SPECIALE Far East Film 2008

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Feff2008 - PosterAnniversario del decennale per il Far East Film Festuval, a coronamento dell'instancabile e appagante lavoro del Centro Espressioni Cinematografiche di Udine. Niente festeggiamenti lussuosi, anzi il design degli ambienti è forse meno appariscente rispetto alla scorsa edizione, ma si respira aria di traguardo raggiunto e superato, di quelli che si spera rigenerino le forze e diano nuovo slancio. Anche le rassegne - la strepitosa mini dedicata a Miki Satoshi e la retrospettiva, sottotono ma necessaria, dedicata a Shin Sang-ok - non sono il vero centro: tutta l'attenzione è nella ricapitolazione dell'avventura trascorsa, in questi dieci anni di connubio tra un'idea vincente, il cinema popolare asiatico e il pubblico di marca Feff. Dei festeggiamenti eclatanti allora si può fare a meno: è già una festa ritrovare un festival ancora vivo e vitale al raggiungimento della "maggiore età".
In tutto sono presentati sessanta titoli da undici paesi, con le new entry Vietnam e Indonesia e il ritorno di Singapore e Malesia. La maggiori soddisfazioni, come capita sovente negli ultimi anni, vengono dalla selezione giapponese. Mark Schilling ingrana subito con i tre titoli della personale di Miki Satoshi (lo strambo Deathfix, il fulminante In the Pool e soprattutto Adrift in Tokyo), ma prosegue presentando commedie deliziose (Fine Totally Fine, Funuke e il vincitore Gachi Boy) e drammi lievi come Your Friends. Per questo gli si può perdonare l'insistenza su L Change the World o lo svarione ospedaliero The Glorious Team Batista; tanto c'è persino un pinku eiga coraggioso come The Tender Throbbling Twilight. Selezione senza infamia e senza lode dalla Corea. Darcy Paquet o problemi con gli accordi lasciano a casa film che sarebbero stati ideali per il grande schermo, ma ci si accontenta con il toccante The Wonder Years, la sicurezza Hur Jin-ho (Happiness) e il divertente Going By the Book. Hong Kong rimane a galla. Nel 2007 nell'ex colonia britannica erano usciti alcuni film promettenti, di cui si intravede solo l'eco nella selezione: c'è posto per il boss segreto del Feff, Johnnie To, con i suoi Mad Detective e lo stiracchiato Sparrow e poco altro, tra cui il piacevole sottocosto Magic Boy e il nostalgico Mr. Cinema. Sorprende invece la Cina, che trovato il giusto equilibrio tra quantità e qualità presenta una selezione interessante, su cui primeggiano Lucky Dog e soprattutto Ta Pu. Archiviata la pratica militare di The Assembly, peccato solo per la censura tardiva di Lost, Indulgence, bloccato dalle autorità, ma recuperabile integralmente in dvd hongkonghese. Da Thailandia e Filippine i soliti messaggi contrastanti. Dal paese del sorriso arrivano drammi delicati e meditati come Handle Me With Care e Love of Siam, ma anche assurdità fuori controllo come Sick Nurses e l'insipido pur se assai strombazzato Body. Dalle Filippine, tra una mezza debacle a basso costo come l'horror Altar e il combattivo dramma pauperistico Casket For Rent, c'è anche spazio per i robottoni giganti di Resiklo - ovvero effetti speciali scoppiettanti al servizio di una storia davvero sregolata.
Un anno di segno positivo. Rimane lo sconforto per un Horror Day sempre più traballante, ma a quanto pare è richiesto a furor di popolo, e le necessità di mercato non si discutono. Cigliegina sulla torta un concerto finale all'altezza della situazione, tra i movimenti tremolanti di Howie B e i riverberi sonici dei giapponesi Detroit 7.


p.s. per le recensioni dei film di Hong Kong rimando come sempre a Hong Kong Express .

 


di Stefano Locati, Giampiero Raganelli, Emanuele Sacchi

THE ASSEMBLY di Feng Xiaogang
The AssemblyDopo aver preso d'assalto il cinema wuxia con The Banquet (2006), il re dei blockbuster fanfaroni cinesi, Feng Xiaogang, si cimenta nel genere bellico. Racconta di un ambiguo comandante dell'Esercito Popolare di Liberazione in lotta, nel 1949, contro i nazionalisti del Kuomintang. Grandi spreco di scene corali, tra esplosioni, terra, urla e una abbondante dose di retorica. Un film blandamente critico verso i comandanti svolto in un contesto pienamente (e contraddittoriamente) autoritario. (s.l.)

LUCKY DOG di Zhang Meng
Lucky DogL'ultracinquantenne Wang, rubicondo e ottimista, è a riposo forzato. In una giornata tersa piena di imprevisti - tra indovine, lustrascarpe, risciò e compagnie teatrali - Wang girovaga per la città con la sua fidata bici, ben deciso a trovarsi un'occupazione che sostituisca il passato lavoro come meccanico delle ferrovie. Uno spaccato suburbano narrato per sottrazione, con ironia e sguardo umanistico. Commedia amara dai toni soffusi in cui emerge tutta la bravura del protagonista Fan Wei, su cui si regge l'intera impalcatura di questa velata e non retorica critica alla commercializzazione dei rapporti umani. (s.l.)

THE OTHER HALFdi Lin Lisheng
The Other HalfTre ritratti di donne, una madre e due figlie, nella Pechino di oggi, dove i costumi sessuali appaiono liberi come in occidente. Nonostante le intenzioni, lo sguardo del regista verso il mondo femminile non è autentico, i suoi personaggi non sono sentiti fino in fondo, anche con il buon lavoro di caratterizzazione delle attrici. Il film è più interessante come documento sulla modernizzazione di una società, e sul suo grado di emancipazione femminile, che per motivi artistici. (g.r.)

PK.COM.CNdi Xiao Jiang
Pk.com.cnDopo Spring Subway (2001) e Baober in Love (2003), il ritorno del cinema ultrapop in salsa cinese, destinato alle nuove generazioni. Luci fluo, inserti animati, montaggio ritmato, stacchetti musicali e un gusto per il surrealismo spicciolo caricano oltre misura la storia di un'amicizia tra tre studenti universitari. Dal mélo postadolescenziale al thriller, un amalgama esagerato che finisce col perdersi per strada. (s.l.)

TA PU di Wang Wei
Ta PuJia Zhang-ke fa scuola e non è una novità: la leva dello Shanxi pare una fucina di talenti e non fa eccezione Wang Wei, già attore, con Ta Pu, misurato quadretto di un'umanità ai margini, fatta di contadini, allevatori e altri personaggi borderline che vanno a scuola e arrivano a picchiarsi per l'unico libro di geografia in circolazione. Nascono (e muoiono) storie d'amore. (e.s.)

