404 Not Found

Not Found

The requested URL /track was not found on this server.

You are here:   Home Festival Rotterdam International Film Festival 2011

Rotterdam International Film Festival 2011

Sunday, 20 February 2011 22:45 Giampiero Raganelli Festival - Report
Print

rotterdam2011_logoUna quantità pressoché sterminata di film orientali: una vera manna per gli appassionati! È quello che colpisce chi segue per la prima volta il Festival di Rotterdam, che pure rientra nelle dimensioni elefantiache di questo festival con ben 24 sale di proiezione, con i film che vengono replicati parecchie volte, sei sezioni e ben nove retrospettive. Un gigantismo esibito già nella definizione di ‘XL festival’ (gioco di parole che allude anche alla quarantesima edizione scritta in numeri romani) che, per contro, rischia di essere dispersivo, e comunque raggiunto prendendo un po’ di tutto, anche opere già passate in altre manifestazioni cinematografiche.

Il tradizionale orientalismo dell’International Film Festival Rotterdam rientra in una più generale attenzione per il cinema del mondo, per le cinematografie meno conosciute e lontane da quelle occidentali. Ma la suggestione orientaleggiante è rinforzata dal fatto che le sedi principali del festival si trovino proprio nella Chinatown di Rotterdam, il quartiere West-Kruiskade, dove peraltro viene celebrato un fastoso Capodanno cinese che cade proprio durante lo svolgimento del festival. Per arrivare al Doelen, il palazzo sede principale, ci si deve districare tra ristoranti cinesi e un grande magazzino di paccottiglia asiatica, con in vetrina ceramiche, Maneki neko e pupazzi di Totoro.
Il piatto più ricco di questa edizione è stato rappresentato dalla retrospettiva Water Tiger Inn dedicata ai wuxia. Una riflessione su questo genere è quanto mai attuale visto il momento di grande successo che sta attraversando, anche sui mercati internazionali. Ne è una dimostrazione l’ultimo lavoro di John Woo, Reign of Assassins, che è andato ad aggiungersi ai film mainstream di Ang Lee e Zhang Yimou. Ora la febbre del wuxia ha coinvolto addirittura Hou Hsiao-hsien che ha iniziato la produzione del suo progetto Nie-Yin Niang da un racconto di epoca Tang, ha colpito ancora Wong Kar-wai che sta lavorando a Yut doi jung si, ennesimo film sulla storia di Yip Man, mentre Tsui Hark è impegnato nella post-produzione del primo wuxia in 3D, The Flying Swords of Dragon Gate.
rotterdam2011_legend_of_the_mountainLa rassegna di Rotterdam, curata e presentata da Tony Rayns, garantiva una full immersion nel cinema dei cavalieri erranti e degli spadaccini acrobati, con una selezione di venti titoli tra i più rappresentativi della storia del genere dalle sue origini. Tra le cose memorabili una nuova fiammeggiante ristampa in 35mm di Dragon Gate Inn, una versione director’s cut di Legend of the Mountain e in generale opere che hanno un impatto considerevole se viste su grande schermo, come è il caso di Duel to the Death di Ching Siu-tung. E poi la retrospettiva ha offerto dei muti degli studios di Shangai, Red Heroine (1929) e The Swordswoman of Huangjiang (1930), entrambi incentrati su figure femminili di eroine, o supereroine, secondo l’archetipo della xia nü, la donna cavaliere errante. E poi ancora rarità dagli archivi di Hong Kong, come The Story of Wong Fei Hung (1949) di Wu Pang e The Ghost with Six Fingers: Part One (1965) di Chan Lit-ban.
