Mostra del cinema di Venezia 2006

Indice articoli

Fatti e misfatti
di Giampiero Raganelli

Jia Zhang-ke"Leone d'Oro con gli occhi a mandorla", "La Cina è vicina" recitano alcuni titoli di giornali, esprimendo lo stupore, se non l'indignazione, di fronte all'assegnazione del Leone d'Oro al film cinese Still Life di Jia Zhang-ke. Per una volta la giuria veneziana premia un'opera di ricerca, un film che spiazza e scompiglia i rigidi schemi mentali di molti critici quotidianisti. Lo stesso scalpore che suscitarono le vittorie di Vive l'amour e di Città dolente. Proprio in occasione di quest'ultima, Marco Müller, all'epoca consulente della Mostra per il cinema orientale, venne sospettato di avere esercitato pressioni sulla giuria. Stessa accusa mossa quest'anno, causa una sospetta riunione con i giurati. Difficile pensare a un tale potere di persuasione; certo è che il film premiato rispecchia appieno i giudizi del direttore sinologo. Molti hanno poi espresso perplessità perché Still Life è stato presentato come film sorpresa. Questa è in realtà una vecchia tattica, sperimentata nel 2000 da Müller, quando era direttore a Locarno, con il film cinese Baba, del regista Wang Shuo. Raccontando la storia disturbante di un parricidio, in cui la figura del padre ucciso è facile vedere la metafora del Partito, questa opera era stata proibita dalle autorità cinesi da almeno 4 anni. Fu fatto arrivare illegalmente nel festival ticinese, e la sua presentazione fu tenuta segreta fino all'ultimo. L'ondata emotiva, suscitata dalla vicenda, fu tale da renderne un obbligo l'assegnazione del primo premio, il Pardo d'Oro. E ciò avvenne anche a discapito di opere magari artisticamente più interessanti, come Little Cheung di Fruit Chan, che comunque vinse il Pardo d'Argento. L'anno successivo, un'impresa analoga fu compiuta da Alberto Barbera, all'epoca direttore a Venezia. Anche in quel caso un film cinese fu presentato a sorpresa: Jin Nian Xia Tian (Fish and Elephant), della regista Li Yu, storia di una coppia di lesbiche.
A Venezia, seguendo un modello ormai consolidato, Müller non manca di tirar fuori dal suo cappello a cilindro film orientali non previsti dal programma. Prima Ferro 3 di Kim Ki-duk, poi Takeshis' di Kitano, e infine, con Still Life, il colpaccio gli è riuscito di nuovo. Ma questo la dice lunga sul fatto che il film di Jia Zhang-ke sia un'opera scomoda; si condivida o meno il fatto che fosse il film migliore, la sua vittoria costituisce un riconoscimento coraggioso.
Quanto sia importante la presenza del cinema orientale per il pubblico lo si è potuto vedere nel lunghissimo applauso riservato, quest'anno, a Tsai Ming-liang, dopo la proiezione del suo ultimo lavoro I Don't Want to Sleep Alone. E vedere il regista taiwanese, visibilmente emozionato per l'ovazione ricevuta, baciare affettuosamente i suoi due attori, è stato davvero commovente.
Non si può dimenticare, poi, la grande presenza negli ultimi anni di quel cinema "far east" considerato più commerciale. C'erano grandi autori di anime, Otomo Katsuhiro, Oshii Mamoru, Kon Satoshi, un film dello studio Ghibli, e poi Johnnie To, Jackie Chan. Escludendo la lodevole assegnazione, l'anno scorso, del Leone d'Oro alla Carriera al "maestro" Miyazaki, è difficile che questi registi possano vincere qualche premio. Purtroppo le barriere fittizie tra cinema di genere e cinema d'autore sono ancora ben salde nella mentalità del giurato medio di un festival. Non si può non condividere, a questo proposito, una frase pronunciata da Jackie Chan in conferenza stampa. Alla domanda, di una giornalista cinese, che chiedeva se non si sentisse a disagio nel partecipare a un festival d'arte cinematografica, ha risposto serafico: "Sono contento di essere a Venezia!".