 

 


di Stefano Locati, Giampiero Raganelli, Emanuele Sacchi

BLACK HOUSE di Shin Terra
Black HouseUn assicuratore, insolitamente nel ruolo di eroe positivo, è alle prese con un cliente presunto psicopatico. Tratto dal romanzo di Kishi Yusuke, già adattato per il cinema nel 1999, il film si fonda sui colpi di scena, sull'imprevedibilità della trama. Finché si mantiene sul piano del thriller riesce a creare tensione e suspence, ben assecondando i meccanismi spettatoriali. Ma, quando prende la piega slasher, perde di credibilità, e gli effettacci truculenti sfiorano l'umorismo involontario. (g.r.)

FOREVER THE MOMENT di Yim Soon-rye
Forever the MomentAtipico film sportivo incentrato sulla pallamano. La regista Yim Soon-rye, in passato propensa a ragionare su piccole storia di crescita (Three Friends, 1996) o sconfitta (Waikiki Brothers, 2001) in universi interamente maschili, qui si concentra su una squadra femminile che si deve preparare alle Olimpiadi del 2004. Gli elementi in gioco sono sempre gli stessi - i drammi quotidiani delle giocatrici, gli allenamenti, la formazione dello spirito di squadra - ma elaborati con garbo e partecipazione. Brave le attrici, a partire da Moon So-ri e Kim Jung-eun, scontato ma ben orchestrato il crescendo in vista della partita clou. Grande (e insolito) successo al botteghino in patria. (s.l.)

GOING BY THE BOOK di Ra Hee-chan
Going by the BookTra poliziesco classico, commedia nera e farsa, l'esordiente Ra Hee-chan, collaboratore di Jang Jin, costruisce un film leggero, ma di sicura presa. Do-man, interpretato con cipiglio buffo e introverso da Jung Jae-young, è un poliziotto estremamente ligio alle regole, tanto da meritarsi l'antipatia di colleghi e superiori. Durante una esercitazione generale anti-crisi gli viene affidato il ruolo di finto-rapinatore. Dovrebbe essere normale routine, ma lui prende il compito assai seriamente, forse troppo. Ne nasce una situazione d'impasse sempre più eclatante - e imbarazzante per le forze dell'ordine. Molto divertente nella prima parte, si fa più amaro e riflessivo nella seconda. Grande incasso in patria. (s.l.)

THE GUARD POST di Kong Su-chang
The Guard PostLa morte corre sul confine tra le due Coree, in un avamposto sperduto. Dopo R-Point, Kong Su-chang torna al thriller di ambientazione militare e lo fa in quella terra di nessuno, dimenticata dal tempo, superstite della Guerra Fredda. Ben sviluppata la tensione claustrofobia, anche se all'interno di una narrazione contorta, ma l'idea di liberare l'orrore che alberga in quei luoghi simbolici non è sufficientemente sviluppata. Rispetto alle possibilità di una tale tematica, un'occasione sprecata. (g.r.)

HAPPINESS di Hur Jin-ho
HappinessOrmai maestro nello studio delle tragedie umane e dell'impatto che hanno sulla personalità e le scelte di vita delle persone, Hur Jin-ho è come se girasse sempre lo stesso (bellissimo) film. Forse Happiness - titolo quanto mai ossimorico con il cinema del nostro - non è ai livelli di Christmas in August e One Fine Spring Day, ma abbondano i momenti alti ed è magistrale la prova di Lim Soo-jung, fragile come un calice di cristallo circondato dagli elefanti della società odierna. (e.s.)

THE HAPPY LIFE di Lee Joon-ik
The Happy LifeTre amici di mezza età si ritrovano al funerale di un comune amico, col quale, ai tempi del liceo, avevano formato un gruppo. Nessuno di loro se la passa bene, tra debiti, problemi familiari e dubbi esistenziali. Il chitarrista, più idealista degli altri, vuole ritrovare il passato ardore riformando il gruppo. Ce la farà, coinvolgendo anche il figlio del defunto come cantante. Film dei buoni sentimenti da regista (Lee Joon-ik) e sceneggiatore (Choi Seok-hwan) del successo King and the Clown (2005). Caratterizzazioni perfette dei personaggi e qualche buona battuta non nascondono l'eccessiva velleità del film, destinato a spegnersi in un interminabile e retoricissimo concerto finale. (s.l.)

HELLCATS di Kwon Chil-in
HellcatsCommedia sentimentale al femminile: Ami è una sceneggiatrice quasi trentenne in crisi con il suo ragazzo; per questo si rifugia dalla sorella maggiore, Young-mi, una coreografa quarantenne di successo alle prese con l'attrazione per un attore molto più giovane di lei. Sua figlia, Kang-ae, liceale, deve invece consolare un'amica dal disinteresse del ragazzo, con esiti imprevisti. Tre generazioni a confronto che si dibattono tra gli alti e bassi dell'amore. Kwon Chil-in ripesca la formula di Singles (2003) che gli aveva dato successo e organizza un Sex and the City meno glamour e più elaborato. Qualche passaggio realmente simpatico e attrici convinte non nascondono comunque l'inconsistenza di fondo. (s.l.)

OUR TOWN di Jung Kil-young
Our TownIntricato gioco mortale di ricordi, sangue e sopraffazioni tra un poliziotto, un giovane serial killer e uno scrittore dal passato quanto mai oscuro. I tre personaggi sono legati da fili invisibili che portano a un crescendo di violenza, fino a sommergere la sonnolenta città di provincia teatro dello scontro. Thriller assai manierato, dalla struttura a incastro piuttosto algida, indeciso tra la cruda rappresentazione del legame tra i protagonisti e una estetizzazione degli istinti criminali. Moventi e motivi dei tre emergono nel finale, ma senza troppa convinzione. (s.l.)

SHADOWS IN THE PALACE di Kim Mi-jeong
Shadows in the PalaceIl palazzo reale della dinastia Joseon era rigidamente suddiviso e regolato da una gerarchia asfissiante. Nel generale contesto oppressivo, le donne erano ulteriormente private della libertà e dell'autonomia, costrette al nubilato e alla sottomissione, relegate in un'ala a parte del palazzo. È in questo mondo a parte, impermeabile a qualsiasi influenza esterna, se non al volere dei regnanti, che prende le mosse un intrigo oscuro e spaventoso che coinvolge la successione al trono. Una dottoressa di corte inizia a indagare sull'apparente suicidio di un'ancella e scoperchia un vaso di Pandora di abiezione e meschinità. Il vortice di nomi e colpi di scena cui è sottoposto lo spettatore, gestiti con qualche libertà di troppo, inizialmente disorientano, ma l'esordiente Kim Mi-jeong orchestra una ricostruzione storica efficace, sanguigna, con qualche debito all'horror, che trasmette sottopelle l'austera ingiustizia della corte medioevale. (s.l.)

