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Mostra del cinema di Venezia 2011

Tuesday, 04 October 2011 09:42 Luca Della Casa, Giampiero Raganelli Festival - Report
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venezia2011_silver_lionMandato scaduto per Marco Müller, ormai longevo direttore veneziano, in carica dal 2004. Mentre si discute dell’eventualità di un suo ulteriore rinnovo, non si può non rilevare come difficilmente una tale figura possa essere adeguatamente rimpiazzata. Facendo un bilancio di questi otto anni di era Müller, vanno riconosciuti i sacrosanti meriti del Direttore - e per quanto riguarda il cinema asiatico, ma non solo, sono tanti. Impossibile elencarli tutti. Da Miyazaki, due volte in concorso e Leone d’Oro alla carriera, dalle storie segrete del cinema cinese e giapponese, a Jia Zhang-ke e tanto altro ancora. E i meriti sono tali che gli si può perdonare l’ennesima furbata. Ancora una volta, seguendo un copione collaudato – lo avevamo detto su queste pagine già a proposito dell’edizione 2006 – il film a sorpresa si rivela essere un cinese con problemi di censura in patria, People Mountain People Sea (Ren shan ren hai) di Cai Shangjun. E la giuria, per l’impatto emotivo suscitato, non può che tributargli uno dei premi più importanti, in questo caso il Leone d’Argento per la miglior regia.

La cinematografia cinese, del resto, è stata particolarmente valorizzata sotto la direzione di Müller, vuoi per la sua formazione di sinologo, vuoi per la costante attenzione che ha sempre dimostrato nell’evoluzione culturale e sociale dell’area geografica. La forte rappresentanza di titoli cinesi quest’anno evidenziava la progressiva unificazione delle tre Cine: se People Mountain People Sea batteva bandiera hongkonghese, pur essendo diretto e realizzato nella Cina continentale, The Sorcerer and the White Snake (Baishe chuanshuo) del più classico dei registi hongkonghesi, Ching Siu-tung, era di produzione mandarina.
venezia2011_coppa_volpiLa compagine proveniente da Hong Kong vantava il film del concorso destinatario del maggior numero di premi collaterali, ovvero A Simple Life (Tao jie) di Ann Hui, che ha anche visto premiata con la Coppa Volpi come miglior attrice la straordinaria protagonista, Deanie Ip. Il film è uno degli esempi più alti del cinema di Ann Hui, storica regista della new wave hongkonghese che ha proseguito un proprio originale percorso nel cinema intimista e sociale, riuscendo a fondere insieme tematiche quali la vecchiaia e la solitudine senza scadere in un facile pietismo. La Hui porta al suo apice il discorso iniziato in altri film, come Summer Snow, July Rhapsody e The Way We Are, e indaga il rapporto filiale instauratosi tra un Andy Lau scapolo e troppo impegnato nel lavoro e la sua anziana domestica, una Deanie Ip in bilico tra devozione servile e amore materno. Sempre da Hong Kong non poteva mancare il nuovo film “impegnato” di Johnny To, Life Without Principle (Duo mingjin), interpretato da Lau Ching Wan e presentato come un nuovo corso del regista, allontanatosi dalle tinte noir e sentimentali del suo cinema precedente. In realtà To ci ha già abituato in passato all’ibridazione dei generi e questo film non esula dalle tinte gangsteristiche del cinema a lui caro o dalle sue riflessioni sulla casualità. A differenza di Mad Detective o di altri suoi classici, però, To punta questa volta sull’attualità, utilizzando la crisi economica come motore del suo intreccio di storie. Infine da Taiwan è arrivato un kolossal di guerra, Warriors of the Rainbow: Seediq Bale (Saideke Balai), scritto e diretto da Wei Te-Sheng ma prodotto in Cina da John Woo e Terence Chang.
venezia2011_marcello_mastroianni_awardDal fronte del cinema giapponese, invece, sono venuti a mancare molti degli autori più interessanti del momento, confluiti nei programmi di altri festival, a eccezione di Sono Sion, il cui film Himizu ha arricchito il concorso di Venezia, imponendo i suoi giovani protagonisti Sometani Shôta e Nikaidô Fumi come migliori attori emergenti. Nel Fuori Concorso anche quest’anno un posto d’onore l’ha ottenuto Shimizu Takashi, particolarmente apprezzato da Müller: il suo Rabbit Horror 3D: Tormented (Rabitto horaa 3D) è stato l’unico lungometraggio stereoscopico in programma, come era accaduto già gli anni scorsi per il primo film 3D di Shimizu, The Shock Labyrinth, al quale anche quest’ultimo si ricollega per medesime ambientazioni e scene. Nella sezione Orizzonti i film più apprezzati sono stati Cut, produzione giapponese dell’iraniano Amir Naderi, e soprattutto Kotoko, il ritorno di Tsukamoto Shinya alle sperimentazioni del suo capolavoro Vital: accolto calorosamente dal pubblico, Kotoko è stato premiato anche dalla giuria, presieduta da Jia Zhang-ke, che gli ha tributato il Premio Orizzonti per il lungometraggio. Sempre dal Giappone, i cortometraggi 663114 di Hirabayashi Isamu e Modern No.2 di Mizue Mirai hanno puntato l’attenzione verso l’animazione pura, ovvero l’animazione sperimentale che richiama alla mutazione, quella condizione di fluidità corporea e psicologica profondamente insita nella cultura giapponese contemporanea.
venezia2011_orizzontiAnche in questa sezione non poteva mancare un film cinese, e la scelta è caduta su una personale rivisitazione filosofica del genere cappa e spada: The Sword Identity (Wokou de zongji), esordio alla regia di Xu Haofeng, storico delle arti marziali e sceneggiatore non a caso del prossimo film di Wong Kar-wai su Ip Man, famoso maestro di Bruce Lee.
Il regista da festival per eccellenza, il filippino Lav Diaz, ha presentato qui la sua nuova opera fiume, Century of Birthing (Siglo ng pagluluwal), quasi sei ore di vita filmata, o film sulla vita. Sorprendentemente l’unico film coreano è risultato essere Stateless Things (Jultak dongshi), opera seconda del giovanissimo Kim Kyung-mook, che probabilmente non basta a rappresentare una cinematografia forse un po’ in stallo, ma pur sempre ricca. Il cinema tailandese era rappresentato da due titoli che segnano un allontanamento dalle produzioni di genere action, per iscriversi nel solco del cinema documentaristico e sociale: il lungometraggio Lung Neaw Visits His Neighbours di Rirkirit Tiravanija e il corto Passing throught the Night di Wattanapume Laisuwanchai.
A completare il quadro, infine, le due menzioni speciali della sezione Orizzonti sono andate a due film asiatici, The Orator (O le Tulafale) di Tusi Tamasese, il primo lungometraggio samoano, anche se di produzione neozelandese, sorta di riproposizione di quel mondo tribale, con le sue leggi non scritte, dei villaggi africani raccontato da Idrissa Ouedraogo, e il cortometraggio All the Lines Flow Out di Charles Lim Yi Yong, proveniente da Singapore.

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