404 Not Found

Not Found

The requested URL /track was not found on this server.

You are here:   Home Festival Festival del film di Locarno 2011

Festival del film di Locarno 2011

Thursday, 18 August 2011 17:30 Paolo Villa, Giampiero Raganelli Festival - Report
Print

locarno2011_tokyo_koenLa 64° edizione del festival del Film di Locarno, la seconda volta sotto l’egida di Olivier Père, ha marcato la sua presenza sul tabellone dei festival internazionali ancora e sempre sotto la voce della grande kermesse cinematografica più a misura d’uomo, e di cinefilo; il che, si sa, è un po’ una categoria antropologica a parte, fatta di individui che, nell’agosto inoltrato che vede il turismo vacanziero tradizionalmente fiorire, preferiscono sedersi davanti a un grande schermo a farsi servire un menu da 5 o 6 film al giorno, piuttosto che starsene sotto all’ombrellone a sorseggiare mojito. È solo a Locarno infatti che sembra possibile e pure normale che quasi 8.000 persone se ne stiano sedute in Piazza Grande sotto la pioggia (che quest’anno non s’è certo risparmiata) solo per un film, è solo a Locarno che la gente del festival si stupisce e si stranisce (ma sempre in maniera composta e svizzera, naturalmente) perché gli ospiti della megaproduzione hollywoodiana (la crew di Cowboys and Aliens) si circondano di security, cordoni e accessi riservati alla conferenza stampa, ed è sempre solo a Locarno che capita di trovarsi in coda fuori dalle sale tutti insieme, pubblico, accreditati e persino gli attori dei film in concorso. Questo è il Festival di Locarno: ci piace così com’è e speriamo cambi il meno possibile.

 

