provengono Autumn Adagio (Fuwako no Adagio, 2009) di Inoue Tsuki e Miyoko (Miyoko Asagaya kibun, 2009) di Tsubota Yoshifumi. Nel primo caso, ci troviamo di fronte a un’opera in cui viene raccontata la storia di Suor Maria, una monaca giapponese, che inizia a sentire la perdita di vitalità e di giovinezza, a causa dall’avanzare dell’età. La pellicola vede come protagonista la cantante Shibakusa Rei, che ritrae la protagonista in maniera molto convincente, pur non essendo una professionista, con grande sensibilità, in particolare nelle scene in cui Suor Maria suona l’organo in chiesa, e mostrando come le emozioni inizino a fare breccia nella sua vita. Miyoko si basa, invece, sulla vita del mangaka Abe Shinichi, dagli anni ’70, e sul suo principale lavoro, che è anche il titolo della pellicola. Miyoko, come appare nel film, diviene una figura totale nell’esistenza dell’artista, come modella, musa ispiratrice, ma anche fidanzata e moglie. Ottimi gli interpreti Mizunashi Kenji, nella parte del protgaonista, e Machida Marie, in quelli di Miyoko.
My DaughterDalla Malesia arriva My Daughter (Li fa dian de nu er, 2009) di Charlotte Lay Kuen Lim, un lavoro con tanti comprimari, una storia semplice tra madre e filgia, e che risulta davvero meticoloso e preciso nella scelta delle immagini e nell’uso dei dialoghi. Primo lungometraggio del regista thailandese Anocha Suwichakornpong, tra i vincitori di questa edizione, è Mundane History (Jao nok krajok, 2009), enigmatico nella sua struttura con una storia tragica e profonda: un giovane paralizzato, il rapporto con la sua nuova badante e l’autoritario padre. Co-produzione tra Hong Kong e Cina è Sun Spots (Guang ban , 2009) di Yang Heng, che mette in scnea un classico triangolo amoroso con momenti da melodramma criminale. La ricchezza del film sta tutta nello stile del regista, che racconta tutto in 31 inquadrature in alta definizione, senza movimenti di camera.
AdriftSpostandoci di sezione in sezione, troviamo una nutrita partecipazione asiatica anche in Bright Future, a cominciare dall’indonesiano At the Very Bottom of Everything (Di dasar segalanya, 2010) di Paul Agusta: un film sperimentale sui maniaci depressivi, con una donna che si trova in una camera austera e parla dei suoi problemi, in un misto di tecniche differenti, da quelle tradizionali sino allo stop-motion. Dal Vietnam, in co-produzione con la Francia, Adrift (Choi coi , 2009) di Bui Thac Chuyen. Si tratta di una storia d’amore complessa con la giovane Duyen che sta per sposarsi, convinta di amare la sua controparte, di due anni più giovane. Da questo semplice spunto, da una celebrazione andata male, Bui Thac Chuyen costruisce un tormentato melodramma senza romanticismo che ha vinto il FIPRESCI a Venezia.
EighteenIl filippino Pepe Diokno, con Clash (Engwentro, 2009), realizza una piccola pellicola, appena un’ora, di ambiente gangsteristico che vuol anche essere denuncia dal sistema politico e legale corrotto del paese. In prima mondiale, dalla Corea del Sud, Elbowroom (2010) di Ham Kyoung-rok, che narra le vicende, prima in una comunità cristiana, dove si perpetuano abusi di vario tipo, poi nella sua ricerca di felicità, della giovane So-hee, una ragazza fisicamente handicappata. Il tutto girato con uno stile documentaristico, con il regista che segue la vita della ragazza nei dettagli della sua quotidianità. Sempre dalla Corea del Sud Eighteen (Hoe-ori ba-ram, 2009) di Jang Kun-jae, malinconica storia d’amore con la giovane protagonista diciottenne Tae-hoon e la sua infatuazione per un ragazzo che le è negato frequentare. Critico cinematografico coreano passato alla regia è Jung Sung-il, che porta a Rotterdam il suo Café Noir (Ka-pe nu-wa-ru, 2009), opera fiume che supera le tre ore con reminiscenze, trasposte nell’odierna Seoul, di Dostoevskij e Goethe. Ancora coreani sono Running Turtle (Geo-buk-yi-dal-lin-da, 2009) di Lee Yeon-woo, tra i principali campioni d’incasso in Corea del Sud nella stagione passata, e Possessed (Bul-shin-ji-ok, 2009) di Lee Yong-Ju, assitente di Bong Joon-ho per Memories of Murder , che si configura come un horror molto particolare, partendo dalla comparsa di un tredicenne e sulle ricerche che seguono.
