Mostra del cinema di Venezia 2006

Indice articoli

di Paolo Bertolin, Giampiero Raganelli, Emanuele Sacchi

 

THE BANQUET di Feng Xiaogang (Cina/Hong Kong)
The BanquetZhang Yimou, per quanto discusso (e spesso a ragion veduta), ha saputo regalare molto al nostro bombardatissimo immaginario, specialmente in seguito alla svolta wu xia di Hero e House of the Flying Daggers. Il prevedibile fio da scontare è quello di una tendenza destinata a diffondersi in maniera perniciosa, specie se a salire sul carro dei vincitori è il temuto Feng Xiaogang, che già in A World Without Thieves aveva ampiamente dato prova della sua assoluta pochezza di linguaggio cinematografico. The Banquet purtroppo è proprio come ce lo si immagina, uno spottone super-estetizzante per le superstar del momento che di Ching Siu-Tung ha assimilato solo lo svolazzare delle vesti e di Hero la pomposità sopra le righe. Peso specifico altissimo, in contrapposizione all'assoluta vacuità di contenuti. Il wu xia, va da sè, è altra cosa, ma forse non nella percezione di qualche businessman della Cina Popolare. Se questo è il progetto che hanno in mente riguardo al patrimonio culturale salvaguardato da Hk c'è di che tremare. (e.s.)

THE CITY OF VIOLENCE di Ryoo Seung-wan (Corea del Sud)
The City of ViolenceDopo il premio della critica a Cannes per il boxe movie Crying Fist, ci s'attendeva un film d'autore da Ryoo Seung-wan, o almeno un action d'autore. Al Lido invece è approdata una pellicola su commissione, voluta dal protagonista Jeong Du-hong, il più noto stunt e coreografo d'azione coreano, inevitabilmente votata più all'esibizione ginnica che al modellare personaggi a tutto tondo. Eppure lo zigzag di Ryoo tra i topoi non è spiacevole quanto molti lo hanno trovato a Venezia: le sequenze d'azione convincono e divertono, in particolare l'attacco delle gang studentesche e l'apogeo finale, mentre il nucleo drammatico è sufficientemente corposo, sviluppato attorno al tema del tradimento di una lunga amicizia virile. A conti fatti, è forse la collocazione in prima mattinata o a mezzanotte a non aver giovato. Altro discorso è che nell'aut aut tra il film di Ryoo e Dirty Carnival di Yu Ha si sia discutibilmente privilegiato il primo... (p.b.)

COURTHOUSE ON THE HORSEBACK di Liu Jie (Cina) *
Courthouse on Horseback Le peripezie di un tribunale a cavallo che si sposta per i villaggi della Contea di Ninglang, nel sud-ovest della Provincia dello Yunnan. Questa corte itinerante è composta da un giudice anziano, un'impiegata, un giovane laureato e, naturalmente, il cavallo che porta in groppa tutti i documenti e lo stemma nazionale. I tre uomini appartengono ognuno a una diversa etnia. La Contea di Ninglang è incassata sulle montagne, isolata dal resto del mondo dalla difficoltà dei sentieri per raggiungerla. Vi convivono 12 etnie diverse. La situazione di questo film è abbastanza comune nelle aree rurali della Cina. Attualmente ci sono un migliaio di tribunali itineranti. Opera prima per Liu Jie, che ha lavorato a lungo con Wang Xiaoshuai, il regista de Le biciclette di Pechino.
* Sintesi del pressbook (non ci è stato possibile vederlo)

DO OVER di Cheng Yu-chieh (Taiwan)
Do OverUltime 24 ore dell'anno a Taipei. Sei personaggi, che gravitano attorno al set di un film, sono in cerca del finale della loro storia. Primo lungometraggio per il taiwanese Cheng Yu-chieh, che non segue le orme dei grandi maestri dell'isola, ma confeziona un'opera in puro stile Sundance: piani temporali intrecciati all'inverosimile, che si ricongiungono solo alla fine. Un po' Memento, un po' 21 grammi. L'impressione è quella di trovarsi di fronte a un puro esercizio di stile, un giochino fine a se stesso. Evidente la morale metacinematografica: nella vita non si possono rifare le scene venute male. Concetto espresso da Woody Allen in una sua battuta: "Non puoi controllare la vita. Puoi controllare solo l'arte. L'arte e la masturbazione. Due campi in cui sono un grande esperto". Purtroppo Cheng Yu-chieh sembra eccellere solo nel secondo, almeno nella sua variante mentale. (g.r.)