 


di Paolo Bertolin

 

Jia Zhang-keLa migliore Venezia di sempre. L'iperbole, magari con il correttivo riferito all'esperienza personale, circolava presso gli 'alternativi' alla Mostra - alternativi perché non inseriti, al di fuori del mainstream dell'ufficialità vuoi giornalistica, vuoi del colore festivaliero. Un'opinione invero condivisa da chi verga queste righe, e ingenerata in buona parte dal rilevante contributo delle opere in provenienza d'Asia Orientale. La valanga asiatica si sa è oramai una costante della direzione Müller, ma i suoi esiti migliori li ha dati proprio quest'anno. Spiace nondimeno che, come al solito, circolassero pure la consuete, provinciali, riprovevoli espressioni d'insofferenza verso i "troppi film asiatici" - queste invece ad appannaggio proprio di chi nel mainstream ci sguazza. A fronte delle vette di creazione artistica raggiunte da Jia Zhang-ke, Apichatpong Weerasethakul, Kon Satoshi, Tsai Ming-liang, Ho Yuhang e da un Garin Nugroho discriminatoriamente relegato a Orizzonti, simili lamentele continuano a intristire e sconfortare.
Da un'entusiasta incondizionato della Direzione Müller, riconoscente per il tanto bel cinema, non solo asiatico, che ha dispensato, la sola risposta non può che essere una provocazione. Quest'anno a fare l'unanimità della critica ufficiale è stato Coeurs di Alain Resnais, che chi scrive ha trovato una consensuale e stantia pratica di buon cinema d'autore all'europea. Ricordo dunque che il Maestro Resnais vinse un Leone d'Oro nel 1961 con L'anno scorso a Marienbad, opera enigmatica, assai più arrischiata e stimolante della sua produzione recente: un premio che suscitò le ovvie perplessità dei festivalieri mainstream dell'epoca. Mutatis mutandis e a stretto giudizio di chi scrive, i candidati a L'anno scorso a Marienbad del 2006 erano a pieno titolo Paprika e Syndromes and a Century: se uno dei due avesse vinto, chi può dire se tra quarant'anni un nuovo film del Maestro Kon o del Maestro Weerasethakul non sarebbe stato al top dei gradimenti dei critici a Venezia 2046? Ma, come c'insegnano, la storia non si fa con i se, nemmeno quella del cinema.
E, fortunatamente, il Leone d'Oro 2006 è andato davvero a un L'anno Scorso a Marienbad, ossia Still Life/Sanxia Haoren di Jia Zhang-ke, che difatti ha fatto storcere il naso a tutti i filistei professanti il conformismo dell'immagine piatta. Va da sé che si tratti del migliore Leone d'Oro veneziano da quasi un decennio a questa parte, perché non assegnato, come troppo spesso accade, a un'opera facile, di soddisfacente tenuta espressiva e forte presa emozionale, ma incapace di asserzioni radicali nel linguaggio filmico (si vedano i vari Vera Drake, The Magdalene Sisters, Prima della Pioggia o Michael Collins), bensì a un lavoro complesso, articolato, che parla dei suoi tempi e dei suoi luoghi con la lucidità rivelatrice di un talento che attendeva doverosa consacrazione: un Leone insomma della stessa stirpe reale di quelli di Kitano (Hana-bi, 1997), Tsai (Vive l'amour!, 1994) e Hou (Città dolente, 1989), non a caso tutti Leoni d'Oriente... Segnate la mia puntata: l'ammirazione per il Maestro Jia e la sua opera persisterà sino al 2046!