A Summer FamilyIn prima mondiale anche il cinese The Annunciation (2010) di Hsu Ronin e il giapponese A Summer Family (Natsu no kakozu, 2010) di Iwana Masaki. Il primo mette in scena un dramma della maternità, una storia tragica di una coppia che vuole, e a tutti i costi, un figlio, con il dubbio che la donna non sia fertile. Il secondo è un melting-pot tra cinema classico, danza e teatro, tra la Normandia, Tokyo e New York. Dallo Sri Lanka, in co-produzione con la Francia, Between Two Worlds (Ahasin wetei , 2009) di Vimukthi Jayasundara, in competizione anche a Venezia, racconta di un uomo che salva, su una spiaggia, una donna, iniziano quella che, solo ad un primo sguardo, sembra una passione serena, immersa nella natura, ma che nasconde anche morte e tristezza.
Thriller a forti tinte viene dalla Thailandia con Slice (Cheun, 2009) di Kongkiat Khomsiri: un serial killer spaventa la popolazione, facendo a pezzi i cadaveri e facendone sparire gli organi genitali. Del caso se ne occupano l’ispettore “Papa Chin” e l’ex-killer professionista Tai. Il cinese Oxhide II (Niupi er , 2009) di Liu Jiayin, che segue la sua precedente pellicola, risulta un’opera che va al di là della finzione e del documentario, con la regiuista che mostra se stessa e la sua famiglia, in uno stile rigorosamente minimalista.
Yellow KidIn prima europea il giapponese Yellow Kid (Ireoo kiddo, 2009) di Mariko Tetsuya, che lo ha diretto per il diploma, è un film ambizioso, corale, che parte dal personaggio di Yellow Kid, il primo dei fumetti, e si sviluppa all’interno del mondo di un mangaka, ma non solo. Giapponese è anche Symbol (Shinboru, 2009) di Matsumoto Hitoshi, che combina il mondo dei manga con quello della video arte. Lost Paradise in Tokyo (2009) di Shiraishi Kazuya mostra un trio molto improbabile di persone, che dopo eventi tragici, si ritrova in un appartamento alla ricerca della felicità. Yakusho Koji firma, invece, con Toad’s Oil (Gama no abura, 2009) il suo debutto. Si tratta di un aggraziato e umoristico ritratto di una famiglia giapponese alquanto eccentrica. Si torna in Corea del Sud con Paju (2009) di Park Chan-ok, alla sua prima internazionale dopo essere stato al Festival di Pusan e aver vinto a Rotterdam nel 2003 con Jealousy is My Middle Name. Cinesi sono Kun1 Action (2008) di Wu Haohao e Wheat Harvest (2008) di Xu Tong: decostruzione vera della realtà cinese attraverso uno stile molto particolare, il primo; ritratto di una ragazza che sopravvive come sopravvissuta na Pechinoe dintorni, il secondo. Dalla Malesia abbiamo 15 Malaysia (2009), opera collettiva che varia dal documentario al semplice montaggio di spezzoni in bianco e nero. Ultimo film asiatico della sezione è Let’s Fall in Love (Xun qing li xian ji , 2009) di Wu Wuna, da Taiwan, alla sua prima europea, un documentario tragicomico sul “mercato matrimoniale” taiwanese.