DONG di Jia Zhang-ke (Cina)
DongJia Zhang-ke segue, in questo documentario, il lavoro del pittore Liu Xiao-dong nella realizzazione di una serie di pitture a olio intitolate Hot Bed. Nella prima parte l'artista giunge a Fengjie, il villaggio cinese che sta per essere rottamato per fare posto alla grande diga delle Tre Gole. Dodici operai, addetti allo smantellamento dei vecchi edifici, vengono scelti come modelli per i dipinti. Da qui è nato lo spunto per il film Still Life. Nella seconda parte il pittore è nel caldo tropicale di Bangkok, dove a far da modelle sono dodici donne. Le vite di persone che vivono in due città asiatiche: con pochi elementi, quasi fossero le pennellate del pittore, Jia Zhang-Ke ritrae due paesaggi umani, riuscendo a cogliere l'essenza dell'Asia. Dong significa appunto Oriente. (g.r.)

KOOROGI di Aoyama Shinji (Giappone)
KoorogiAoyama Shinji rilegge il mito della bella e la bestia: Koorogi racconta il rapporto morboso che lega una donna non più giovanissima, ma estremamente affascinante e raffinata, a un vecchio bavoso, cieco e muto. Lei lo accudisce con dedizione fino a farne una missione. A complicare la vicenda l'ingresso in scena di una giovane coppia e la scoperta di una presenza archeologica nelle vicinanze: una cripta cristiana risalente al '600. La vicenda è trattata con uno sguardo entomologico, richiamato peraltro nel titolo ("grilli"), rifacendosi a Imamura Shoei e Teshigahara Hiroshi. L'ecclettismo di Aoyama si riflette nel gran numero di citazioni al cinema e alla letteratura sia nipponici che occidentali. Si arriva a un vero e proprio sincretismo in cui la concezione della vita propria della religione cristiana, portata in Giappone nel XVII secolo da missionari portoghesi, si confronta con la ciclicità di matrice buddista, mentre gli elementi naturali richiamano lo shintoismo. Film complesso e decisamente affascinante. (g.r.)

OPERA JAWA di Garin Nugroho (Indonesia)
Opera JawaTrasposizione ai giorni nostri del Rapimento di Sita, uno dei sette canti del Ramayana, antico poema epico sanscrito. Il film è un musical che fa uso di melodie tradizionali indonesiane, la musica karawitan, caratterizzate dall'ampio uso di percussioni e xilofoni. La storia è quella di un triangolo amoroso che vede una donna contesa tra il marito e un ricco mercante che l'ha rapita. I tre hanno in comune il fatto di essere stati ballerini e di aver rappresentato a teatro proprio quest'opera. Scenografie originali e mai stucchevoli, come quelle del mattatoio, con tanto di carcasse di mucche, 40 coreografie, musicisti e ballerini di fama internazionale. Quello che manca, purtroppo, è l'amalgama di tutti questi ingredienti, e questo fa di Opera Jawa un film sterile, di cui si poteva benissimo fare a meno. (g.r.)

RAIN DOGS di Ho Yuhang (Malesia/Hong Kong)
 Rain DogsSì, il cinema orientale sa ancora riservarci delle piacevoli sorprese. Tra superbambini e patacche fantasy cresce sempre più il bisogno di storie minimal da cui emerga il piacere di raccontare, con semplicità, i turbamenti dell'adolescenza. Sullo stile dei Pang Ho-cheung di oggi o dei Fruit Chan di ieri, cinema indubbiamente d'autore ma comunque figlio della rivoluzione copernicana compiuta da Hk. Ci pensa Ho Yuhang con questa bucolica storia malese fatta di frasi importanti lasciate a mezza via, vite confuse e senza sbocchi lontane da una Kuala Lumpur dai ritmi incomprensibili, teatro di una violenza parossistica quanto vana. Mentre la colonna sonora recita incessantemente Sometimes I Feel Like a Motherless Child per accompagnare i passi incerti del povero Tung, orfano di affetti e certezze al centro di una solitudine desolante con la quale è impossibile non simpatizzare. (e.s.)