 


di Paolo Bertolin, Giampiero Raganelli, Emanuele Sacchi

EXILED
di Johnnie To (Hong Kong)
ExiledAncora Johnnie, sempre Johnnie, ormai padrino incontrastato del noir (non di Hong Kong, ma di tutto l'orbe terracqueo, sia chiaro). To riprende in mano The Mission, ne gira quello che può sembrare un sequel o un omaggio, mentre in realtà ne mette in scena il negativo perfetto (se là regnava la fedeltà al boss, qui ben presto si trasforma in una ribellione verso lo stesso, interpretato da un gigantesco e ormai eletto Simon Yam). Il pretesto è l'handover di Macao, come nel pregevole Isabella di Pang, ma quello che To si ostina a mettere in scena è la sua poetica di amicizia virile, qui leoniana come non mai, come strumento di una macchina-cinema oliata alla perfezione che non trascura sottotesti politici abilmente dissimulati. E il finale è di quelli no future, senza speranza, come solo il Maestro sa lasciarci... (e.s.)

I DON'T WANT TO SLEEP ALONE di Tsai Ming-liang (Taiwan)
I Don't Want to Sleep AloneTsai Ming-liang filma per la prima volta in un lungometraggio la natia Malesia. Cambia di latitudine, ma non perde le coordinate della sua bussola. Ancora personaggi alla deriva nella desolazione alienante del paesaggio urbano, sospinti nei loro indeterminati peripli solo dal maestrale molto terreno del desiderio. Ancora scandaglia i possibili di aggregazioni umane che evadono dalle codificazioni della norma sociale, in un finale tenerissimo che trascende e iconizza i tanti letti sfatti e i tanti fluidi che irrigano il suo cinema. Novità: uno Hsiao Kang sdoppiato, da un lato costretto in un letto che di piacere non è, inevitabilmente privato del contatto con un altro corpo che non sia a contratto, dall'altro alla ricerca del corpo giusto con cui condividere un giaciglio a prestito. Composizioni memorabili: la minzione a due, la sognante pesca con farfalla, l'amplesso gasato, la lama alla gola... (p.b.)

MUSHI-SHI di Otomo Katsuhiro (Giappone)
Mushi-shiNel Giappone rurale degli inizi del XX secolo si incontrano i Mushi, creature misteriose e impalpabili, e i Mushi-shi, unici tra gli umani in grado di percepire i primi. Otomo Katsuhiro confeziona un fantasy puro, creando un mondo popolato di misteriose presenze, un po' folletti un po' spiriti naturali di matrice shintoista. Sono gli ultimi scampoli di un mondo che va scomparendo: nelle città è già in corso il processo di modernizzazione voluto dall'imperatore Meiji. Trasposizione dell'omonimo manga dell'autrice Urushibara Yuki, Mushi-shi trova il suo principale limite proprio nell'adattamento fedele di una serie fatta di episodi autoconclusivi. Il risultato è una struttura narrativa contorta, con un lungo e faticoso montaggio alternato che occupa tutta la prima parte. Per l'autore di Akira la seconda prova dietro la macchina da presa dopo World Apartment Horror conferma come sia maggiormente a suo agio con l'animazione. (g.r.)

PAPRIKA di Kon Satoshi (Giappone)
PaprikaProbabilmente a Satoshi Kon di Lynch interessa poco o nulla, ma, nell'anno dedicato al genio di Missoula, Paprika pare come nel suo habitat naturale, quello in cui la fantasia non trova ostacoli che l'arrestino o redini che la imbriglino e può permettersi di creare mondi e distruggerli, trasformare i Presidenti di multinazionali in mostri apocalittici e i ciccioni nerd in eroi. Un viaggio nella molteplicità di psiche contorte che caratterizza l'odierna società nipponica che è al contempo indagine psicanalitica e infallibile strumento di entertainment. Quando Konakawa ritrova la forza di sedere in una sala cinematografica perché non ha più paura, la tentazione di lasciarsi andare alla commozione è forte. La repressione del proprio fanciullo interiore genera mostri, parole e immagini di Satoshi Kon. (e.s.)

