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Glasgow Film Festival 2011

Saturday, 05 March 2011 17:34 Armando Rotondi Festival - Report
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gff2011_logoIl Glasgow Film Festival, tenutosi dal 17 al 27 febbraio 2011, è una manifestazione che sta crescendo di anno in anno e già nella precedente edizione aveva dato ampio spazio alle cinematografie asiatiche, con una sezione interamente dedicata alle nuove proposte dal Giappone. L'interesse si rinnova anche quest’anno con un buon numero di pellicole provenienti dal sud est dell’Asia, in particolare dal paese del sol levante. disappearance_of_haruhi_suzumiya_0Si parte infatti dall’Anime Day che ha composto uno dei momenti più apprezzati dal pubblico giovane e che è stato una sorta di anticipazione del festival vero e proprio. Svoltosi il 13 febbraio, con la collaborazione di Scotland Loves Anime, ha visto tre lungometraggi di animazione in rapida successione. Il primo in programma è The Disappearence of Haruhi Suzumiya (2010) di Ishihara Tatsuya e Takemoto Yasuhiro, già proiettato qualche mese prima a Edimburgo: una pellicola stupefacente, lunghissima (quasi tre ore), capace di affascinare e stuzzicare lo spettatore con elementi enigmatici, propri anche della serie televisiva, ma allo setsso tempo di divertire e commuovere. Meno convincenti gli altri due film. Eureka Seven: Good Night, Sleep Tight, Young Lovers (2009) di Kyōda Tomoki poco ha a che fare con la versione per la tv. Ci troviamo di fronte a un vero e proprio reboot in cui personaggi e situazioni sono differenti, come anche il character design di molte delle creature da sconfiggere. Purtroppo la pellicola non convince sia dal punto di vista narrativo che visivo, in cui molte volte si rasenta quasi il kitsch. Migliore, anche se non del tutto riuscito, King of Thorn (2009) di Katayama Kazuyoshi. Si tratta di una scelta quasi dovuta, dato che la storia si svolge quasi interamente in un castello scozzese, ispirato a quello di Stirling con la torre principale che ricalca il Wallace Monument. In questo caso ci troviamo di fronte a un misto tra Resident Evil e La bella addormentata nel bosco, in cui tuttavia i personaggi non sono abbastanza sviluppati e l'insieme diventa una semplice lotta per la sopravvivenza già vista in svariate occasioni.
poetryAnche nel festival vero e proprio grande spazio viene dato a pellicole giapponesi, con alcuni innesti coreani e cinesi. Coreano è, ad esempio, I Saw the Devil (2010) di Kim Ji-woon: storia di vendetta e di follia, tra un agente segreto che gioca al gatto e al topo con lo piscopatico che gli ha brutalmente ucciso la compagna. Si tratta di un film nella sostanza ben fatto, molto “dark” e disturbante, che si concentra su di un “eroe” che viene infettato dal germe di crudeltà e follia che sono propri del suo avversario. Sempre dalla Corea de Sud Poetry (2010) di Lee Chang-dong, mirabile melodramma con una splendida interpretazione della veterana Yun Jungs-hee nei panni della sessantenne Yang Mi-ja.
Divertimento puro, invece, con il cinese Detective Dee and the Mystery of the Phantom Flame (2010) del maestro Tsui Hark. Quasi uno Sherlock Holmes in salsa di Hong Kong e le coreografie proprie del wuxiapian per questa avventura gialla ambientata durante la dinastia Tang e che vede il detective Dee (Andy Lau) liberato dalla prigione e richiamato in servizio dall’imperatrice per risolvere il mistero di alcune morti inspiegabili dovute a fiamme improvvise che si scatenano sulle vittime. Tsui Hark dirige un film sontuoso, tecnicamente ineccepibile, rilassante e davvero pieno di ritmo.
gff2011_confessions_of_a_dogSi procede quindi con la lunga carrellata di pellicole giapponesi. Con Cold Fish (2010) di Sono Shion, il regista, già autore di Suicide Club e Love Exposure, regala una saga su un serial killer, ispirata a fatti veri, che si trasforma in un’indagine sulla moralità e la mascolinità nel Giappone contemporaneo. Cupo e sorprendente è anche Confessions (2010) di Nakashima Tetsuya, pellicola campione di incassi in patria, in cui l’autore riesce a ritrarre una realtà agghiacciante che si sviluppa tra le mura scolastiche. Capolavoro è l’indipendente Confessions of a Dog (2006) di Takahashi Gen. Si tratta di un film lunghissimo, più di tre ore, che si sviluppa come un vero e proprio racconto epico, durissimo nel mostrare esplicitamente il mondo corrotto della polizia giapponese, in cui si ritrova la stessa forza presente in alcune pellicole di Lumet, Mann o Scorsese. La pellicola cresce, così come lo stile registico di Takahashi e la mirabile interpretazione di Sugata Shun nei panni del protagonista Takeda: un buon poliziotto che con l’avanzare della carriera viene fagocitato dal sistema per poi cadere inesorabilmente.
gff2011_norwegian_woodDeludente è, invece, l’attesissimo Norwegian Wood (2010) dal best-seller di MurakamI Haruki, diretto dal vietnamita Tran Ahn Hung, lo stesso che ci aveva regalato, fra gli altri, The Scent of Green Papaya. Il film in questione è ben fatto tecnicamente ed esteticamente, ma troppo patinato, lungo, interminabile. Un’opera gelida in tutti i sensi, che gira a vuoto, senza né capo né coda.
Vere chicche sono i cortometraggi di Kawase Naomi, raccolti in due eventi da un’ora e mezza ciascuno. Nel primo Naomi Kawase 1: Father assistiamo alle due brevi pellicole che la regista giapponese, che vinse appena ventisettene la Caméra d’Or a Cannes, dedica al padre. In Embracing (1992) va alla ricerca del genitore che non ha mai conosciuto, mentre nello straordinario Kya Ka Ra Ba A (2001), a metà strada tra il documentario e la finzione, cerca di ricongiungersi e trovare un punto di contatto con il padre ormai morto. Con Naomi Kawase 2: Mother, l’attenzione si sposta altrove, non sulla madre biologica della regista, ma sulla pro-zia che l’ha cresciuta. I tre cortometraggi Katatsumori (1994), See Heaven (1995) e Hi wa katabuki (1996) sono senza dubbio affascinanti per il loro misto di dolcezza nei confronti della zia e di tristezza per il senso di abbandono che pervade l’autrice.
Ultima pellicola nella manifestazione, una delizia per gli appassionati, che non necessita certo di commenti: la versione 3D di Battle Royale (2000/2010) di Fukasaku Kinji. Una bella occasione per vedere sul grande schermo, nell’ultramoderno Cineworld, una delle pellicole giapponesi più influenti delle ultime decadi in una versione del tutto nuova.

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