locarno2011_saudadeSe ci sono cose che non cambiano, di anno in anno, è anche vero che altre cambiano e nemmeno poco: una di queste è la composizione, abbondanza e qualità della selezione di film asiatici presenti al Festival. Quest’anno, dopo due Pardi d’oro consecutivi a film di registi cinesi (She, a Chinese e Winter Vacation), il contrappasso ha voluto che per la Cina, in concorso, non ci fosse posto. Viceversa, dopo un’annata poco fruttuosa per il cinema giapponese sulle sponde del Lago Maggiore, ben due dei film del Concorso internazionale sono stati nipponici: Tokyo Koen, di Aoyama Shinji, che ha portato a casa il Premio speciale della giuria (per il film e per la carriera del regista) e Saudade. L’ultima fatica dell’autore di Eureka è incentrata su un giovane fotografo cui viene commissionato, da un dentista, di fotografare di nascosto la sua compagna nei parchi di Tokyo, ogni giorno in uno diverso. Analizzando la topografia della città, si scoprirà che gli spostamenti della donna seguono, misteriosamente, un preciso tracciato. Un’opera, in verità, farraginosa, con troppa carne al fuoco che il regista fatica a controllare. Decisamente più interessante Saudade, anche se rimasto a bocca asciutta dal palmarès, del promettente cineasta Tomita Katsuya. Rientra in quel giovane cinema indipendente che sta emergendo in Giappone e che sta mietendo successi ai festival internazionali, come è stato il caso di Good Morning to the World!! e Hospitalité (di cui si è parlato nel reportage da Rotterdam). Come questi due film, Saudade si occupa di emarginati e immigrati che sono rappresentati dai nikkei, i discendenti dei giapponesi espatriati in Sudamerica o in Tailandia, e protagonisti di esodi di ritorno negli anni recenti. La loro identità nazionale e la loro integrazione sono oggetto del lungo film in cui le parti narrative spesso cedono il passo a momenti più di stampo documentaristico.
locarno2011_ninifuniFuori dal Concorso ufficiale si è visto il mediometraggio Ninifuni di Mariko Tetsuya. Film brillante giocato su una narrazione a incastro e sul sapiente alternarsi di silenzio e rumori di fondo, racconta di un rapinatore che fugge su una spiaggia dove trova la morte. Su quella spiaggia giungerà una troupe a girare un videoclip, incurante del cadavere del ragazzo. Tra i programmi speciali poi, si è avuta l’occasione di apprezzare una mini-retrospettiva sulla carriera cinematografica di uno dei fenomeni comici della tv giapponese recente, il geniale Matsumoto Hitoshi, già autore dell’entusiasmante e divertente Dai Nipponjin e del metafisico e incredibile Symbol, culminata nella proiezione in Piazza Grande della sua ultima fatica: Saya Zamurai, storia grottesca e dissacrante di un ronin sfortunato e povero – interpretato dal caratterista televisivo Nomi Takaaki, un volto agli antipodi da quello che ci si aspetterebbe di un samurai – che per evitare il seppuku deve ingegnarsi a far sorridere il suo principe, triste per la morte della madre. Gag e momenti burlesque degni di Mai dire Banzai, ma con quella capacità finora dimostrata dal regista di alternare i momenti allegri con quelli tristi della vita. La Semaine de la critique infine ha ospitato il documentario antropologico su canti e musiche tradizionali delle isole del Giappone meridionale, realizzato da Onishi Koichi, Sketches of Myahk.
locarno2011_let_the_bullets_flyLa Cina si riprende parzialmente il palcoscenico nelle sezioni laterali, dove viene presentato, fuori concorso, il travolgente Let the Bullets Fly, quarto film da regista di un grandissimo come Jiang Wen, che porta sullo schermo un trio perfetto di personaggi strambi e riuscitissimi in un potpourri di generi e (auto)citazioni interpretato, oltre che dal regista stesso, da Chow Yun-fat e Ge You. Operazione anomala comunque per un festival come Locarno, perché non si tratta di un’opera inedita, ma di un film che è già un grande successo di critica e pubblico in patria, peraltro già uscito in dvd. Forse più consono, per il genere, al FEFF. Ma la sorpresa asiatica del festival è arrivata, tra i Cineasti del presente, da Hello! Shu Xian Sheng, opera seconda di Han Jie, regista cresciuto sotto l’ala di Jia Zhang-ke (già Pardo d’onore nel 2010) che narra la metamorfosi del suo protagonista come quella della Cina intera, tra il degrado della provincia, il sogno di una vita senza conflitti, lo slancio verso il futuro e la zavorra del senso di colpa. Geopoliticamente cinese anche il film tibetano Tai yang zong zai zuo bian, opera prima di Sonthar Gyal, sempre per Cineasti del presente, storia di una redenzione e di una catarsi percorrendo la strada da e per Lhasa.
locarno2011_hanaanAlle altre cinematografie asiatiche rimangono le briciole. Le Filippine vedevano Raya Martin tra i giurati, il quale ha sbancato presentando anche ben tre opere: Buenas noches, Espaňa, fuori concorso, lavoro sperimentale ispirato a un presunto fenomeno di teletrasporto avvenuto tra le Filippine e il Messico in epoca coloniale; Boxing in the Philippine Islands, tra i Corti d’artista, sul mondo della boxe, molto popolare nel paese; Maicling pelicula naňg ysaňg Indio Nacional del 2005, inserito tra i film dei giurati. Filippino anche lo scialbo Seňorita di Vincent Sandoval, in concorso per Cineasti del presente. La Corea del Sud era presente con un’opera in compartecipazione con l’Uzbekistan, Hanaan, del russo-koreano Ruslan Pak.
Ciliegina sulla torta la selezione di Open Doors, anche se non tra il cinema far east, dedicata quest’anno al cinema indiano nelle sue lingue (non certo solo il mainstream hindi di Bollywood) e nelle sue radici storiche profonde, dal cinema muto (Prapancha Pash, 1929) al cinema realista telugu di Rajanesh Domalpalli (Vanaja, 2006), passando per la meravigliosa retrospettiva di un gigante del cinema non solo indiano e asiatico come Satyajit Ray.
A Locarno, insomma, asianofili o meno, non ci si annoia mai; magari ci vuole pazienza, ma ogni anno è un piacere insieme consueto, che ti mette a tuo agio, e nuovo, che ti sa sorprendere, che fa dire a ogni bizzarro esemplare di essere umano quali sono i cinefili che sì... ne vale la pena di spendere una settimana di vacanze a guardar film.

sitemap
Share on facebook