STILL LIFE di Jia Zhang-ke (Cina)
Still LifeIl villaggio bimillenario di Fengjie, presso la zona panoramica delle Tre Gole sul fiume Yangtze, sta per essere cancellato: verrà sommerso una volta ultimata la realizzazione della diga più grande del mondo, detta appunto delle Tre Gole. Questo ambiente è il crocevia delle storie di due coppie: un ricongiungimento e una separazione. Il protagonista del film è il paesaggio in trasformazione: ovunque è un brulicare di operai intenti a smantellare i vecchi palazzi e a costruirne di nuovi, a monte del futuro lago artificiale. Le carcasse dei vecchi edifici da una parte, costruzioni futuristiche, fantascientifiche, dall'altra. Sull'ambiente di Fengjie, Jia Zhang-ke aveva già realizzato il documentario Dong, anch'esso presentato a Venezia. Ha poi deciso che con un'opera di finzione avrebbe potuto raccontare la vita degli abitanti del villaggio, anche nei loro momenti privati. Coraggioso Leone d'Oro. (g.r.)

SYNDROMES AND A CENTURY di Apichatpong Weerasethakul (Tailandia)
Syndromes and a CenturyCinema della reincarnazione, della migrazione delle immagini, delle situazioni, dei personaggi, dei dialoghi in quest'ennesimo capolavoro del thai Apichatpong Weerasethakul. Arte sublime della variazione per l'occhio occidentale che si fa incantare dalla giustapposizione rurale/urbano in un concerto visivo che s'ispira a teneri, languidi sospiri d'amore e incontri casuali o programmati tra anime che cercano di (ri)congiungersi. Spazi, luci, oggetti entrano nelle notazioni di Syndromes and a Century con lo stesso peso dell'umano: organico e inorganico non si distinguono; una statua, un macchinario d'ospedale valgono un insistito primo piano forse più di un volto alla finestra. Eclissi del narrativo? No, piuttosto armonia di un cinema che recupera e ricombina il potenziale architettonico dei suoi elementi. (p.b.)

 


di Paolo Bertolin, Giampiero Raganelli, Emanuele Sacchi

 

THE BANQUET di Feng Xiaogang (Cina/Hong Kong)
The BanquetZhang Yimou, per quanto discusso (e spesso a ragion veduta), ha saputo regalare molto al nostro bombardatissimo immaginario, specialmente in seguito alla svolta wu xia di Hero e House of the Flying Daggers. Il prevedibile fio da scontare è quello di una tendenza destinata a diffondersi in maniera perniciosa, specie se a salire sul carro dei vincitori è il temuto Feng Xiaogang, che già in A World Without Thieves aveva ampiamente dato prova della sua assoluta pochezza di linguaggio cinematografico. The Banquet purtroppo è proprio come ce lo si immagina, uno spottone super-estetizzante per le superstar del momento che di Ching Siu-Tung ha assimilato solo lo svolazzare delle vesti e di Hero la pomposità sopra le righe. Peso specifico altissimo, in contrapposizione all'assoluta vacuità di contenuti. Il wu xia, va da sè, è altra cosa, ma forse non nella percezione di qualche businessman della Cina Popolare. Se questo è il progetto che hanno in mente riguardo al patrimonio culturale salvaguardato da Hk c'è di che tremare. (e.s.)

THE CITY OF VIOLENCE di Ryoo Seung-wan (Corea del Sud)
The City of ViolenceDopo il premio della critica a Cannes per il boxe movie Crying Fist, ci s'attendeva un film d'autore da Ryoo Seung-wan, o almeno un action d'autore. Al Lido invece è approdata una pellicola su commissione, voluta dal protagonista Jeong Du-hong, il più noto stunt e coreografo d'azione coreano, inevitabilmente votata più all'esibizione ginnica che al modellare personaggi a tutto tondo. Eppure lo zigzag di Ryoo tra i topoi non è spiacevole quanto molti lo hanno trovato a Venezia: le sequenze d'azione convincono e divertono, in particolare l'attacco delle gang studentesche e l'apogeo finale, mentre il nucleo drammatico è sufficientemente corposo, sviluppato attorno al tema del tradimento di una lunga amicizia virile. A conti fatti, è forse la collocazione in prima mattinata o a mezzanotte a non aver giovato. Altro discorso è che nell'aut aut tra il film di Ryoo e Dirty Carnival di Yu Ha si sia discutibilmente privilegiato il primo... (p.b.)