THE WONDER YEARS di Kim Hee-jung
The Wonder YearsPer la tredicenne Soo-ah i piccoli drammi della crescita diventano un dedalo di macchinazioni per nascondere quella che lei ritiene essere la verità: non è la figlia della infaticabile lavoratrice Young-joo, con la quale ha sempre vissuto, ma di Seor-yeong, una popolarissima diva del pop. L'assurda convinzione porta Soo-ah a fuggire di casa per raggiungere Seoul, dove è intenzionata a confrontarsi con la cantante. Dramma sul superamento della sottile linea d'ombra verso l'età adulta narrato con trasporto e un amore sincero per i piccoli, significativi gesti della quotidianità. Soo-ah è caratterizzata con acume - bizzarra, ingenua e cinica al contempo - sempre pronta a spiazzare i suoi interlocutori adulti. Qualche caduta di tono nel finale, ma ottimo esordio per la regista Kim Hee-jung. (s.l.)

 


di Stefano Locati, Giampiero Raganelli

ALTAR di Rico Maria Ilarde
AltarHorror a basso costo dall'aficionado Rico Maria Ilarde (Woman of Mud, Beneath the Cogon), che racconta la solita storia di casa maledetta e stregata con la solita impellenza da b-movie autoriale e il solito scarno apporto di mezzi tecnici. Il tentativo è ibridare racconto del terrore e dramma esistenziale di un giovane tormentato da un errore iscritto indelebilmente nel suo passato, ma il risultato è un film disadorno e ondivago di sapore quasi amatoriale. Non si nega il coraggio nel voler portare un cinema di genere libero da compromessi in un'industria difficile come quella delle Filippine, ma il prodotto finito avrebbe bisogno ancora di molti aggiustamenti. (s.l.)

CASKET FOR RENT di Neal Tan
Casket for RentStoria di un minuscolo vicolo abusivo e del microcosmo di sottoproletari che gli ruota intorno. Tra disperazione e speranza, ironicamente il centro nevralgico della vita di strada è una piccola impresa che affitta bare e servizi correlati per i funerali. Tra degrado, topi famelici e povertà estrema, un racconto corale di sfollati, senzatetto e perdenti che rimane vagamente populista e talvolta sensazionalistico, ma conserva intatte le asperità e la durezza dei personaggi che ritrae, senza via di scampo dall'ingiustizia. (s.l.)

RESIKLO di Mark A. Reyes
ResikloVersione filippina di Transformers, che scopiazza, nella migliore tradizione dei film di serie B, anche un po' Alien, Guerre stellari e chi più ne ha... Il che la dice tutta. Ma Resiklo dimostra quanto siano democratici gli effetti speciali CGI, che permettono anche ai B-movie più infimi di risultare credibili. Mai più pupazzoni artigianali di cartapesta, sovraimpressioni posticce, fili che sollevano oggetti volanti! A mancare sono comunque le idee. In patria è stato un flop, ma la critica lo ama! (g.r.)

 


di Stefano Locati, Giampiero Raganelli, Emanuele Sacchi

ADRIFT IN TOKYO di Miki Satoshi
Adrift in TokyoTra Kaurismaki e il surreale nipponico, con Adrift in Tokyo Satoshi firma il suo capolavoro. Odagiri Joe mai così in palla per una storia che trae il meglio dal cinema d'autore europeo, ma che non potrebbe essere girato in nessun altro posto che nel Sol Levante. Il ritorno all'infanzia, la disperata ricerca del senso della vita, la voglia di staccare con tutto anche autodistruggendosi. Temi abusati che Satoshi riesce a sfiorare con levità, lontano anni luce da ogni forma di banalità. (e.s.)

ALWAYS - SUNSET ON THIRD STREET - 2 di Yamazaki Takashi
Always 2Secondo appuntamento, in odore di tris, con la cartolina della Tokyo post bellica messa in scena da Yamazaki Takashi. Il dispendio di mezzi e computer grafica nella ricostruzione d'epoca è evidente: abiti, case, strade e sapori sono quelli vibranti, poveri ma buoni di fine anni Cinquanta. La storia segue i protagonisti del primo episodio, con i due nuclei familiari allargati di un costruttore d'auto e di uno scrittore spiantato messi in parallelo. Unico imprevisto, una breve comparsata di Godzilla a distruggere la città; per il resto il film affoga nella urticante melassa buonista della nostalgia a tutti i costi. Toccante, ma ultraretorico. (s.l.)

CROWS - EPISODE 0 di Miike Takashi
Crows ZeroPer più di un'ora si rivede il miglior Miike, quello che ci mancava terribilmente. Eccessivo, debordante, scatologico, estremo, immune a ogni edulcorata analisi salottiera. Poi, sulla strada per il tetto del Suzuran, passa un po' alla cassa e alza l'otturatore a palla, ma Crows rimane un limpido segno di vitalità, oltre che la svolta in senso commerciale e di apertura al mezzo tv (sarà il suo Twin Peaks?). (e.s.)

DEATHFIX di Miki Satoshi
DeathfixUn giornalista è alla ricerca del deathfix, una droga in grado di provocare la morte temporanea. Miki spinge l'acceleratore verso l'ultrademenzialità, e la scatologia, arrivando a perdere il controllo, che invece manteneva negli altri film. L'obiettivo è realizzare un trip di comicità nonsense, ma il risultato è un'opera sfilacciata, un delirio sgangherato. Ma alcune gag sono memorabili come quando il regista gioca ancora, dopo In the Pool, con le pecette, ironizzando sulla censura giapponese. (g.r.)

FINE, TOTALLY FINE di Fujita Yosuke
Fine Totally FineIl titolo già dispone nel migliore dei modi e infatti Fine, Totally Fine è uno dei vertici dell'edizione X del Feff. Come per Adrift in Tokyo, un bozzetto minimalista che lascia trapelare i disagi di una società di ragazzi "interrotti", mettendoli al servizio di una comicità agrodolce ma a tratti irresistibile. Davvero impagabili gli spaventi messi in scena dal libraio-giardiniere-horrorofilo Teruo. (e.s.)

FUNUKE - SHOW SOME LOVE YOU LOSER! di Yoshida Daihachi
FunukeSulla scia di Kamikaze Girls e dei sempre più frequenti film giapponesi tratti da (o girati alla maniera di) un manga, Funuke è la storia di due sorelle dal temperamento e dall'aspetto opposti che duellano tra loro senza esclusione di colpi, ai danni dei parenti e di chiunque si frapponga nella loro eterna diatriba. Molto meno superficiale di quanto potrebbe sembrare, Funuke si colloca tra i migliori ritratti di famiglie disfunzionali nel cinema giapponese e non solo. (e.s.)