rotterdam2011_eternityPassando al concorso, due tra i tre film vincitori dei Tiger Awards sono orientali: il tailandese Eternity e il sudcoreano The Journals of Musan. Il primo, opera di Sivaroj Kongsakul, raccontando dello spirito di un uomo appena morto che ripercorre la sua vita e la sua storia d’amore più importante, è una riflessione sui legami affettivi della vita terrena, sulla loro indissolubilità anche nel caso della scomparsa della persona amata. Il secondo, di Park Jung-bum, anche protagonista del film, è la storia di un disertore nordcoreano che fatica a trovare un posto in società a Seoul, dove viene considerato un paria. L’unico essere vivente che prova affetto per lui è un cane bianco che accudisce, sorta di ribaltamento del fulleriano White Dog. In concorso anche un altro film sudcoreano, il notevole Bleak Night di Yoon Sung-hyun, dramma adolescenziale nello sfondo di un sistema scolastico rigido e repressivo, di un mondo giovanile che brilla per l’assenza dei genitori. Un film molto parlato, come un dramma da camera, che si dipana su due piani narrativi. Ancora in concorso il giapponese Love Addiction di Uchida Nobuteru, una storia d’amore a incastri, dal vago sapore rohmeriano, con protagonisti un gruppo di colleghi d’ufficio in cui si sono create intricate dinamiche di relazione. La contorta situazione non può che sfociare in un dramma della gelosia, con uno dei protagonisti che finisce per inseguire, brandendo un raffinato coltello giapponese, il rivale amoroso nel bosco. Un film che deve molta della sua freschezza alla spontaneità degli attori, spesso con un lavoro di improvvisazione, e alle riprese con macchina a mano.
Altre opere asiatiche degne di nota erano sparse nelle varie sezioni del festival. Genpin è l’ultimo lavoro di Kawase Naomi, un documentario spirituale sul ginecologo Yoshimura Tadashi e la sua clinica per partorienti ubicata in una foresta, dove si usano metodi naturali. La regista riprende le tematiche di Tarachine sull’esperienza della gravidanza, del parto e del legame tra madre e nascituro, che sono parte del suo più ampio discorso sui rapporti tra uomini e Madre Terra, vita e morte.
rotterdam2011_karate_robo_zaborgarKarate-Robo Zaborgar di Iguchi Noboru è il remake di una vecchia serie TV live action di mecha, del 1974, il cui robot è stato preso come fonte d’ispirazione per i Transformers. Iguchi evita di migliorare la serie originale con effetti speciali moderni e situazioni credibili, ma al contrario confeziona un’opera retrò dal gusto trash, stavolta consapevole, spinto al demenziale. Situazioni improbabili, costumi posticci, effetti speciali sgangherati e risibili, jet con sistemi di propulsione in stile Alvaro Vitali e le immancabili tette-missili sparate da giunoniche robottesse. Sui titoli di coda scene dalla serie originale. Si prende sul serio invece Wisit Sasanatieng con un’analoga operazione ma di segno opposto, The Red Eagle, riesumazione di un supereroe thai, alla Batman, molto popolare in una serie di film degli anni ’60. Non una rilettura autoriale come Tears of the Black Tiger, ma un’opera in cui il regista sembra aver normalizzato il suo immaginario surreale e caleidoscopico, in favore di un action fantascientifico puro, quanto piatto, tutto effetti speciali. Che Wisit voglia ripercorrere il percorso di Christopher Nolan?
Pure Asia di Katashima Ikki racconta di un gruppo di teenager terroristi che agiscono, spostandosi in bicicletta, in un Giappone in tensione per le rivendicazioni dei nazionalisti fanatici e la crisi con la Corea del Nord. Girato in un suggestivo bianco e nero, il film è una rilettura della storia recente del Giappone, con anche riferimenti all’attentato con gas nervino nella metropolitana di Tokyo, che si rifà espressamente a Wakamatsu, Oshima ma anche a Miike e Kitano, con citazioni dirette dei maestri. C’è però troppa carne al fuoco, che il regista non riesce ad assemblare, con il risultato di un confuso pasticcio.
rotterdam2011_love_in_a_puffLove in a Puff, l’ultima opera di Pang Ho-cheung, inizia come un horror ma è solo una situazione fuorviante. Il film diventa ben presto una commedia stralunata incentrata sul rapporto tra i sessi, che vede l’incontro tra due fumatori incalliti in uno di quei bidoni pubblici all’aperto dove si riversano gli impiegati in pausa sigaretta, dopo che una severa legge del 2007 impedisce il fumo negli edifici di Hong Kong.