COURTHOUSE ON THE HORSEBACK di Liu Jie (Cina) *
Courthouse on Horseback Le peripezie di un tribunale a cavallo che si sposta per i villaggi della Contea di Ninglang, nel sud-ovest della Provincia dello Yunnan. Questa corte itinerante è composta da un giudice anziano, un'impiegata, un giovane laureato e, naturalmente, il cavallo che porta in groppa tutti i documenti e lo stemma nazionale. I tre uomini appartengono ognuno a una diversa etnia. La Contea di Ninglang è incassata sulle montagne, isolata dal resto del mondo dalla difficoltà dei sentieri per raggiungerla. Vi convivono 12 etnie diverse. La situazione di questo film è abbastanza comune nelle aree rurali della Cina. Attualmente ci sono un migliaio di tribunali itineranti. Opera prima per Liu Jie, che ha lavorato a lungo con Wang Xiaoshuai, il regista de Le biciclette di Pechino.
* Sintesi del pressbook (non ci è stato possibile vederlo)

DO OVER di Cheng Yu-chieh (Taiwan)
Do OverUltime 24 ore dell'anno a Taipei. Sei personaggi, che gravitano attorno al set di un film, sono in cerca del finale della loro storia. Primo lungometraggio per il taiwanese Cheng Yu-chieh, che non segue le orme dei grandi maestri dell'isola, ma confeziona un'opera in puro stile Sundance: piani temporali intrecciati all'inverosimile, che si ricongiungono solo alla fine. Un po' Memento, un po' 21 grammi. L'impressione è quella di trovarsi di fronte a un puro esercizio di stile, un giochino fine a se stesso. Evidente la morale metacinematografica: nella vita non si possono rifare le scene venute male. Concetto espresso da Woody Allen in una sua battuta: "Non puoi controllare la vita. Puoi controllare solo l'arte. L'arte e la masturbazione. Due campi in cui sono un grande esperto". Purtroppo Cheng Yu-chieh sembra eccellere solo nel secondo, almeno nella sua variante mentale. (g.r.)

DONG di Jia Zhang-ke (Cina)
DongJia Zhang-ke segue, in questo documentario, il lavoro del pittore Liu Xiao-dong nella realizzazione di una serie di pitture a olio intitolate Hot Bed. Nella prima parte l'artista giunge a Fengjie, il villaggio cinese che sta per essere rottamato per fare posto alla grande diga delle Tre Gole. Dodici operai, addetti allo smantellamento dei vecchi edifici, vengono scelti come modelli per i dipinti. Da qui è nato lo spunto per il film Still Life. Nella seconda parte il pittore è nel caldo tropicale di Bangkok, dove a far da modelle sono dodici donne. Le vite di persone che vivono in due città asiatiche: con pochi elementi, quasi fossero le pennellate del pittore, Jia Zhang-Ke ritrae due paesaggi umani, riuscendo a cogliere l'essenza dell'Asia. Dong significa appunto Oriente. (g.r.)

KOOROGI di Aoyama Shinji (Giappone)
KoorogiAoyama Shinji rilegge il mito della bella e la bestia: Koorogi racconta il rapporto morboso che lega una donna non più giovanissima, ma estremamente affascinante e raffinata, a un vecchio bavoso, cieco e muto. Lei lo accudisce con dedizione fino a farne una missione. A complicare la vicenda l'ingresso in scena di una giovane coppia e la scoperta di una presenza archeologica nelle vicinanze: una cripta cristiana risalente al '600. La vicenda è trattata con uno sguardo entomologico, richiamato peraltro nel titolo ("grilli"), rifacendosi a Imamura Shoei e Teshigahara Hiroshi. L'ecclettismo di Aoyama si riflette nel gran numero di citazioni al cinema e alla letteratura sia nipponici che occidentali. Si arriva a un vero e proprio sincretismo in cui la concezione della vita propria della religione cristiana, portata in Giappone nel XVII secolo da missionari portoghesi, si confronta con la ciclicità di matrice buddista, mentre gli elementi naturali richiamano lo shintoismo. Film complesso e decisamente affascinante. (g.r.)

