Mostra del cinema di Venezia 2006

Indice articoli

di Paolo Bertolin, Giampiero Raganelli, Emanuele Sacchi

EXILED
di Johnnie To (Hong Kong)
ExiledAncora Johnnie, sempre Johnnie, ormai padrino incontrastato del noir (non di Hong Kong, ma di tutto l'orbe terracqueo, sia chiaro). To riprende in mano The Mission, ne gira quello che può sembrare un sequel o un omaggio, mentre in realtà ne mette in scena il negativo perfetto (se là regnava la fedeltà al boss, qui ben presto si trasforma in una ribellione verso lo stesso, interpretato da un gigantesco e ormai eletto Simon Yam). Il pretesto è l'handover di Macao, come nel pregevole Isabella di Pang, ma quello che To si ostina a mettere in scena è la sua poetica di amicizia virile, qui leoniana come non mai, come strumento di una macchina-cinema oliata alla perfezione che non trascura sottotesti politici abilmente dissimulati. E il finale è di quelli no future, senza speranza, come solo il Maestro sa lasciarci... (e.s.)

I DON'T WANT TO SLEEP ALONE di Tsai Ming-liang (Taiwan)
I Don't Want to Sleep AloneTsai Ming-liang filma per la prima volta in un lungometraggio la natia Malesia. Cambia di latitudine, ma non perde le coordinate della sua bussola. Ancora personaggi alla deriva nella desolazione alienante del paesaggio urbano, sospinti nei loro indeterminati peripli solo dal maestrale molto terreno del desiderio. Ancora scandaglia i possibili di aggregazioni umane che evadono dalle codificazioni della norma sociale, in un finale tenerissimo che trascende e iconizza i tanti letti sfatti e i tanti fluidi che irrigano il suo cinema. Novità: uno Hsiao Kang sdoppiato, da un lato costretto in un letto che di piacere non è, inevitabilmente privato del contatto con un altro corpo che non sia a contratto, dall'altro alla ricerca del corpo giusto con cui condividere un giaciglio a prestito. Composizioni memorabili: la minzione a due, la sognante pesca con farfalla, l'amplesso gasato, la lama alla gola... (p.b.)

MUSHI-SHI di Otomo Katsuhiro (Giappone)
Mushi-shiNel Giappone rurale degli inizi del XX secolo si incontrano i Mushi, creature misteriose e impalpabili, e i Mushi-shi, unici tra gli umani in grado di percepire i primi. Otomo Katsuhiro confeziona un fantasy puro, creando un mondo popolato di misteriose presenze, un po' folletti un po' spiriti naturali di matrice shintoista. Sono gli ultimi scampoli di un mondo che va scomparendo: nelle città è già in corso il processo di modernizzazione voluto dall'imperatore Meiji. Trasposizione dell'omonimo manga dell'autrice Urushibara Yuki, Mushi-shi trova il suo principale limite proprio nell'adattamento fedele di una serie fatta di episodi autoconclusivi. Il risultato è una struttura narrativa contorta, con un lungo e faticoso montaggio alternato che occupa tutta la prima parte. Per l'autore di Akira la seconda prova dietro la macchina da presa dopo World Apartment Horror conferma come sia maggiormente a suo agio con l'animazione. (g.r.)

PAPRIKA di Kon Satoshi (Giappone)
PaprikaProbabilmente a Satoshi Kon di Lynch interessa poco o nulla, ma, nell'anno dedicato al genio di Missoula, Paprika pare come nel suo habitat naturale, quello in cui la fantasia non trova ostacoli che l'arrestino o redini che la imbriglino e può permettersi di creare mondi e distruggerli, trasformare i Presidenti di multinazionali in mostri apocalittici e i ciccioni nerd in eroi. Un viaggio nella molteplicità di psiche contorte che caratterizza l'odierna società nipponica che è al contempo indagine psicanalitica e infallibile strumento di entertainment. Quando Konakawa ritrova la forza di sedere in una sala cinematografica perché non ha più paura, la tentazione di lasciarsi andare alla commozione è forte. La repressione del proprio fanciullo interiore genera mostri, parole e immagini di Satoshi Kon. (e.s.)

STILL LIFE di Jia Zhang-ke (Cina)
Still LifeIl villaggio bimillenario di Fengjie, presso la zona panoramica delle Tre Gole sul fiume Yangtze, sta per essere cancellato: verrà sommerso una volta ultimata la realizzazione della diga più grande del mondo, detta appunto delle Tre Gole. Questo ambiente è il crocevia delle storie di due coppie: un ricongiungimento e una separazione. Il protagonista del film è il paesaggio in trasformazione: ovunque è un brulicare di operai intenti a smantellare i vecchi palazzi e a costruirne di nuovi, a monte del futuro lago artificiale. Le carcasse dei vecchi edifici da una parte, costruzioni futuristiche, fantascientifiche, dall'altra. Sull'ambiente di Fengjie, Jia Zhang-ke aveva già realizzato il documentario Dong, anch'esso presentato a Venezia. Ha poi deciso che con un'opera di finzione avrebbe potuto raccontare la vita degli abitanti del villaggio, anche nei loro momenti privati. Coraggioso Leone d'Oro. (g.r.)

SYNDROMES AND A CENTURY di Apichatpong Weerasethakul (Tailandia)
Syndromes and a CenturyCinema della reincarnazione, della migrazione delle immagini, delle situazioni, dei personaggi, dei dialoghi in quest'ennesimo capolavoro del thai Apichatpong Weerasethakul. Arte sublime della variazione per l'occhio occidentale che si fa incantare dalla giustapposizione rurale/urbano in un concerto visivo che s'ispira a teneri, languidi sospiri d'amore e incontri casuali o programmati tra anime che cercano di (ri)congiungersi. Spazi, luci, oggetti entrano nelle notazioni di Syndromes and a Century con lo stesso peso dell'umano: organico e inorganico non si distinguono; una statua, un macchinario d'ospedale valgono un insistito primo piano forse più di un volto alla finestra. Eclissi del narrativo? No, piuttosto armonia di un cinema che recupera e ricombina il potenziale architettonico dei suoi elementi. (p.b.)