GACHI BOY di Koizumi Norihiro
Gachi BoyUn po' Memento un po' The Foul King, la storia del ragazzo smemorato che può trovare se stesso solo nel wrestling di strada tocca tutti i tasti giusti per far ridere e commuovere un po' a comando, ma non si può negare la godibilità di una storia ricca di sequenze che sono già storia del Feff. E non solo perché si è portato a casa un meritato Audience Award. (e.s.)

THE GLORIOUS TEAM BATISTA di Nakamura Yoshihiro
Glorious Team BatistaUna detective story di impianto classico, in cui il whodonit riguarda un'equipe cardiochirurgia. L'originale ambientazione, un po' di ironia e una trafila di scene gore a cuore aperto sono i punti di forza del film, Nakamura assolve al compitino di confezionare un film di genere senza infamia né lode. Seppur ispirato a episodi realmente accaduti in Giappone, il film evita qualsiasi pretesa di satira del sistema sanitario e, dopo The Kingdom, sarebbe difficile dire qualcosa di nuovo in merito. (g.r.)

IN THE POOL di Miki Satoshi
In the PoolAttraverso episodi dapprima paralleli e poi via via intersecati, Satoshi gioca di iperboli per esaltare il disagio di uomini e donne "fuoriposto" nel capitalismo avanzato nipponico. Con generosi dosi di naiveté si passa dalle gesta di Erecto Man a quelle della ragazza che si dimentica sempre qualcosa, passando per il colletto bianco anfibio, senza mai prendersi - vivaddio - neanche lontanamente sul serio. (e.s.)

KAIDAN di Nakata Hideo
KaidanIl regista di Ring si confronta con la tradizione dei kaidan, le storie di fantasmi del folklore giapponese, tipiche del teatro kabuki. Non un remake dell'omonimo film di Kobayashi, piuttosto una summa citazionista, che comprende anche Mizoguchi. Del grande autore viene riproposta la scena inquietante, di Ugetsu monogatari, della barca che naviga sulle acque brumose del lago Biwa. Un'opera classicista in cui stona il pur limitato ricorso agli effetti speciali, inutili in un horror d'atmosfera. (g.r.)

L CHANGE THE WORLD di Nakata Hideo
L Change the WorldSpin off del famoso brand Death Note, ispirato al popolare manga di Obata Takeshi. I due capostipiti, Death Note e Death Note: The Last Name, sono tra i più grandi incassi in Giappone nel 2006, mix spropositato di azione, horror, videogioco, spleen esistenziale adolescenziale e pose da idol. In questa terza incursione, diretta da Nakata Hideo in sostituzione di Kaneko Shusuke, si seguono le gesta di L, geniale detective sui generis dalla caratteristica gobba e dai modi autistici, in lotta contro un'organizzazione ambientalista impazzita. Dialoghi macilenti, ritmo anestetizzato e una macchinosità insopportabile rendono il tutto alquanto indigesto come e più dei primi due capitoli. (s.l.)

LOVE MASTER di Komino Masashi
Love MasterUn gigolò nel modo delle geishe, tra kimono e shamisen. Per elevarsi dalla sciatteria media dei pink, i registi ambiziosi devono inventarsi qualcosa per farsi notare, e invitare ai festival. Komino propone un'inedita prospettiva femminile, con un protagonista chiamato alla sacra missione di soddisfare le donne che incontra, e lo ambienta a Kagurazaka, caratteristico quartiere di Tokyo. Bella e mai stucchevole l'immagine del Giappone tradizionale, unico pregio del film. (g.r.)

PEEPING TOM di Fukagawa Yoshihiro
Peeping TomUno scrittore trae spunto, per i suoi romanzi erotici, dallo spiare i vicini. Un titolo ambizioso, che rievoca il capolavoro di Michael Powell, per raccontare una storia di voyeurismo. Un buon esempio della rinata vitalità, al cinema, dell'ero-guro, il genere letterario di Edogawa Rampo. Come altri film dello stesso filone, vedi Strange Circus, viene ripreso l'espediente metalinguistico, caro allo scrittore, di includere tra i personaggi un autore che scrive storie, narrazioni nella narrazione. (g.r.)

THE TENDER THROBBLING TWILIGHT di Imaoka Shinji
The Tender Throbbling TwilightBizzarro pinku eiga over sessanta dallo stesso regista del già allucinato Uncle's Paradise (2006). Due simpatici vecchietti, in gioventù compagni di scuola, si rincontrano a anni di distanza a una rimpatriata. I fuochi della passione sono ormai un ricordo di cui parlare con gli amici di bevute, ma tra i due nasce un'attrazione nostalgica che sfocia nel sesso. Imaoka Shinji costruisce una commedia ironica e disincantata, con guizzi surreali (i flashback liceali con gli attori anziani nei panni di loro stessi da giovani) diluiti in un impianto realista. Il contorno è svalvolato, ma il cuore del film è la riscoperta dell'eros oltre la barriera della vecchiaia, in sincerità e senza moralismi. (s.l.)

YOUR FRIENDS di Hiroki Ryuichi
Your FriendsL'amicizia di due ragazze, accomunate da handicap fisici, una zoppa, l'altra con una disfunzione renale. Un film intimista attraversato dal sottotesto metaforico delle nuvole. Evocate dalle due protagoniste, alla ricerca di quella perfetta, disegnate e fotografate (le foto sono dello stesso regista), fino alla bellissima scena finale della ragazza vista dall'alto, la soggettiva di una nuvola. Come nella concezione orientale, le nubi sempre cangiati, rappresentano la transitorietà dell'esistenza. (g.r.)

 


di Stefano Locati, Giampiero Raganelli, Emanuele Sacchi

Indonesia

QUICKIE EXPRESS di Dimas Djayadiningrat
Quickie ExpressCommedia dai toni colorati e le influenze vagamente sexy. Jojo, un giovincello piacente e spiantato, scopertosi privo di qualità ma non di caparbietà nel provarci, trova finalmente lavoro in una pizzeria con consegna a domicilio. Sembra poca cosa per chi ha in mente di fare soldi facili, veloci e senza troppo impegno: la pizzeria si rivela però essere una copertura per un giro di gigolo su appuntamento. Affiancato da due improbabili compagni, Jojo si darà da fare per scalare le vette dell'organizzazione, non senza imprevisti. Battute esagerate e ritmo frizzante accompagnano l'insolita incursione indonesiana nel cinema commerciale. Un tentativo ardito, ma piuttosto scoperto e tutto sommato poco incisivo. (s.l.)


Malesia

KALA MALAM BULAN MANGAMBANG di Mamat Khalid
Kala Malam Bulam MangambangUn horror, contaminato con il noir, il musical, il melò e la comicità slapstick. Il tutto girato in un nostalgico bianco e nero per rievocare i b-movie malesi degli anni '50. Detto questo è detto tutto, inutile raccontarne la delirante trama. Un genuino omaggio cinefilo al cinema di genere degli anni d'oro o una sofisticata operazione intellettuale? Probabilmente entrambe le cose, considerando che l'artefice è quel Mamat Khalid reduce dal romeriano, virato al demenziale, Zombi Kampung Pisang. (g.r.)