OPERA JAWA di Garin Nugroho (Indonesia)
Opera JawaTrasposizione ai giorni nostri del Rapimento di Sita, uno dei sette canti del Ramayana, antico poema epico sanscrito. Il film è un musical che fa uso di melodie tradizionali indonesiane, la musica karawitan, caratterizzate dall'ampio uso di percussioni e xilofoni. La storia è quella di un triangolo amoroso che vede una donna contesa tra il marito e un ricco mercante che l'ha rapita. I tre hanno in comune il fatto di essere stati ballerini e di aver rappresentato a teatro proprio quest'opera. Scenografie originali e mai stucchevoli, come quelle del mattatoio, con tanto di carcasse di mucche, 40 coreografie, musicisti e ballerini di fama internazionale. Quello che manca, purtroppo, è l'amalgama di tutti questi ingredienti, e questo fa di Opera Jawa un film sterile, di cui si poteva benissimo fare a meno. (g.r.)

RAIN DOGS di Ho Yuhang (Malesia/Hong Kong)
 Rain DogsSì, il cinema orientale sa ancora riservarci delle piacevoli sorprese. Tra superbambini e patacche fantasy cresce sempre più il bisogno di storie minimal da cui emerga il piacere di raccontare, con semplicità, i turbamenti dell'adolescenza. Sullo stile dei Pang Ho-cheung di oggi o dei Fruit Chan di ieri, cinema indubbiamente d'autore ma comunque figlio della rivoluzione copernicana compiuta da Hk. Ci pensa Ho Yuhang con questa bucolica storia malese fatta di frasi importanti lasciate a mezza via, vite confuse e senza sbocchi lontane da una Kuala Lumpur dai ritmi incomprensibili, teatro di una violenza parossistica quanto vana. Mentre la colonna sonora recita incessantemente Sometimes I Feel Like a Motherless Child per accompagnare i passi incerti del povero Tung, orfano di affetti e certezze al centro di una solitudine desolante con la quale è impossibile non simpatizzare. (e.s.)

ROB-B-HOOD di Benny Chan (Hong Kong)
Rob-B-HoodDue ladruncoli rapiscono un bambino per conto di un boss mafioso, ma non riescono a consegnargli il malloppo. Dovranno tenere il piccolo e improvvisarsi baby sitter. Terza collaborazione tra Jackie Chan e il regista Benny Chan: decidono di spingere l'acceleratore sulla comicità, basandosi su modelli hollywoodiani consolidati quali Arizona Junior e i vari "scapoli & bebè movies". Grande profusione di gag scatologiche, complici i pannolini del piccolo, e di doppi sensi sulle adozioni da parte di coppie gay: i due protagonisti in giro con un bebè sono soggetti a maldicenze. Jackie Chan, nei panni di un personaggio per lui atipico, uno sgangherato malvivente, si dimostra un interprete versatile, preparandosi così a un futuro in cui dovrà contare sempre meno sulla sua abilità acrobatica. Le scene funamboliche, rese ancor più vertiginose dal coinvolgimento del bambino, ci sono ancora, comunque, e non deludono. La lavorazione del film si è dovuta interrompere, causa il solito piccolo incidente accaduto all'ex stuntman. Immancabili gli errori di scena sui titoli di coda. (g.r.)

SAKEBI di Kurosawa Kiyoshi (Giappone)
 SakebiNon v'è dubbio che Kurosawa Kiyoshi abbia raggiunto le vette formali e concettuali del suo cinema con Kairo; tutto quel che è seguito, ivi compreso questo Sakebi, brilla di una luce solo pallida negli occhi di chi spera nel ripetersi dell'abbacinante miracolo. Eppure, come nel caso in questione, siamo ancora di fronte al lavoro di un autore lucidissimo, capace d'immagini suggestive, di brividi inquietanti più per il cervello che per lo stomaco, di una coerenza intertestuale che porta avanti un discorso personale e non risaputo. Sakebi propone di nuovo un tunnel aperto tra mondo materiale e aldilà in una storia di fantasmi giapponesi tinta di giallo; come ovvio, non è la chiave del mistero a tenere l'attenzione quanto il trauma emozionale che avvinghia Yakusho Koji alle eteree figure femminili che popolano il suo conscio e inconscio. Ancora un contagio, sanabile però. (p.b.)