Kaidan - Horror Classics, l’ennesimo film giapponese dal titolo che richiama le tradizionali storie di fantasmi, è un film televisivo in quattro episodi prodotto dall’emittente NHK, quattro storie horror commissionate ad altrettanti registi da racconti di grandi scrittori. Insulsi il primo e il terzo segmento, pur essendo tratti da scrittori come Kawabata, che però con l’horror non ci azzecca molto, e Akutagawa. Decisamente riusciti invece il secondo, The Whistler, e non poteva non esserlo in quanto opera di Tsukamoto Shinya, e il quarto, The Days After di Koreeda Hirokazu. In quest’ultimo capitolo, che racconta di una coppia cui riappare inspiegabilmente il figlioletto morto, il regista di After Life e di Still Walking, svuota la storia di ogni elemento orrorifico in favore di un’opera, nel suo stile contemplativo ed esistenziale, sui temi a lui cari, la famiglia, la perdita e l’elaborazione del lutto.
Notevole il sudcoreano End of Animal di Jo Sung-hee, che racconta di un viaggio in taxi, in una strada di campagna, che si trasforma in un incubo per la protagonista, una ragazza incinta. Un road movie che confluisce in una storia di sopravvivenza all’interno di un mondo rurale desolato, un paesaggio dall’atmosfera postatomica, da cui non si riesce a fuggire. Un film sospeso tra Gerry ed Essential Killing, in una dimensione surrealista buñueliana.
rotterdam2011_harus_journeyPresentato anche Haru’s Journey, l’ultimo film di Kobayashi Masahiro, autore di casa a Rotterdam come a Locarno. È una storia di senilità, del rapporto che si crea tra una ragazza e il nonno disabile (l’attore kurosawiano Nakadai Tatsuya), cui deve cercare una sistemazione dopo che è rimasto vedovo. Un road movie nel paesaggio estremo di Hokkaido, come già altri film precedenti del regista, che diventa un romanzo di formazione, un ritorno ai valori famigliari importanti nella cultura nipponica. Un’altra tappa verso la normalizzazione dell’opera di questo autore e il suo abbandono della narrazione criptica e dello stile sperimentale. E dopo I 400 colpi citato nel precedente Wakaranai: Where Are You?, è la volta di Bergman di cui ripropone la tipica composizione dell’immagine con i volti in primo piano.
rotterdam2011_when_love_comesWhen Love Comes, del taiwanese Chang Tso-chi, è un dramma famigliare, una storia di poligamia ambientata nei sobborghi di Taipei, che vede il protagonista oscillare tra due donne. Un’elegia femminile, tra la rivendicazione del potere delle donne e il racconto della pubertà di una delle figlie, in un film che inizia e finisce con una nascita.
Year Without a Summer è un affascinante film malese di Tan Chui Mui, già trionfatore a Rotterdam nel 2007 con Love Conquers All. È un vero e proprio poema visivo, costruito in due parti, la prima delle quali segue, al chiaro di luna, una barca su cui si trovano tre uomini che raccontano antichi miti e provano la loro resistenza in apnea. La seconda è un flashback sulla loro infanzia nel villaggio natale. Lunghi piani sequenza, alternanza tra misticismo e realismo, fantasia e realtà, presente e passato sono le coordinate di questo suggestivo film.
Hospitalité del giovane Fukada Koji, è l’opera vincitrice della sezione Japanese Eyes dell’ultimo Festival di Tokyo. Storia di una modesta famiglia della downtown della capitale nipponica, titolare di una tipografia che, ai piani superiori, è anche la loro abitazione. La loro esistenza tranquilla viene sconvolta da un ospite improvviso, che farà diventare il loro piccolo appartamento un viavai di parenti e amici, personaggi bizzarri, quasi tutti gaijin dalle nazionalità più disparate. Ispirato a una famosissima scena di Una notte all’opera dei Fratelli Marx, quella dove la cabina di un transatlantico si affolla progressivamente di persone fino a scoppiare, il film è una metafora sociale della xenofobia, della diffidenza per il diverso e della situazione degli homeless. Un piccolo film indipendente, girato in location reali, dove l’attrice protagonista è anche la produttrice, che segna una ventata di freschezza, forse la nascita di un nuovo cinema giovane in una delle cinematografie più antiche e importanti del mondo.

 

sitemap
Share on facebook