404 Not Found

Not Found

The requested URL /track was not found on this server.

You are here:   Home Festival Asiatica film mediale 2006

Asiatica film mediale 2006

Tuesday, 12 December 2006 00:00 Armando Rotondi Festival - Report
Print

La rassegna romana Asiatica Film Mediale (18- 26 novembre 2006) si dimostra ogni anno come un festival che sa ben descrivere il cinema asiatico contemporaneo, attraverso un programma ricco che va da pellicole dal Medio fino all’Estremo Oriente.
Per quanto riguarda le pellicole proveniente dal far east, abbiamo quattro film in concorso per i lungometraggi. Di produzione cinese è Fengkuangde Shitou (Crazy Stone, 2006) del giovane Ning Hao, già autore di due film, Incense e Mongolian Ping Pong, premiati in vari festival internazionali. Ambientata nella città di Chongqing (Cina centrale), la vicenda prende le mosse dal ritrovamento di un pendente di giada dall’inestimabile valore tra le rovine di una fabbrica, appartenente al boss Xie, prossimo al fallimento. Per evitare di dover vendere la fabbrica, Xie mette in esposizione il gioiello nel tempio locale per raccogliere fondi e ingaggia l’ex-poliziotto Bao Shihong per la sicurezza dell’esposizione. Naturlamente si fanno avanti bizzarri e stravaganti individui, tutti impegnati a ordire piani per sottrarre a Xie la preziosa pietra. Nato come ambizioso progetto del Festival Internazionale di Jeoju (Corea del Sud), Digital Sam in Sam Saek 2006: Yeoindeul (Digital Short Films by Three Filmmakers 2006: Talk to Her, 2006) è affidato a tre quotati registi asiatici, nessuno di essi coreano. È un film complesso, non giudicabile nella sua interezza, ma nelle singole parti, alcune interessanti, altre veramente deludenti. Il primo episodio, Sull’amore, è realizzato dal kazako Darezhan Omirbayev, già vincitore del Pardo d’Argento e del Fipresci a Locarno con Kairat (1991), ed è basato su una novella di Anton Checov. Il risultato è un cortometraggio di trenta interminabili minuti, troppo parlato, dai dialoghi banali e retorici. Completamente diverso l’apporto dato dal regista di Singapore Eric Khoo, che dirige il secondo episodio, Nessuna giornata libera: sceglie un taglio documentaristico per raccontare quattro anni di vita di una giovane donna filippina che lascia marito e figlio appena nato per andare a lavorare a Singapore come domestica in tre diverse famiglie. È un ritratto realistico, con la scelta registica intrigante di focalizzare tutta l’attenzione dello spettatore sulla protagonista che è l’unica perennemente inquadrata, mentre degli altri possiamo solo sentire la voce fuori campo. L’ultimo corto, Dodici e venti del thailandese Pen-ek Ratanaruang, lascia perplessi: narra la stravagante “storia d’amore” di due persone che, a bordo di un aereo, vivono dodici ore e venti minuti seduti vicini, come marito e moglie. Le perplessità nascono dalla scelta stilistica di come creare un’atmosfera rarefatta, in una stanza buia, con poltrone da casa o da ufficio invece che da aereo, dal fatto che i due sembrano essere gli unici passeggeri, dando al tutto un taglio quasi teatrale.
Dalle Filippine proviene il terzo film in concorso: Kubrador (The Bet Collector, 2006) di Jeffrey Jeturian. È la storia di Amy che, da più di vent’anni, raccoglie tra i poveri abitanti degli slum le scommesse per il jueteng, gioco d’azzardo illegale, ma ampiamnete diffuso. Si tratta di un film sulla sopravvivenza e affronta tematiche non nuove al cinema di Jeturian, collegandosi, idelamente e concettualmente, a Fletch a Pail of Water (1999), ritratto socio-realistico della lotta per la sopravvivenze tra le misere strade degli slum.
Un ritratto sociale, di lotta per sopravvivere, ci viene, anche se in forme diverse, dal Giappone con Seishun Kinkozu Batto (Green Mind, Metal Bats, 2006) di Kumakiri Kazuyoshi, regista di vari successi di pubblico e critica come Kichiku (1997) e Hole in the Sky (2001). Nel film in concorso descrive l’esistenza di tre persone infelici: Namba giocava nella squadra di baseball dell scuola, ma si ritova senza soldi e senza amore; Ishioka vive la sua professione di poliziotto come un ripiego, dopo aver interrotto la carriera di giocatore di baseball per un infortunio al gomito; Eiko è un’alcolizzata senza speranza. Il baseball è il punto di contatto ideale di queste tre storie, che vengono rivissute attraverso flashback in cui è ancora possibile scoprire un barlume di felicità nella passione che essi hanno per quello sport.
Ultimo lunometraggio in concorso su cui ci soffermiamo è l’indonesiano Berbagi Suami (Love for Share, 2006) della regista Nia Dinata, autrice anche del kolossal epico The Courtesan (2001, suo primo film) e di The Gathering, ritratto satirico sull’omosessualità in Indonesia. Un tematica sociale è al centro anche di questa sua opera: qui affronta la controversa questione della poligamia in Indonesia, raccontando le vicende di tre donne di diversa estrazione etnica e sociale che si ritrovano ad affrontare la stessa condizione, quella di dover dividere con altre donne la loro vita domestica e l’amore per un uomo.
