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DongFang il cinema dell'estremo oriente 2006

Monday, 06 November 2006 00:00 Armando Rotondi Festival - Report
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Era davvero ora che una città come Napoli potesse godere di un festival dedicato alle cinematografie del far east asiatico, data la solida tradizione che ha nell'ambito degli studi sull'Asia in genere e sull'Estremo Oriente in particolare. Risultava infatti impensabile che la città sede dell'Istituto Universitario "L'Orientale" non avesse ancora una finestra su quel mondo che da tempo affascina migliaia di persone, appassionati e, naturalmente, studenti.
Seppur in piccolo (ovviamente siamo lontani anni luce dal Far East di Udine) qualcosa è cambiato ed è nato questo DongFang - Il cinema dell'Estremo Oriente, organizzato dall'omonima associazione con il supporto di enti locali, fra cui la già citata università. Inaugurata nel 2005, la prima edizione della rassegna non poteva che essere dedicata alla Cina per una molteplicità di motivi: sin dal nome, DongFang, si intuisce il legame con quel paese, nella cui lingua la parola significa proprio "oriente"; bisogna inoltre considerare che non pochi tra i fondatori dell'evento nascono come sinologi. Si aggiunga infine come proprio le relazioni con quel paese siano all'origine dell'Università "L'Orientale", nata nel '700 come Collegio dei cinesi.
DongFang non è tuttavia limitata alla sola Cina, ma si propone come una rassegna itinerante per le varie cinematografie dell'Estremo Oriente, raccontando così i diversi modi di fare cinema nelle differenti realtà di anno in anno ospiti.
A Story of Floating WeedsL'edizione 2006, tenutasi dal 26 al 29 ottobre presso l'auditorium del suggestivo Castel Sant'Elmo, è dedicata al Giappone. È una rassegna ricca, di qualità, con un notevole numero di spettatori. Si inizia subito con l'evento speciale, un esperimento già attuato nel 2005: il connubio tra un classico del muto e la musica jazz eseguita dal vivo. La scelta cade su Ukigusa monogatari (A Story of Floating Weeds, 1934) di Ozu Yasujiro, secondo capitolo della serie Kihachi mono, dedicata al personaggio interpretato da Sakamoto Takeshi, e accompagnata per l'occasione dalle note del Franco D'Andrea Riff Trio. Se alcuni possono storcere il naso nel vedere Ozu a suon di jazz, c'è da dire che l'esperimento risulta piacevole e abbastanza riuscito, considerando anche come D'Andrea non utilizzi brani del proprio repertorio, ma componga pezzi appositamente per la pellicola.
Nobody KnowsSe il film rappresenta la cinematografia classica, quella dei grandi maestri, il resto è tutto dedicato alle nuove generazioni. La prima sezione è Cinema giapponese: nuovo millennio. Si tratta di opere realizzate non prima del 2001 e con un punto fondamentale in comune: la raffigurazione della realtà odierna del Giappone e delle difficoltà dei giovani a rapportarsi con la società. L'assenza e l'abbandono rappresentano il fulcro centrale della sezione. Troviamo così titoli come Nobody Knows (2004) di Kore-eda Hirokazu, bella pellicola ispirata ad un fatto di cronaca del 1988 e girato con tecniche semi-dumentaristiche. Quattro fratellastri, due maschi e due femmine, vivono felicemente con la madre in un piccolo appartamento di Tokyo. Non sono mai andati a scuola e l'esistenza di tre di loro è nascosta al padrone di casa. Un giorno la madre lascia a ciascuno di loro del denaro e una nota, incaricando il più grande di badare agli altri. Si ritrovano così ad affrontare il trauma della separazione e il confronto con il mondo esterno.
Tony TakitaniL'assenza, intesa come scomparsa, è al centro anche di Shara (2003) di Kawase Naomi: la vita normale della famiglia Aso, composta da quattro persone, viene infatti sconvolta dalla sparizione di Kei durante il festival di Jizo, mostrando poi le vicissitudini e le ossessioni del fratello gemello Shun a cinque anni dal misterioso evento. Si tratta di una tematica non nuova alla cineasta, che già con la sua opera di esordio, il documentario autobiografico Embracing, aveva mostrato le difficoltà vissute dopo un abbandono, in quel caso paterno. L'assenza dei genitori (madre morta e padre assente) caratterizza anche Tony Takitani (2004) di Ichikawa Jun: il protagonista che dà il titolo al film vive prima una sorta di svuotamento, di assenza di sentimenti e mancanza di vocazione (Alberto Moravia direbbe noia di vivere), poi scopre la vita grazie a Eiko, che diverrà sua moglie. Ma un ossessione si sostituisce a un'altra: la solitudine viene infatti rimpiazzata dalla paura della solitudine, di ritornare di nuovo al precedente stato esistenziale. Si tratta di un'elegantissima, seppur breve nei suoi appena 75 minuti, versione filmica di un racconto del famoso scrittore Murakami Haruki, i cui pregi sono da attribuire anche agli altri collaboratori del regista, primo fra tutti al compositore Sakamoto Ryuichi.