ZOMBI KAMPUNG PISANG di Mamat Khalid
Zombi Kampung PisangUn successone in Malesia questa storia di zombi che non si capisce se sia un film comico o un film horror. Quel che è certo che la fiera rivendicazione di uno status di serie Z (il trucco degli zombi avrebbe offeso la sensibilità di Ed Wood) non basta a giustificare la pochezza di Zombi Kampung Pisang, che come unico primato può vantare la peggiore e più offensiva caricatura di gay mai osservata su grande schermo. (e.s.)

 


di Stefano Locati, Giampiero Raganelli, Emanuele Sacchi

Singapore

GONE SHOPPING di Wee Li Lin
Gone ShoppingTre storie indipendenti si intrecciano nel dedalo di centri commerciali che è idealmente Singapore. Una ricca quarantenne, un giovane impiegato stanco della routine in ufficio e una bimba tamil abbandonata cercano la felicità, il senso della vita e un po' di calore umano nel non luogo per eccellenza. Una commedia semplice, frizzante e senza troppe pretese da una giovane regista al suo esordio nel lungometraggio. (s.l.)


Taiwan

SECRET di Jay Chou
SecretDebutto alla regia per il cantante taiwanese Jay Chou, che racconta, in modo molto delicato, una storia d'amore di college, che a un certo punto prende una piega inaspettata. La musica non rappresenta un semplice commento, ma costituisce un sottotesto, fino a diventare un qualcosa di magico, in grado di superare le barriere del tempo, della realtà e dell'immaginazione. Chou riesce a essere credibile, a parte nel finale un po' sopra le righe, dove peraltro sembra un obbligo citare Shining. (g.r.)


Vietnam

THE REBEL di Charlie Nguyen
The RebelBotte da orbi e prodezze atletiche per The Rebel, action che prende a pretesto la lotta indipendista del Vietnam contro i francesi per tagliare su misura una storia su Johnny Nguyen, campione di arti marziali e sin qui spalla di lusso dei Tony Jaa del caso. Visto che non si cercano particolari introspezioni piscologiche, The Rebel offre esattamente quel che gli si chiede: scene di lotta ottimamente girate, protagonista bellissima, ecc. (An)estetico. (e.s.)

 


di Stefano Locati, Giampiero Raganelli

BODY di Paween Purijitpanya
BodyUn uomo è ossessionato dall'incubo ricorrente di una donna che viene smembrata. Solo un sogno? Uno slasher in salsa thai, ispirato a un episodio di cronaca realmente accaduto, che ebbe protagonista un ginecologo che fece a pezzi la moglie. Tecnicamente di buona fattura, con gran dispiego di effetti CGI, la storia è però infarcita di cliché triti e ritriti, il ritmo della narrazione è lentissimo. Una bella sforbiciatina avrebbe giovato. Rimangono solo gli effettacci gore, su cui il film si regge. (g.r.)

HANDLE ME WITH CARE di Kongdej Jaturanrasmee
Handle Me With CareUn insolita commedia on the road rurale con protagonisti due sconosciuti che vivono ai margini della società. Kwan è un giovane nato con tre braccia. Na è una giovane sperduta e senza soldi. Entrambi, senza conoscersi, sono in viaggio alla volta di Bangkok. Kwan salva Na da un tentativo di stupro e da allora i due si muovono insieme, in un percorso metaforico sempre più irto di ostacoli. Saggio sulla solitudine e l'emarginazione dei diversi raccontato con tono confidenziale, tanta musica folk e un pauperismo empatico d'altri tempi. Qualche lungaggine e una seconda parte meno convincente offuscano la resa, ma a fine visione permane una sensazione piacevole. (s.l.)

LOVE OF SIAM di Chookiat Sakweerakul
Love of Siam Le vicissitudini di due ragazzi e la loro storia d'amore, ostacolata in un difficile contesto famigliare. Garbato e affettuoso ritratto degli adolescenti tailandesi, che sono soliti ritrovarsi nella piazza Siam di Bangkok. Tutt'altro che un film furbo: lo sguardo del regista è sempre delicatissimo e il tema dell'omosessualità è trattato con grande naturalezza e spontaneità. In patria è un cult, così come molte canzoni della colonna sonora, ed è già uscito un director's cut di quasi tre ore. (g.r.)

ME... MYSELF di Pongpat Wachirabunjong
Me MyselfVeicolo per la neo star Ananda Everingham, il protagonista del fortunato horror Shutter, con una storia poco verosimile su un travestito che perde la memoria e inizia una delicata storia eterosessuale con la ragazza che lo ha inavvertitamente investito. Lui, Tan, è sensibile e aggraziato. Lei, Oom, con un figlio a carico e una vita lavorativa incasinata, non può fare a meno di infatuarsene. Coscientemente spinto verso il mélo straziante, il film di Pongpat Wachirabunjong è piacevole e intenso, a patto di non porsi troppe domande sull'ingenuità e l'ambiguità con cui sono messe in scena le scelte e le pulsioni sessuali. (s.l.)

MUAY THAI CHAIYA di Kongkiat Komesiri
Muay Thai ChaiyaClassica storia di riscatto sportivo, ambientata nel torbido mondo del thai boxing. Le belle scene di lotta, dal montaggio frenetico e con l'uso di ralenti e split-screen, basterebbero a farne un buon prodotto di genere. Il regista si permette qualche vezzo artistico, forse per esibire l'apprendistato con Apichatpong Weerasethakul e Wisit Sasanatieng. Un incipit in bianco e nero seppia e paesaggi di mare dai colori saturi: facili estetismi che non bastano a elevare il film dalla mediocrità. (g.r.)

THE SCREEN AT KAMCHANOD di Songsak Mongkolthong
The Screen at KamchanodHorror sovrannaturale con i soliti fantasmi di contorno, ispirato a un dubbio fatto di cronaca avvenuto nel 1991: dei proiezionisti itineranti hanno proiettato un film nella provincia di Kamchanod, riportando che si presentarono degli spettatori solo dopo la mezzanotte, rigorosamente divisi per sesso, donne vestite di bianco da una parte e uomini vestiti di nero dall'altra. Una equipe guidata dal dottor Yuth cerca di fare luce sulla leggenda, ma dopo aver visionato la bobina originale prendono il via misteriose apparizioni. Tensione di routine e ritmo poco agguerrito. (s.l.)