ROB-B-HOOD di Benny Chan (Hong Kong)
Rob-B-HoodDue ladruncoli rapiscono un bambino per conto di un boss mafioso, ma non riescono a consegnargli il malloppo. Dovranno tenere il piccolo e improvvisarsi baby sitter. Terza collaborazione tra Jackie Chan e il regista Benny Chan: decidono di spingere l'acceleratore sulla comicità, basandosi su modelli hollywoodiani consolidati quali Arizona Junior e i vari "scapoli & bebè movies". Grande profusione di gag scatologiche, complici i pannolini del piccolo, e di doppi sensi sulle adozioni da parte di coppie gay: i due protagonisti in giro con un bebè sono soggetti a maldicenze. Jackie Chan, nei panni di un personaggio per lui atipico, uno sgangherato malvivente, si dimostra un interprete versatile, preparandosi così a un futuro in cui dovrà contare sempre meno sulla sua abilità acrobatica. Le scene funamboliche, rese ancor più vertiginose dal coinvolgimento del bambino, ci sono ancora, comunque, e non deludono. La lavorazione del film si è dovuta interrompere, causa il solito piccolo incidente accaduto all'ex stuntman. Immancabili gli errori di scena sui titoli di coda. (g.r.)

SAKEBI di Kurosawa Kiyoshi (Giappone)
 SakebiNon v'è dubbio che Kurosawa Kiyoshi abbia raggiunto le vette formali e concettuali del suo cinema con Kairo; tutto quel che è seguito, ivi compreso questo Sakebi, brilla di una luce solo pallida negli occhi di chi spera nel ripetersi dell'abbacinante miracolo. Eppure, come nel caso in questione, siamo ancora di fronte al lavoro di un autore lucidissimo, capace d'immagini suggestive, di brividi inquietanti più per il cervello che per lo stomaco, di una coerenza intertestuale che porta avanti un discorso personale e non risaputo. Sakebi propone di nuovo un tunnel aperto tra mondo materiale e aldilà in una storia di fantasmi giapponesi tinta di giallo; come ovvio, non è la chiave del mistero a tenere l'attenzione quanto il trauma emozionale che avvinghia Yakusho Koji alle eteree figure femminili che popolano il suo conscio e inconscio. Ancora un contagio, sanabile però. (p.b.)

TACHIGUISHI RETSUDEN di Oshii Mamoru (Giappone)
Tachiguishi retsudenLa storia del Giappone del dopoguerra raccontata dai "Maestri del Fast Food", immaginari professionisti dello scrocco di cibo nei baracchini di strada. Questo tipo di ristorazione si è diffusa in Giappone nel periodo postbellico, quando i ristoranti tradizionali erano inaccessibili alla maggior parte della popolazione, per poi evolversi fino ai moderni fast food, simbolo dell'omologazione consumistica. Un originale approccio sociologico delle abitudini alimentari che permette al regista di raccontare le speranze e la disillusione della sua generazione. Il film è costruito con la tecnica del "superlivemation", che consente di movimentare immagini bidimensionali di fotografie di persone o oggetti reali. Oshii prosegue così, dopo Avalon, nel suo percorso di ricerca di commistioni tra animazione e live action. A non funzionare è però la voce off a commento di tutto il film, scelta che lo rende pesantemente didascalico. E la visione con sottotitoli risulta davvero faticosa. (g.r.)

TALES FROM EARTHSEA di Miyazaki Goro (Giappone)
Tales from EarthseaL'attesa era di quelle non da poco: vedere all'opera il figlio del sensei, ormai internazionalmente venerato il dovuto, e magari smentire gli scettici che accennavano maliziosamente al fatto che i figli d'arte raramente si dimostrano al livello dei padri. Alla luce di Tales From Earthsea risulta difficile smentirli, però, mentre si capisce perché babbo Hayao abbia abbandonato il soggetto: forse lui solo, con una delle sue mirabolanti invenzioni, sarebbe riuscito a mettere in piedi qualcosa sulle ceneri di un fantasy tradizionale quanto miope, legato a maghi, draghi, occhioni grandi sbarrati e consunti stereotipi (tutti occidentali) visti e stravisti. Benché i personaggi talora amino librarsi in volo, è il film a non decollare mai. (e.s.)