Conclusa la sezione dedicata ai lungometraggi, passiamo ora a quella dei documetari in concorso: abbiamo un gran numero di documentari occidentali e italiani dedicati all’estremo oriente, come Indocina Mon Amour (2005) di Claudio Frosi, Indonesian Cinema (2006) di Maurizio Borriello e Thai Boxe (1998-2006) di Mario Gianni, ma un’unica pellicola di diretta provenienza asiatica, il cinese I Bimo (2004-2006) di Yang Rui. Il titolo del film si riferisce al nome dato ai sacerdoti della minoranza dei Yi, chiamati appunto Bimo, che vivono sulle montagne di Dailang. Il documentario racconta la storia di tre Bimo che, fin dall’antichità, si servono di testi sacri affidati alla memoria per comunicare con gli spiriti.
Ben più nutrita la presenza tra i lungometraggi fuori concorso. Sempre dalla Cina proviene Bei Ya Zi De Nan Hai (Taking Father Home, 2005), primo lungo di Ying Liang. È la storia di un ragazzo diciassettenne di campagna che si reca nella grande città alla ricerca del padre, con il compito di riportarlo a casa, trasformandosi anche in una storia di perdita dell’innocenza e di passaggio dalla fanciullezza alla maturità. Cinese è anche Lao Shan, Lao Yin (Old Mountains, Old Shadows, 2006), cortometraggio di Joanna Vasquez Arong, in cui mostra la vita di un paese a 90 km da Pechino, dove l’età media è di 55 anni e la gente lotta per tenere vive le tradizioni.
Ideato e prodotto dalla Commissione Nazionale per i Diritti Umani della Corea del Sud, Da Seot Gae Eui Si Seon (If You Were Me 2, 2005) è un film dalla direzione corale, seguito di If You Were Me (2004), in cui cinque registi (Park Kyung-hee, Ryoo Seun-wan, Jung Ji-woo, Jang Jin e Kin Dong-won) danno il loro contributo sul tema dei diritti umani, partendo dal tragico evento dell’inverno 2003, quando un coreano di origine cinese è morto assiderato per le strade di Seoul.
Premiatissimo in patria, con 11 nomination a Gaward Urian, dove vince il premio per la miglior regia ed il miglior design, secondo premio per la miglior fotografia a Manila e menzione speciale allo spagnolo festival di San Sebastian, il filippino Ang Daan Patugong Kalimugtone (The Road to Kalimugtong, 2005) di Mes De Guzman è una storia capace di entusiasmare per la sua semplicità e diretta in maniera splendida e semidocumentarista: due fratelli del popolo degli Igorot, che vivono sulle montagne insieme al nonno invalido e ai loro fratelli senza lavoro, ogni giorno attraversano fitte vegetazioni, terreni impervi, fiumi tumultuosi e precari ponti sospesi per raggiungere la loro scuola a Kalimugtong.
Giapponesi sono Germanium No Yoru (The Whispering of the Gods, 2005) di Tatsushi Omori, trasposizione del racconto di Mangetsu Hanamura vincitore del premio Akutagawa, e la follia visiva Naisu No Mori (Funky Forest - The First Contact, 2005) di Katsuhito Ishii, Shunischiro Miki e Aniki, combinazione di 21 eccentrici cortometraggi che si intersecano in una storia comune, al limite del kitsch e della volgarità ricercata.
Prima parte di un ambizioso progetto di cinque film, il malese Lampu Merah Mati (Monday Morning Glory, 2005) di Ming Jin Woo è un film complesso, incentrato su temi politici e sociali riguardanti l’Asia sud-orientale e che prende le mosse una settimana dopo l’eplosione di un night-club che costa la vita a circa duecento persone, analizzando le dinamiche di azione di una piccola cellula terroristica che agisce in un villaggio e che sembra essere responsabile dell’attentato.
Una storia d’amore, triste e tormentato, è al centro di Shen Hai (Blue Cha Cha) del taiwanese Cheng Wen-tang: A-Yu, appena uscita di prigione, si innamora di due uomini contemporaneamente, ma l’amore svanisce presto. Ferita nell’animo, la donna torna dall’amica Ann, con la quale ha diviso la cella in carcere. Ann si prende cura di lei con umanità e generosità. Un giorno, durante uno spettacolo di marionette, un marinaio autisitco riesce a strappare a A-Yu un sorrsio, il primo dopo tanto tempo.
Questi i film del festival provenienti dal far east. Numerosa però anche la presenza di coproduzioni, come i documentari Vajra sky over Tibet (Tibet-Usa, 2006) di John Bush, pellegrinaggio cinematografico che testimonia la fede indomabile della comunità buddista tibetana, China Blue (Usa-Cina, 2005) di Micha X. Peled, bellissimo viaggio in una fabbrica di jeans, girato clandestinamente, mostrandoci cosa la Cina e le società internazionali di vendita vorrebberto nasconderci, e Beijing Bubbles (Germania-Cina, 2005) di George Lindt, Susanne Messmer, Lucian Busse, ritratto di cinque band cinesi (i punk Joysie, il gruppo femminile Hang on the Box, l’ensemble blues Sha Zi, i metallici T9 e, infine, la band rock The Stubs), che, nonostante la diversià di età e di stili, hanno in comune la rinuncia al mondo nel quale sono cresciuti.

sitemap
Share on facebook