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Festival di Cannes 2009

Friday, 29 May 2009 00:00 Giampiero Raganelli Festival - Report
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Un'edizione davvero di grande livello, quella di quest'anno, tanto da lasciare prevedibilmente a bocca asciutta la Mostra di Venezia. Anche il cinema del sud-est asiatico è stato ottimamente rappresentato, più per qualità che per quantità. Stupisce la scarsa rappresentanza del cinema nipponico, presente praticamente solo con il nuovo film di Kore-eda. La cinematografia del sol levante è solita partecipare in grande stile ai festival internazionali. Molto bene la Corea del Sud, che si è presentata con la triade Park Chan-wook, Bong Joon-ho, Hong Sang-soo, distribuiti nelle varie sezioni. Buon successo anche per il cinema filippino che sta cominciando a colonizzare vari festival.
ThirstCominciamo dal concorso. Il cinese Lou Ye, uno degli esponenti della Sesta Generazione, ha presentato Spring Fever/Chun feng chen zui de ye wan, melodramma gay ambientato a Nanchino, rappresentando ancora una volta la vita della Cina contemporanea. Torna sulla Croisette Park Chan-Wook, che costituì il caso del festival, con Old Boy, del 2004. Thirst/Bak-jwi, la sua ultima opera, è un film di vampiri che attinge all'iconografia cinematografica del genere, soprattutto a Per favore... non mordermi sul collo! di Roman Polanski, citato letteralmente anche per Il coltello nell'acqua. Naturalmente il regista sudcoreano filtra tutto attraverso il suo stile iperbolico che, a tratti, diventa eccessivo e un po' compiaciuto. Tralasciando il film di Ang Lee, una produzione, e una storia, americana, arriviamo a Johnnie To, diventato ormai un regista conteso dai vari festival. Con Vengeance, il regista hongkongese realizza un classico action con l'eroe che cerca vendetta. VengeanceLa novità è che il protagonista è un francese che si chiama Costello, un omaggio esplicito al cinema di Melville e al personaggio interpretato da Alain Delon in Le samouraï (in italiano Frank Costello faccia d'angelo). Che il polar francese rappresenti uno dei punti di riferimento del cinema di genere di Hong Kong è cosa ovvia e risaputa. C'era bisogno di una citazione così letterale e grossolana? Il filippino Brillante Mendoza, ormai un habitué di Cannes, con The Execution of P/Kinatay, si intrufola, con una disturbante macchina a mano, nei bassifondi di Manila, con la storia devastante di un crimine efferato. Un inizio davvero strepitoso, in cui lo spettatore viene condotto nel caos, nel marasma dei vicoli, dei mercatini affollatissimi della capitale filippina, con una macchina a mano che arriva poi a riprendere un matrimonio, esempio patetico di perbenismo piccolo borghese. Meritato il riconoscimento per la miglior regia. Dopo To, anche Tsai Ming-liang strizza l'occhio ai francesi e al loro cinema, con Face/Visage, ma, per il regista taiwanese è un ritorno alle tematiche di What Time Is It Over There? . FaceAnche in questo caso stabilisce un ponte tra Taipei e Parigi e sottolinea un ideale legame di filiazione con Truffaut. Fa comparire, nel ruolo di se stessi, i grandi attori che avevano lavorato nei suoi film, Jean-Pierre Léaud, Jeanne Moreau e Nathalie Baye Cita poi il celebre finale di I 400 colpi, con Léaud bambino che corre sulla spiaggia, facendo vedere scorrere le pagine di un libro di immagini che sono i fotogrammi di quella scena, che viene così riproposta decostruendo la struttura stessa del cinema.
Tra le proiezioni speciali, vanno ricordati il filippino Manila e il cinese Petition. Il primo è opera di Raya Martin e Adolfo Alix, Jr. che raccontano due storie di tossicodipendenza e criminalità inserendo il loro collega Lav Diaz nella parte di se stesso che dirige un film romantico. Il secondo è un documentario indipendente, in cui il regista Zhao Liang segue i manifestanti che arrivano a Pechino da tutta la Cina per protestare contro gli abusi delle autorità locali.