SICK NURSES di Thospol Sirivivat e Piraphan Laoyont
Sick NursesIn un ospedale, dove le infermiere sono inspiegabilmente tutte sexy, si pratica il commercio clandestino di cadaveri. Ma il fantasma di uno di questi non è molto d'accordo. Un thai-horror strutturato come un porno, dove i corpi femminili vengono prima esibiti, con vestiti attillati, e poi smembrati, seviziati o dissezionati, anziché impiegati sessualmente. Una sfilza di truculenze, efferate quanto fantasiose, realizzate con ingegnosi trucchi artigianali. Un giochino che diviene presto monotono. (g.r.)

 

 


Il cinema popolare di Shin Sang-ok
di Stefano Locati

Shin Sang-okLa retrospettiva di quest'anno presenta quattro pellicole di fine anni '50 del regista e produttore coreano Shin Sang-ok, angoli di svolta rispetto alla successiva carriera, che si concretizzò nel successo degli anni '60. Nato a Cheong-jin, nel nord della Corea, nel 1926, Shin sviluppo presto un'attrazione per le diverse culture. Mentre la Corea era sotto il dominio giapponese, si trasferì a studiare a Tokyo, nel periodo più repressivo del regime bellico, dove scoprì il cinema francese. Tornato in patria dopo la liberazione, nel 1946 partecipò come art director al primo film indipendente coreano, Hurrah for Freedom. Iniziò a lavorare al suo primo film da regista, Evil Night (oggi purtroppo considerato perduto), nel 1950, ma fu interrotto dal protrarsi della guerra di Corea e riuscì a completare l'opera solo due anni più tardi. Nel 1953 sposò l'attrice Choi Eun-hee, co-protagonista del suo esordio, contribuendo a trasformarla in una star. Da allora Shin si lanciò nella produzione e nella regia, fondando prima la Seoul Film Company e la Shin Production, e in seguito - a inizio anni '60 - aprendo degli studios nella cittadina di An-yang. Nel momento di suo massimo splendore la compagnia da lui guidata arrivò a dare lavoro a 300 impiegati, maestranze e attori, producendo fino a 25 film l'anno. A questo periodo risalgono i film più noti, dal mélo Mother and His Guest agli storici Prince Yeonsan e Seong Chun-hyang, primo film a colori della storia del cinema coreano; dal bellico Red Muffler al drammatico e toccante Deaf Samryongi; dall'esplicito Eunuch fino al fanta-storico Thousand Year Old Fox. Il decennio, caratterizzato da grandi sfide, si chiude con l'inasprimento della politica censoria del dittatore Park Chung-hee. Per l'industria cinematografica significa ulteriori ristrettezze, e il modello verticale ideato di Shin, che comprendeva produzione, distribuzione e anche una rete di sale cinematografiche cui appoggiarsi, implode. Shin Sang-okNel 1978 prima Choi Eun-hee, poi lo stesso Shin Sang-ok vengono rapiti da agenti di Kim Il-jong e traportati oltre il 38° parallelo. Dopo alcuni anni di prigionia e isolamento, le due star del cinema coreano acconsentono a girare film nella Corea del Nord. Solo nel 1986 riescono a fuggire, durante un viaggio in Europa, trovando finalmente rifugio negli Stati Uniti. Shin, la cui vita era interamente dedicata al cinema, riprese a girare, alternado produzioni minori a Hollywood e qualche ritorno in Corea del Sud, fino alla morte, avvenuta nel 2006.
Shin Sang-ok è una delle figure centrali della storia del cinema sud coreano. Pur se meno "autore" rispetto a figure come Kim Ki-young o Yu Hyun-mok, registi altrettanto importanti, la sua capacità di gestire i diversi generi popolari, l'attenzione per la produzione e il montaggio e il fiuto nell'interpretare i gusti del pubblico svolsero da traino per l'intera industria, modernizzandola e ponendo le basi per futuri sviluppi. La sua carriera ebbe alti e bassi, sostanzialmente divisa in cinque periodi distinti: la crescita artistica (culminata con i successi di fine anni '50 presentati nella retrospettiva), il decennio d'oro negli anni '60, la lenta discesa negli anni '70, gli anni di cattività in Corea del Nord e infine il ritorno alla libertà. Una vita intensa, vissuta sempre in funzione del cinema, tra set e studios, al fianco della sua musa.

 

I film della retrospettiva
di Stefano Locati, Giampiero Raganelli, Emanuele Sacchi

A COLLEGE WOMAN'S CONFESSION (1958)
Complesso dramma al femminile, grande successo di pubblico all'epoca e definitiva consacrazione per Shin Sang-ok. Una ragazza in procinto di laurearsi in legge ma priva dei soldi necessari per sopravvivere, segue il consiglio di un'amica e dopo il ritrovamento di un diario si finge la figlia segreta e perduta di un potente uomo politico. Struttura imperniata sui lunghi flash back, ritorno ciclico di strazianti scene madri e qualche accenno di realismo post bellico rendono la visione interessante da un punto di vista storico, più difficile da quello dell'intrattenimento. (s.l.)

A FLOWER IN HELL (1958)
Il migliore tra gli Shin Sang-ok passati al festival, A Flower in Hell ritrae la situazione di degrado della Corea post-bellica, con le donne coreane ridotte a intrattenere i soldati americani per raggranellare qualche soldo. C'è chi ne approfitta, come Yeong-shik, e chi, come il fratello Dong-shik, vuole rimettere le cose a posto. Seguirà tragedia, con evidenti echi viscontiani nel cruento finale. (e.s.)

IT'S NOT HER SIN (1959)
Classico del cinema sudcoreano di Shin Sang-ok, come buona parte delle pellicole del popolare regista, dalla moglie Choi Eun-hee. Una storia di solidarietà tra due donne, tipico esempio di quel genere melò che rispondeva ai bisogni di emancipazione femminile del dopoguerra. Ma anche un noir, vicino alla concezione hollywoodiana: un incipit drammatico, la narrazione rivelatrice in flashback, l'ambientazione giudiziaria. Tratto da Gina Kaus, che ispirò anche molti noir classici americani. (g.r.)

A SISTER'S GARDEN (1959)
Realizzato con i soldi guadagnati grazie a A College Woman's Confession, è un ulteriore dramma familiare sulla caduta di una ricca famiglia borghese alla morte del patriarca. Le due sorelle Jung-hee e Myung-hee, insieme al fratellino Chang-sik, devono barcamenarsi tra debiti e imprevisti, nel tentativo di mantenere uno stile di vita elevato. Se la prima ragazza scende a compromessi, rinuncia all'amore e sostanzialmente si immola per garantire un futuro a tutti, la seconda ha un approccio più edonista. Film dai risvolti tragici che metteva in scena la vertiginosa occidentalizzazione dei costumi della società coreana e tutti gli imprevisti e incongruenze da essa portati. Uno sguardo popolare ma attraente su un periodo poco noto del cinema del paese. (s.l.)

 


Non solo cinema. Il Far East Film festival è un'esperienza ristoratrice, nonostante la fatica quotidiana delle visioni. Perché in nove giorni di visioni si intrecciano volti, voci ed esperienze che raccontano un'identica passione - quella per il cinema proveniente dall'est asiatico.

