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DongFang il cinema dell'estremo oriente 2007

Thursday, 01 November 2007 00:00 Armando Rotondi Festival - Report
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Barking Dogs Never BiteGiunto alla sua terza edizione il festival di cinema asiatico Dong Fang continua a espandersi realizzando, oltre alla normale rassegna al Castel Sant'Elmo di Napoli, anche una piccola appendice a Roma presso il Cinema Trevi della Cineteca Nazionale. E il festival continua nella sua strada, ribadendo ancora una volta la sua peculiarità e la sua identità: non un evento competitivo, ma una kermesse rigorosamente monografica, di analisi della cinematografia di un singolo paese, scelto di volta in volta, di cui si mostra il meglio della produzione degli ultimi anni. Dopo le passate edizioni, dedicate alla Cina e al Giappone, tocca a un altro paese forte: la Corea de Sud. Ricco il programma con una sezione particolare dedicata a uno dei registi più affermati della nuova generazione, Bong Joon-ho, di cui sono stati mostrati i suoi tre lungometraggi, capaci di farlo definire dalla critica vero "autore" e di fargli dedicare dalla Korean Film Commission un volume apposito. Si parte dalla sua opera prima, Barking Dogs Never Bite (Flandersui Gae, 2000), film grottesco e in cui i vari generi convergono in un esplosivo mix: è la storia di un lettore universitario, Yoon-ju, già frustrato di suo poiché non riesce a ottenere la cattedra, che è ossessionato dall'abbaiare di un cane. Rapisce il cane, ma si rende conto che non può essere lui il colpevole, avendo un problema alle corde vocali. Quando si decide a liberarlo, Yoon-ju si rende conto che il cane è sparito, innescando così una serie di eventi e situazioni, anche al limite dell'assurdo. Scova il vero animale colpevole, lo porta via alla proprietaria (che ne esce sconvolta) e infine lo butta giù dalla terrazza del palazzo. Naturalmente questo è solo l'inizio. Memories of MurderBong mostra già quegli elementi che ne saranno una peculiarità: come detto il compenetrarsi di generi che spiazza lo spettatore tra momenti di commedia, altri da thriller, altri in vero e proprio stile manga. Autentico capolavoro è il successivo Memories of Murder (Salinui Chueok, 2003), thriller ispirato a un fatto di cronaca avvenuto in Corea del Sud sul finire degli anni '80: a Hwaseong, nella campagna coreana, un serial killer uccide periodicamente giovani donne; la polizia locale barcolla nel buio, finché non arriva un detective dalla capitale Seoul che si scontrerà prima e farà gruppo poi con gli agenti del luogo. Parlare di thriller o di semplice giallo sarebbe riduttivo, come lo sarebbe per La promessa di Friedrich Durrenmatt, romanzo a cui il film, almeno nel finale, sembra inconsapevolmente ispirarsi e che non può non venire in mente allo spettatore europeo. Con Memories of Murder Bong regala uno dei film più complessi e potenti dell'ultimo decennio, perfetto in ogni suo aspetto, dalla sceneggiatura alle immagini di spazi aperti battuti dalla pioggia. Stupefacente è anche il suo terzo film in programma, The Host (Gwoemul, 2006), dove mette in scena un mostro acquatico che uscito dal fiume Han semina il terrore per tutta Seoul. Anche qui Bong si diverte a mischiare i generi e a contravvenire alle regole: così il mostro, che solitamente viene tenuto nascosto allo spettatore fino a metà pellicola, in The Host fa la sua prima apparizione dopo appena venti minuti e in pieno sole. The HostNell'opera di Bong, che oltre a essere un'avvincente storia d'azione è anche la toccante descrizione di una riunificazione familiare, si alternano scene da thriller catastrofico ad altre da commedia (genere in alcuni punti richiamato dalla colonna sonora, che a uno spettatore italiano sembrerebbe addirittura "felliniana"), fino a elementi che ancora una volta richiamano il mondo del manga (il mostro non può non ricordare, a livello di design, quello che appare nella serie cartacea di Patlabor e nel terzo lungometraggio tratto dal fumetto).