TACHIGUISHI RETSUDEN di Oshii Mamoru (Giappone)
Tachiguishi retsudenLa storia del Giappone del dopoguerra raccontata dai "Maestri del Fast Food", immaginari professionisti dello scrocco di cibo nei baracchini di strada. Questo tipo di ristorazione si è diffusa in Giappone nel periodo postbellico, quando i ristoranti tradizionali erano inaccessibili alla maggior parte della popolazione, per poi evolversi fino ai moderni fast food, simbolo dell'omologazione consumistica. Un originale approccio sociologico delle abitudini alimentari che permette al regista di raccontare le speranze e la disillusione della sua generazione. Il film è costruito con la tecnica del "superlivemation", che consente di movimentare immagini bidimensionali di fotografie di persone o oggetti reali. Oshii prosegue così, dopo Avalon, nel suo percorso di ricerca di commistioni tra animazione e live action. A non funzionare è però la voce off a commento di tutto il film, scelta che lo rende pesantemente didascalico. E la visione con sottotitoli risulta davvero faticosa. (g.r.)

TALES FROM EARTHSEA di Miyazaki Goro (Giappone)
Tales from EarthseaL'attesa era di quelle non da poco: vedere all'opera il figlio del sensei, ormai internazionalmente venerato il dovuto, e magari smentire gli scettici che accennavano maliziosamente al fatto che i figli d'arte raramente si dimostrano al livello dei padri. Alla luce di Tales From Earthsea risulta difficile smentirli, però, mentre si capisce perché babbo Hayao abbia abbandonato il soggetto: forse lui solo, con una delle sue mirabolanti invenzioni, sarebbe riuscito a mettere in piedi qualcosa sulle ceneri di un fantasy tradizionale quanto miope, legato a maghi, draghi, occhioni grandi sbarrati e consunti stereotipi (tutti occidentali) visti e stravisti. Benché i personaggi talora amino librarsi in volo, è il film a non decollare mai. (e.s.)

 


 

di Paolo Bertolin, Giampiero Raganelli, Emanuele Sacchi

TITOLO Regista (Paese) B
E
R
T
O
L
I
N
R
A
G
A
N
E
L
L
I
S
A
C
C
H
I
CONCORSO


EXILED Johnnie To (Hong Kong) 8,5 7 8+
I DON'T WANT TO SLEEP ALONE Tsai Ming-liang (Taiwan) 9+ 9 7+
MUSHI-SHI Otomo Katsuhiro (Giappone) 6- 6,5
PAPRIKA di Kon Satoshi (Giappone) 10 7,5 8
STILL LIFE di Jia Zhang-ke (Cina) 10 8 6
SYNDROMES AND A CENTURY Apichatpong Weerasethakul (Tailandia) 10

FUORI CONCORSO


THE BANQUET Feng Xiaogang (Cina)
3 2
TALES FROM EARTHSEA Miyazaki Goro (Giappone) 5 7 5
FUORI CONCORSO - MEZZANOTTE


THE CITY OF VIOLENCE Ryoo Seung-wan (Corea del Sud) 8 6,5 5
ROB-B-HOOD Benny Chan (Hong Kong)
6,5
SAKEBI Kurosawa Kiyoshi (Giappone) 7,5 6 8
ORIZZONTI


COURTHOUSE ON THE HORSEBACK Liu Jie (Cina)


KOOROGI Aoyama Shinji (Giappone) 7,5 8,5
OPERA JAWA Garin Nugroho (Indonesia) 10+ 4
RAIN DOGS Ho Yuhang (Malesia) 10 5 7+
ORIZZONTI DOCUMENTARI


DONG Jia Zhang-ke (Cina) 8 8
TACHIGUISHI RETSUDEN Oshii Mamoru (Giappone) 7,5 7 5
SETTIMANA DELLA CRITICA


DO OVER Cheng Yu-chieh (Taiwan)
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