STEFANO LOCATI
Dieci anni, praticamente undici: non tutti vissuti, a dire il vero, avendo io varcato per la prima volta le porte del Feff solo alla terza edizione, ma di certo sentiti e seguiti e voluti. Un anniversario importante per il Cec, dalle provincie dell'impero alle dichiarazioni di stima di testate internazionali, fino alla collaborazione con il fratello maggiore di Venezia. Ma non solo per gli organizzatori: è un anniversario anche per gli appassionati, che in dieci anni si sono avvicendati, dibattuti, divertiti e accapigliati nelle sale del teatro, nel cortile antistante e per le strade di Udine. Un'invasione neanche troppo silenziosa che racconta di quanto, se non proprio "un altro mondo", almeno "un altro pubblico è possibile". Perché in fondo l'anniversario del Feff è anche un po' l'anniversario della riscoperta del cinema est asiatico in Italia, suvvia anche in Europa. In dieci, praticamente undici anni, di cose ne sono successe. Dagli iniziali clamori per un pugno di nomi noti - John Woo e Ringo Lam, John Woo e Wong Kar-wai, John Woo e Tsui Hark, e così via - oggi parlando con alcuni aficionados si potrebbe disquisire di registi, attori e starlette giapponesi, coreani, tailandesi o cinesi che probabilmente neanche un cinefilo autoctono saprebbe collocare. Un bel passo avanti, verso una curiosità sfaccettata per tutti i cinemi asiatici, tutti i generi, tutti i periodi. Qualcosa che è merito anche del Feff, e quindi del Cec, se esiste, e che dunque è bello celebrare e festeggiare, anche con un po' di retorica, se serve.
Per il resto il Feff si barcamena tra selezioni rincuoranti (Giappone in testa, nonostante l'asfissiante presenza di Death Note e cloni) e svarioni. Ma il succo non è mai solo in sala, tra classiche cuffiette che si sfracellano al suolo, cellulari che suonano e qualche ronzio da assopimento di sottofondo, bensì tutto intorno. Il Feff è vivo per il contesto, un contesto che grazie a risate e passaparola si trasforma in fretta in mitologia: dal complicato sistema di difesa da Jean Bouton ai cavalletti di Ambroisine, dalle quasi-feste non sempre alcoliche ai quasi-litigi tra le prime file, con escalation di bestemmie, dall'immensità di Lam Suet in posa con gli occhiali dello sponsor alle inverosimili presentazioni dei libri. Dieci anni, praticamente undici, presto dodici.

GIAMPIERO RAGANELLI
Quest'anno il mio Far East inizia con la visione del sequel di Always. Immediato il senso di déjà vu, perché la mia iniziazione al festival di Udine avvenne due anni fa proprio con il primo Always. Come allora, è stato un grande impatto emotivo vedere sul grande schermo il simbolo della Toho, quel logo circolare, da cui si dipartono raggi iridescenti, che sono abituato a vedere nei film in dvd. In questo, penso, sta l'importanza del Far East. Il pubblico è composto, per la quasi totalità, da appassionati di cinema orientale, abituati a fare acquisti massicci di dvd, vcd, che si ritrovano a Udine per il piacere di poter vedere quegli stessi film nello splendore del 35mm.
Quest'anno poi si celebra il decimo anniversario del Feff. Il film Mr. Cinema ci riporta a un'altra importante ricorrenza dell'anno scorso, l'handover di Honk Kong del 1997. La quasi contemporaneità di questi due fatti mi rievoca che in Italia il cinema di Hong Kong cominciava a impazzare con i film di John Woo e Wong Kar-wai proprio alla vigilia di quell'evento cruciale. Embè? Significa qualcosa tutto ciò? No, è solo mia associazione di idee, che diamine!
Per il resto ricorderò il mio soggiorno a Udine per tante cose: l'agriturismo così simile al Bates Motel, con la proprietaria pronta ad accoltellarti se non mangi le sue torte fino all'ultima briciola, l'istituzione del Placereani Fan Club, le chiacchierate che non ho fatto con Jean Bouton, il micione dell'osteria Al Cappello, che ho scoperto chiamarsi Crick!

EMANUELE SACCHI (aka The FEF centerpiece; and pardon me if it's not enough)
Il ritorno dal Feff è sempre un po' un trauma, almeno per il sottoscritto. Sarà che ad attendermi c'è il Lavoro, sarà che subentra la consapevolezza che non si può vivere di film orientali e basta (ma ne siamo proprio sicuri?). Sarà soprattutto che quel microcosmo lì, quella gente lì, quell'atmosfera lì, a costo di dire la peggio banalità immaginabile, sono cosette difficili da trovare in giro, tra una corsa per prendere la metro e una coda all'ufficio postale. E questo a prescindere dal valore dei film, che nell'ultimo anno è stato anche buono (solo grazie ai nihonjin, perché le selezioni di Corea e Hong Kong non sono state proprio brillantissime). Se Fréderic Ambroisine lo incontrassi sulla metro, per dire, mentre mi pianta un cavalletto nel costato, non la prenderei benissimo. Quando invece mette in scena la sua coreografia durante un'intervista e cerca di monopolizzare l'attenzione di Lau Ching-wan e Johnnie To, beh, è tutta un'altra storia. Se Zombi Kampung Pisang è la tua unica attività serale prima di andare a nanna, con ogni probabilità il giorno seguente un morto lo fai; ma in quel contesto son grasse risate, come per il saoshi di Love Master che tromba meglio di Rocco, ma non si realizza finché non conosce i drammi familiari (a saoshi, ma vaff...).
Frizzi e lazzi, come sempre, in una bolla immune alle intemperie dello spaziotempo (ecco, con questa forse ho scritto la più grande cazz... di sempre). Pure Howie B - pare che per portarlo in temperatura dopo il disuso l'abbiano messo nel microonde a P80 e passato poi in modalità grill - sembrava rinato, un ragazzino (la statura da pigmeo aiuta), a contatto con l'entusiasmo del Feff.
E dopo questo spot che manco i film di Feng Xiaogang commissionati dal Comitato Centrale mi aspetto un ingente obolo da parte del Cec e un posto in sala accanto a Placereani. Non ve la cavate mica con la "colonna portante", stavolta.

 


LEUNG WING-FAI

film preferito
Funuke
film detestato
Altar
sorpresa
la selezione dalla madrepatria cinese, ad esempio Ta Pu, Lucky Dog...
delusione
Run Papa Run di Sylvia Chang, l'Horror Day
vincitore morale
Gachi Boy
scena/e culto
la scena dello specchio (con le 7 personalità del colpevole) in Mad Detective
personaggio dell'anno
Lam Suet
l'idea più folle
fare uno spin off di Death Note?
tormentone
"Perché non sei uscito?" "Aspettavo che uscissi tu per prima!?"