Basterebbero solo queste tre opere perché lo spettatore possa ritenersi soddisfatto del festival, ma il programma regala anche altre pellicole degne di nota. Iniziamo dal film che inaugura la rassegna:My Sassy Girl My Sassy Girl (Yeopgijeogin Geunyeo, 2003) di Kwak Jae-yong. Tratto da una storia veramente accaduta, campione d'incassi in patria e oggetto di un imminente remake americano, My Sassy Girl è una commedia d'amore divertente e irresistibile, un continuo susseguirsi di situazioni capace di suscitare il riso, fino a un finale che non sembra arrivare mai. Il film sembra infatti non avere mai fine ed è proprio questo che spiazza lo spettatore: quando sembra essere giunti all'ultima scena con il fazzoletto che asciuga le lacrime, ecco un ulteriore prosieguo, finché non si arriva davvero alla conclusione che è esattamente quella che lo spettatore vuole per essere contento. My Sassy Girl in fin dei conti è un film sul destino, in cui tutti sanno come devono andare le cose e il divertimento sta nello scoprire come si svilupperanno gli eventi.
Crying FistFilm tosto, adrenalinico (come è nello stile del regista) è Crying Fist (Jumeogi Unda, 2002) di Ryoo Seung-wan, poi autore di Arahan (2004). Basato su due storie vere (quelle dei pugili Hareruya Akira e Sen Cheol), il film mostra le due vicende parallele del quarantenne Tae-shik, medaglia d'argento ai Giochi Asiatici anni prima, e il giovane Sang-wan, di appena vent'anni. È una storia di riscatto, anzi di doppio riscatto che si realizza tramite la boxe. Tae-shik, che pure fu un campione ma che si riduce ad essere un punching ball umano per le vie della città, facendosi picchiare e pagare dai passanti, decide di rialzare la testa per lui e per suo figlio; parimenti fa Sang-wan deciso, tramite la boxe, a ripagare la nonna malata che si è occupata di lui. Ci riusciranno entrambi, iscrivendosi a un torneo per un titolo amatoriale, unendo così le loro storie nel finale (come se il Rocky del primo film e quello dell'ultimo della saga di Sylvester Stallone e John Avildesn lottassero uno contro l'altro).
FriendFilm pieno di adrenalina è anche Friend (Chingoo, 2001) di Kwang Kyung-taek, storia di quattro ragazzi di Pusan, amici fin dall'infanzia, che pian piano prendono strade differenti, due vanno all'università mentre gli altri entrano in due clan criminali, scelte che alla fine li costringeranno inesorabilmente a scontrarsi (allo spettatore occidentale non possono non venire in mente le grandi saghe di Martin Scorsese, ma anche l'ultimo capolavoro di Sergio Leone o Sleepers di Barry Levinson, mentre invece chiaro è il riferimento a John Woo e al suo capolavoro Bullet in the Head).
Ma oltre a questi ultimi due film di "azione" la rassegna regala perle anche nel versante (melo)drammatico: è questo il caso di April Snow (Oechul, 2005) di Hur Jin-ho, che potrebbe far parte di un'ipotetica trilogia dell'autore (comprendente anche i primi due Christmas in August e One Fine Spring Day), in cui il regista analizza le tre fasi del processo amoroso. Nella sua opera prima analizza l'innamoramento, in quella seguente la fine di un rapporto, qui, raccontando l'incontro casuale tra In-su e Seo-young (entrambi sposati e entrambi corsi in ospedale dove sono stati ricoverati i rispettivi consorti), mostra l'amore in circostanze imprevedibili. Ed è straordinario perché attraverso il loro innamorarsi si rivive anche la vicenda dei loro coniugi, anche loro innamoratisi e per tali ragioni finiti all'ospedale.