Air DollSucculento, per gli appassionati di cinema orientale, anche il programma di Un certain regard, a cominciare da Air Doll/Kûki ningyô, l'ultima opera di Kore-eda Hirokazu, che racconta, con delicatezza, di una bambola gonfiabile che prende magicamente vita, un soggetto non nuovo al cinema, ma trattato in maniera assolutamente inedita. Il regista rielabora il tema del soffio vitale, dell'esistenza pulsante che i giapponesi attribuiscono, quale retaggio della tradizione shintoista, agli oggetti inanimati. Vi sono innumerevoli esempi nella cultura pop, dai robottoni al Tamagotchi e, al cinema, Tetsuo di Tsukamoto. Kore-eda va anche oltre, dando dignità di essere vivente a un oggetto concepito come surrogato di un corpo, concepito per il piacere sessuale. Notevole Mother di Bong Joon-ho, storia di una madre che tenta disperatamente di scagionare il figlio accusato di omicidio. Una storia contorta fatta di elissi, flashback, elementi che solo alla fine acquistano significato con lo spettatore che è costretto a ricostruire l'intricato reticolo narrativo, come se mettesse insieme i pezzi di un puzzle. E poi strepitose scene madri, come quella, spiazzante, del ritrovamento del cadavere, che giunge totalmente inattesa. Un'altra opera del filippino Raya Martin, questa volta regista unico, Indipendencia, racconta di una madre e di un figlio che, agli inizi del XX secolo, si rifugiano nella foresta prefigurando l'arrivo dell'esercito americano. Un inno alla vita autentica, allo spirito nazionale genuino delle Filippine che trova la sua dimensione naturale lontano dalla civiltà, imposta dal colonialismo. NymphAncora la foresta è protagonista del malese Nymph/Nang mai di Pen-Ek Ratanaruang. Un lunghissimo piano sequenza iniziale, dove si vedono tante scene nel groviglio di alberi fittissimi, dà il senso di questo film, dove la giungla costituisce un gigantesco buco nero dove tutto può succedere e dove si può sparire senza lasciare traccia.
Due opere molto importanti presentate in Cannes Classics, la sezione dedicata alle grandi opere ritrovate della storia del cinema, presentate in edizione accuratamente restaurata. A Brighter Summer Day, uno dei capolavori inediti di Edward Yang, finora uscito solo in laser disk, e Prince Yeonsan, kolossal storico coreano degli anni '60, opera di Shin Sang-ok.
Like You Know It AllNutrito anche il programma della parallela Quinzaine des Rèalisauteurs, iniziata proprio con l'attribuzione del premio Carosse d'Or a Kawase Naomi, che ha presentato un rimontaggio del suo capolavoro Hotaru. Yuki et Nina è una coproduzione franco-nipponica di Suwa Nobuhiro, regista che è sempre stato in bilico tra Giappone e Francia, e questo film è proprio la rappresentazione del conflitto, ma al contempo del legame, di queste due "heimat" del regista. Racconta di una bambina che è in procinto di abbandonare la Francia per il paese del sol levante a seguito della madre giapponese che si è separata dal padre francese. Yuki, la protagonista, dovrà quindi lasciare l'amica del cuore, Nina. Un altro cineasta orientale con un debole per il paese d'oltralpe, Hong Sang-soo, ha partecipato con Like You Know It All/Jal aljido mothamyeonseo, un'opera metacinematografica che racconta di un regista di film "d'autore" che si trova a un festival, in una piccola cittadina. Metacinematografico anche il bel film di Singapore Here, storia di un uomo che, avendo perso la facoltà di parlare, viene internato in un ospedale dove un regista sta girando un documentario. Oxhide II è un'opera sperimentale, della regista cinese Liu Jia Yin, che consiste in dialoghi, in tempo reale e per tutta la durata del film, tra tre persone sedute a un tavolo. Karaoké è un film malese che, tra tradizione e modernità, racconta della vita in un locale di karaoke in un villaggio immerso in una piantagione di palme.

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