Altra sezione interessante di lungometraggi risulta essere stata Spectrum. Iniziamo dai film filippini che sembrano fare la parte del leone. Aurora (2009) di Adolfo B. Alix Jr. È una co-produzione con l’Olanda dal sapore politico che prende le mosse dai rapimenti che si svolgno abitualmente nella zona di Mindanao. Lo stesso regista presneta anche Ante (Karera, 2009) sul gioco d’azzardo nel contesto sociale corrotto del paese. Mes De Guzman presenta, invece, Stone is the Earth (Ang mundo sa panahon ng bato, 2010), in prima mondiale, parte di una trilogia sulla terra, con la storia di Vergel, minatore. Prodotto insieme con gli Usa, Manila Skies (Himpapawid, 2009) di Raymond Red, che parte dalla notizia, sentita alla televisione, di un filippino che dirottò un aereo per poi lanciarsi con un artigianale paracadute. Tutta filippina è la produzione di Refrains Happen Like Revolutions in a Song (Ang ninanais, 2010) di John Torres, film quasi antropologico e sperimentale. Anche dalla Corea del Sud un buon numero di opere a partire da Mother (Madeo, 2009) di Bong Joon-ho, che abbandona i mostri di The Host, ma non l’ambiente familiare per dirigere la storia di una madre iperprotettiva, che si sviluppa seguendo vari registri dal leggero allo scuro, sino quasi al thriller. A questo si aggiunga Moscow (Yang han-mari, yang doo-mari , 2009) di Whang Cheol-mean, tra ritratto di personaggi e la critica politica.
At the End of DaybreakAnalisi della Cina post-maoista è Once Upon a Time Proletarian (2009) di Guo Xiaolu, con le voci di dodici abitanti delle campagne che criticano l’attuale sistema e che suddividono il film in capitoli. Coproduzione tra Malesia, Hong Kong e Corea del Sud per Ho Yuhang, leader della New Wave malese, e il suo At the End of Daybreak (Sham moh, 2009), ispirato al vero omicidio di due ragazze avvenuto in Malesia, con il film che si trasforma da “crime story” a critica sociale e morale del paese. Malese anche Malaysian Gods (2009) di Amir Muhammad, documentario bandito in patria per come mostra gli dei locali, ovvero i politici. Woman on Fire Looks for Water (2009) di Woo Ming Jin, in co-produzione con la Corea del Sud, racconta, attraverso splendide immagini, la vita in un villaggio di pescatori e del suo protagonista Ah Fei. La maestra Ann Hui porta, da Hong Kong, il suo Night & Fog (Tian shui wei di ye yu wu, 2009), memore di Nuit et brouillard di Alain Resnais: un film realistico e nero, che parte dalla fine con un uomo che uccide la propria moglie. Co-produzione con la Francia per Spring Fever (Chu feng chen zui de ye wan , 2009) di Lou Ye, appassionata storia di amore omosessuale tra un intellettuale e un travestito, con immagini esplicite e non per tutti.
Giapponese è To Walk Beside You (Kimi to arukou, 2009) di Ishii Yuya, una tragicommedia sui rapporti tra parenti, genitori e figli, che ha il suo carattere peculiare nel portare temi seri all’assurdo. Sempre dal Giappone Where Are You? (Wakaranai, 2009) di Kobayashi Masahiro, dramma intimo e familiare con il regista nella parte del padre del sedicenne protagonista, e Air Doll (Kuki ningyo , 2009) di Koreeda Hirozaku, riflessione sulla mortalità e la solitudine basato sul manga di Goda Yoshite.
Flooding in the Time of DroughtIl regista thailandese Thunska Pansittvorakul porta al festival il suo Reincarnate (Jutti, 2009), che è una risposta, e non la prima da parte dell’autore, al divieto di mostrare atti sessuali e organi genitali nelle pellicole thailandesi. Nymph (Nang mai, 2009) di Pen-ek Ratanaruang, alla sua settima fatica, prende le mosse dalla leggenda thailandese secondo cui gli alberi e le foreste avrebbero spiriti femminili al prorpio interno, Un film sicuramente affascinante dal punto di vista visivo. Prodotto da più paesi la pellicola di Tsai Ming-liang, maestro taiwanese, al festival con Face (Visage, 2009), film pieno di influenze diverse da Truffaut, a Rivette, all’arte occidentale, sino alla Bibbia e al Buddismo. Per concludere Flooding in the Time of Drought (Banjir kemarau , 2009) di Sherman Ong, prodotto da Singapre e Malesia. Si tratta di una lunghissima opera, circa tre ore, divisa in due parti, con elementi che richiamano al documentario, e che mette in scena le vicissitudini di otto coppie di stranieri, immigrati a Singapore.

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