A Good Lawyers WifePuò ricordare American Beauty di Sam Mendes nelle atmosfere e nelle immagini (anche per quanto riguarda la fotografia e la musica) A Good Lawyer's Wife (Baraman Gajok, 2003), terzo film di Im Sang-so. Si tratta di una acida descrizione della società coreana, con tutte le ipocrisie che si celano dietro la perfetta facciata di una famiglia benestante colta nella sua quotidianità. Così la moglie del titolo, frustrata per un vita che non la soddisfa, che da ballerina l'ha resa casalinga, finisce per diventare l'amante del figlio dei vicini di casa e infine per essere scoperta. Ma lei non è certo l'unica ad avere problemi. Tutta la famiglia (e la società) ha crepe: il marito avvocato è oberato di lavoro e nel tempo libero ha una relazione extra-coniugale con una modella; un figlio di sette anni che ha una crisi di identità quando scopre che è stato adottato; la suocera infine che non perde tempo e si risposa appena divenuta vedova. Un'indagine sulla società in cui il sesso ha un ruolo centrale e che costituisce una costante nella filmografia del regista.
Una fitta rete di amori, di tradimenti, di triangoli è anche al centro di Jealousy is My Middle Name (Jiltuneun Naui Him, 2002), splendido lungometraggio d'esordio di Park Chan-ok: Won-sang, aspirante insegnante di inglese, viene contemporaneamente assunto nella redazione di una rivista letteraria e lasciato dalla sua ragazza per un uomo più vecchio e oltretutto sposato, che è anche il direttore della rivista per cui va a lavorare. L'uomo, che suscita sentimenti contrastanti in Won-sang, finisce per essere odiato completamente dal giovane quando cerca di sedurre la stessa ragazza, una fotografa, a cui Won-snag è interessato. Nonostante si tratti di un'opera prima, Jealaousy is My Middle Name è già un prodotto maturo, spiazzante, con personaggi complessi e elementi stranianti che costringono lo spettatore a un notevole impegno nella visione del film.
With the Girl of Black SoilDramma rurale, tra miniere di carbone nella regione di Kanwondo, è invece With the Girl of Black Soil (Geomen Tangyi Sonyeo Oi, 2007) di Jeon Soo-il. Il regista costruisce una storia di miseria e di malattia (il figlio del protagonista Hyegon è infatti handicappato), fermando e dilatando il tempo in attimi infiniti e lunghissimi, immobili quasi seguendo la lezione di maestri partendo da Ozu fino a Tsai Ming-liang o Hou Hsiao-hsien.
Ma forse il più bel film presentato a questa edizione di Dong Fang è A Great Actor (Joeun Baewoo, 2005), lunghissimo (circa tre ore) film sperimentale e indipendente di Shin Yeon-shik, che, dopo essere stato presentato a Pusan, Rotterdam e Barcellona, non ha trovato una distribuzione regolare in patria. Il regista (che interpreta a sua volta la parte di un regista) mette in scena (letteralmente) un gruppo di attori, che deve rappresentare un testo teatrale secentesco in puro stile shakespeariano. Gli attori vengono colti nella loro quotidianità, durante le prove, durante i pasti, durante i litigi. Il tutto volto alla ricerca del "grande attore", o meglio alla dimostrazione di ogni singolo partecipante allo spettacolo di poterlo essere. In un bianco e nero splendido Shin realizza un meraviglioso documentario sull'essere attori, filmando il workshop teatrale da lui stesso tenuto con quelli che poi sono gli interpreti del film, in cui ben si evidenzia il background sia cinematografico e soprattutto teatrale dell'autore.
Conclude la programmazione napoletana, che ha visto anche due "finestre" su Cina e Giappone con proiezione continua di brevi video, la sezione dedicata all'animazione coreana, chiamata per l'appunto Koreanimetion e realizzata con la collaborazione del salone del fumetto e dell'animazione partenopeo Comicon. A Roma una breve appendice di due giorni presso la Sala Trevi della Cineteca Nazionale, dove si sono potute ammirare tre pellicole (Friend, April Snow e With the Girl of Black Soil) e soprattutto le tre opere di Bong Joon-ho, realizzando di fatto la prima retrospettiva romana sull'autore.

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