L'abbandono della casa e del proprio compagno è alla base anche di The Cat Leaves Home (2004), primo lungometraggio della regista Iguchi Nami, considerato in patria uno dei migliori debutti degli ultimi anni. Una fuga, nel vero senso della parola, è al centro di Yumeno (2004) di Kamada Yoshitaka. È narrata una storia di sangue in modo duro, spiazzante, freddo, ma anche con un fondo di pietà: Yoshiki deve un milione di yen alla yakuza; preso dal panico, piomba nella casa di Yumeno, ne uccide i genitori e prende la ragazza in ostaggio, scappando in auto con i cadaveri nascosti nel bagaglio.
Hana and AliceLa sopravvivenza di due ragazzi dopo esperienze terribili, come culti religiosi deviati e abusi, rappresenta il tema di Canary (2005) di Shiota Akihiko, che parte dal celebre attacco alla metropolitana di Tokyo del 1995.
Di rapporti adolescenziali parla Hana & Alice (2004) di Iwai Shunji, forse uno dei migliori titoli in programma, che, a detta dello stesso Alessandro Borri, organizzatore della kermesse, ha non pochi tratti in comune con il cinema di Wong Kar-wai: virtuosismo e perfezione tecnica, frammentazione stilistica di chi viene dal videoclip, sono infatti pregi nel raccontare una storia di amicizia e di primi amori, di crescita sentimentale.
Abbandono e assenza sono al centro anche di un'altra sezione della rassegna: Il cinema "di" Taguchi Randy, proponendo i due titoli trasposti dai romanzi della scrittrice.Taguchi Randy Taguchi Randy, nata a Tokyo nel 1960, è considerata una vera pioniera di internet. Già nel 1996 il suo sito aveva più di centomila accessi. Dopo l'uscita di quattordici romanzi e altrettanti saggi, oggi è un punto di riferimento per i temi dell'occulto e della sessualità. Concent (2001) di Nakahara Shun e Antenna (2002) di Kumakiri Kazuyoshi partono proprio dalle tematiche dell'assenza (la morte di un fratello nel primo caso, la scomparsa della sorellina minore nel secondo) per svilupparsi in un senso di colpa che sfocia in pulsioni sessuali, fino al sadomasochismo. Il cinema "di" Taguchi Randi non si è tuttavia limitato alle semplici proiezioni, ma è stato approfondito da un incontro con la scrittrice e con i due registi presso l'Università "L'Orientale".
La stessa sede ha visto anche un colloquio con l'altro grande ospite della manifestazione: Kurosawa Kiyoshi. Il regista, considerato come uno dei padri del nuovo horror nipponico, ha raccontato le sue esperienze, dagli esordi come studente universitario passando per i pink eiga fino al successo internazionale con il remake americano di una sua pellicola (Kurosawa si è lamentato di non essere stato invitato alla prima dai produttori statunitensi), spiegando come la cosa più importante nel cinema sia l'ambiguità. Della sua sterminata filmografia sono stati scelti quattro emblematici film: Cure (1997), a cui si deve la sua affermazione all'estero, spiazzante per il nuovo modo con cui descrive la violenza, lontano degli effetti più tipici del genere horror (e qui entra in gioco il suo concetto di ambiguità);Bright Future Charisma (1999), interpretato, come il precedente, dall'attore feticcio Yakusho Koji, con riferimenti tematici e ambientali al cinema di Tarkovskij o di Cronenberg; Pulse (2001), oggetto del mediocre rifacimento hollywoodiano (chissà come sarebbe stato se l'avesse girato Wes Craven, a cui era stata inizialmente affidata la regia) e opera di confronto con altri titoli orrorifici e psicologici giapponesi, primo fra tutti Ring di Nakata Hideo; Bright Future (2002) rappresenta, invece, l'abbandono momentaneo per le atmosfere del film horror (e dello yakuza movie, altro genere reinventato da Kurosawa) per descrivere un difficile rapporto paterno, non trascurando però elementi di ambiguità e di negatività tipici della sua produzione. Ultima sezione, anch'essa accompagnata da un incontro, è CONTanimeTION, dedicata all'animazione. Curata dai responsabili del Comicon, il salone del fumetto e dell'animazione di Napoli, ha visto un assaggio di tre serie. Tema centrale della sezione è stata la contaminazione di tradizioni diverse: anime tratti dalla letteratura occidentale (il fantascientifico The Count of Monte Cristo), altri ambientati in un contesto occidentale (Gunslinger Girl, che si svolge in Italia, prendendo le mosse proprio da Napoli) e infine serie animate desunte dalla tradizione letteraria e culturale giapponese (Samurai 7 dello studio Gonzo tratto, ovviamente, dal film di Kurosawa Akira).

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