STEFANO LOCATI

film preferito
Adrift in Tokyo
film detestato
L Change the World
sorpresa
Miki Satoshi
delusione
Tactical Unit - The Code
vincitore morale
Fine, Totally Fine
scena/e culto
tutto Deathfix. Ma anche il concerto dei Detroit7. Finalmente.
personaggio dell'anno
Lam Suet superstar
l'idea più folle
portare Trivial Matters al posto di Exodus. Oppure sperare che Zombi Kampung Pisang diventasse un cult.
tormentone
...l'ira delle prime file colpisce sempre chi mormora durante i titoli di testa...





GIAMPIERO RAGANELLI

film preferito
Adrift in Tokyo
film detestato
The Rebel
sorpresa
Gachi Boy
delusione
Crows - Episode 0
vincitore morale
Fine, Totally Fine
scena/e culto
Gojira in Always - Sunset on Third Street 2, i fuochi d'artificio in Magic Boy
personaggio dell'anno
Leggo (Magic Boy)
l'idea più folle
Sick Nurses
tormentone
Il frigorifero che cade di The Detective



EMANUELE SACCHI

film preferito
Adrift in Tokyo
film detestato
The Other Half e la rosa posticcia
sorpresa
Satoshi. Ci aspettavamo tanto, ma forse non così
delusione
Tactical Unit - The Code
vincitore morale
Fine, Totally Fine, in nomen omen
scena/e culto
lo strike umano di Crows. Firmato Miike
personaggio dell'anno
Arakawa Yoshi Yoshi aka Teruo (anche qui, in nomen omen...)
l'idea più folle
censurare Lost, Indulgence. Complimenti al governo cinese (e W i pizzaioli pro-Tibet)
tormentone
"Ti prendo gli occhiali e te li faccio mangiare, gran figlio di..." 


a cura di Leung Wing-Fai, Stefano Locati, Giampiero Raganelli, Emanuele Sacchi
e con l'amichevole partecipazione di Andrea Fornasiero

TITOLO Regista F
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CINA




ASSEMBLY, THE di Feng Xiaogang 3
5
4 al 5
LUCKY DOG di Zhang Meng
7,5 7,5

OTHER HALF, THE di Lin Lisheng
3 4 5
PK.COM.CN di Xiao Jiang

4

TA PU di Wang Wei
7 7 5 7,5
COREA DEL SUD




BLACK HOUSE di Shin Terra
5 5,5 5
FOREVER THE MOMENT di Yim Soon-rye

6

GOING BY THE BOOK di Ra Hee-chan 7,5
7
7
GUARD POST, THE di Kong Su-chang
3,5 6,5 6 6 al 7
HAPPINESS di Hur Jin-ho 5
7,5 6 7,5
HAPPY LIFE, THE di Lee Joon-ik 5
5

HELLCATS di Kwon Chil-in
5 6,5
6
OUR TOWN di Jung Kil-young

5

SHADOWS IN THE PALACE di Kim Mi-jeong

6,5

WONDER YEARS, THE di Kim Hee-jung

7

FILIPPINE




ALTAR di Rico Maria Ilarde
1 3
3
CASKET FOR RENT di Neal Tan

6,5

RESIKLO di Mark A. Reyes 3
5,5 4
GIAPPONE




ADRIFT IN TOKYO di Miki Satoshi 6,5
8,5 8 8
ALWAYS - SUNSET ON THIRD STREET 2 di Yamazaki Takashi 4
5 7 5
CROWS - EPISODE 0 di Miike Takashi 5 6,5 7 7 7
DEATHFIX - DIE AND LET LIVE di Miki Satoshi 2
6,5 7 6
FINE, TOTALLY FINE di Fujita Yosuke

7,5 8 7 al 8
FUNUKE, SHOW SOME LOVE YOU LOSERS di Yoshida Daihachi 7,5 8,5 8 8 7,5
GACHI BOY, WRESTLING WITH A MEMORY di Koizumi Norihiro
7 7,5 8 7+
GLORIOUS TEAM BATISTA, THE di Nakamura Yoshihiro

4 6 2
IN THE POOL di Miki Satoshi 5
7 7 7 al 8
KAIDAN di Nakata Hideo
3 6 8 6,5
L CHANGE THE WORLD di Nakata Hideo

3

LOVE MASTER di Komino Masashi 1,5
2 6 3
PEEPING TOM di Fukagawa Yoshihiro


7
TENDER THROBBING TWILIGHT, THE di Imaoka Shinji

7

YOUR FRIENDS di Hiroki Ryuichi
5,5 7,5 7 7,5
HONG KONG




DETECTIVE, THE di Oxide Pang 4,5
5,5 6 4,5
EMPRESS AND THE WARRIORS, AN di Ching Siu-tung
4 6 7 6
MAD DETECTIVE di Johnnie To, Wai Ka-fai
8 6,5
7,5
MAGIC BOY di Adam Wong
6 6 7 5,5
MR. CINEMA di Samson Chiu

7 7
RUN PAPA RUN di Sylvia Chang
3 6
4
SPARROW di Johnnie To

5,5
6,5
TACTICAL UNIT - THE CODE di Law Wing-cheong

4
4
TRIVIAL MATTERS di Pang Ho-cheung

5
5
INDONESIA




QUICKIE EXPRESS di Dimas Djayadiningrat

4

MALESIA




KALA MALAM BULAN MANGAMBANG di Mamat Khalid 7,5
4,5 7
ZOMBI KAMPUNG PISANG di Mamat Khalid

2
1
SINGAPORE




GONE SHOPPING di Wee Li Lin

5,5

TAIWAN




SECRET di Jay Chou 5
6 7 5
THAILANDIA




BODY di Paween Purijitpanya
2 4,5 6 4
HANDLE ME WITH CARE di Kongdej Jaturanrasmee

7

LOVE OF SIAM di Chookiat Sakweerakul

6,5 7 6 al 7
ME... MYSELF di Pongpat Wachirabunjong

6,5

MUAY THAI CHAIYA di Kongkiat Komesiri 4
5 4 5,5
SCREEN AT KAMCHANOD, THE di Songsak Mongkolthong
4


SICK NURSES di Thospol Sirivivat, Piraphan Laoyont

2 6 1,5
VIETNAM




REBEL, THE di Charlie Nguyen 6 2 6 4 6,5
TITOLO (anno) F
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U
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G
L
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C
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I
R
A
G
A
N
E
L
L
I
S
A
C
C
H
I
RETROSPETTIVA SHIN SANG-OK




A COLLEGE WOMAN CONFESSION (1958)

6,5

A FLOWER IN HELL (1958) 7
7 5 6 al 7
IT'S NOT HER SIN (1959)

4 5 5
A SISTER'S GARDEN (1959)

6