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Festival del film di Locarno 2006

Friday, 01 September 2006 00:00 Giampiero Raganelli Festival - Report
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Storia di fantasmi cinesi

Che ci sia qualcosa di marcio a Locarno è un'impressione istintitiva che scaturisce, da sei anni a questa parte, dall'apparizione dello spettro che aleggia nella cittadina ticinese. Si tratta del fantasma di Marco Müller che, nonostante la reincarnazione nella laguna veneta, turba ancora il sonno dei due direttori che lo hanno succeduto alla guida del festival, Irene Bignardi e Frédéric Maire. Se da un lato il decennio mülleriano ha lasciato un segno indelebile, dall'altro sembra impossibile riprodurre quel fantomatico "Müller touch" e ogni paragone con l'operato dei successori non può che risultare impietoso. Ciò e tanto più vero per quel cinema orientale prediletto dal sinologo Müller: il festival svizzero rappresenta ormai una storia di fantasmi cinesi!
Don't Look BackL'edizione 2006 ha visto due film orientali nel Concorso Internazionale, un coreano e un cinese. Nae Chungchun Aegae Goham (Don't Look Back) è l'opera prima di Kim Young-nam, che era stato aiuto regista di Hong Sang-soo per Woman is the Future of Man. Si tratta di un trittico intimista che vede tre giovani personaggi, appartenenti a diverse classi sociali, alle prese con situazioni inaspettate e destabilizzanti; vicende dominate dalla casualità degli incontri metropolitani, dalla precarietà della vita moderna dove basta un telefono cellulare guasto per provocare un cortocircuito nelle relazioni interpersonali. Il film si caratterizza per la narrazione appena abbozzata, per le scene molto dilatate con frequente impiego di piani fissi molto lunghi. Complessivamente non convince.
BlissDecisamente più interessante il film cinese, Fu Sheng (Bliss), esordio di Sheng Zhi-min, che può vantare un lungo apprendistato con registi del calibro di Zhang Yang, Jia Zhang-ke, Zhu Wen e Fruit Chan. Il sodalizio con quest'ultimo, in particolare, sembra quello più proficuo: Sheng Zhi-min ha collaborato molte volte, in qualità di sceneggiatore o produttore, con il regista di Hong Kong che, a sua volta, ha prodotto Fu Sheng. Film con molti personaggi, accomunati da una vita precaria, da un'esistenza fragile. Il tema conduttore è la disgregazione della vita familiare in Cina. Predomina però un senso di serenità di matrice buddista come è evidente dal prologo che vede due dei protagonisti intenti a contemplare delle statue del Buddha. Non è una sorpresa sapere che il regista annovera tra i propri modelli Ozu e Edward Yang. Molto ben sfruttata l'ambientazione: la metropoli di Chongqing di cui viene resa l'atmosfera brumosa e umida, dovuta alla presenza del fiume Yangtze. Molte parti del film sono girate su una teleferica, di cui è manovratore uno dei protagonisti, che viaggia sospesa sull'immenso baratro rappresentato dal grande fiume. Una scena in particolare è degna di essere ricordata: quella in cui il ragazzo manovratore subisce un pestaggio per mano di una gang di delinquenti. L'ambientazione è notturna e inizialmente non è riconoscibile il luogo dove avviene. La successiva panoramica mostra che questo è proprio la cabina della teleferica mentre è in viaggio.
The Whispering of the GodsBatte bandiera del sol levante il film scandalo del festival: Germanium no yoru (The Whispering of the Gods) dell'esordiente Omori Tatsushi, tratto da un romanzo di Hanamura Mangetsu e presentato nella sezione Cinéastes du présent. In un monastero di campagna immerso nel candore della neve, i preti cattolici, e le suore, sono dediti a ogni genere di perversione. Il film presenta un nutrito campionario di scene di pornografia estrema, non esplicite, ma tanto disgustose da essere inenarrabili. Provocatoriamente Omori definisce Germanium no yoru come un'opera del Diavolo. Un attacco frontale al sistema di valori della Chiesa Cattolica, che il regista vede come una delle aggressioni cui siamo quotidianamente sottoposti, abbinata al modello consumistico imposto dagli Stati Uniti. Decisamente controverso, è il film che più ha diviso. Dalla sua può vantare gli apprezzamenti di Donald Richie, il veterano degli studiosi di cinema giapponese, e un grande successo di pubblico. Sono infatti molti mesi che è in programmazione in una sala costruita appositamente per proiettarlo, presso il Museo Nazionale di Tokyo.
The Last Dining TableNella sezione Play Forward si è vista un'altra opera molto interessante: il coreano Majimak Babsang (The Last Dining Table) ancora una volta di un regista al primo lavoro, Roh Gyeong-tae. Diversi personaggi, appartenenti a ceti sociali disagiati, decidono di lasciare il loro mondo, che trovano ostile, per rifugiarsi su Marte. Prima di partire cercano di soddisfare i loro ultimi desideri terrestri. Film bizzarro e surreale che offre un affresco della vita delle bidonville di Seoul e della campagna che circonda la capitale coreana. Il regista si rifà, per esplicita dichiarazione nei titoli di coda, a Roy Andersson, regista svedese la cui poetica è, a sua volta, sospesa tra Buñuel e Fellini.
4:30Autentico gioellino il film di Singapore 4:30 visto nella sezione Open Doors. Il regista, Royston Tan, non è alle prime armi: pluripremiatro in numerosi festival, è stato designato dalla rivista Time come uno dei venti eroi asiatici nel 2004. Storia di incomunicabilità tra un ragazzino e il suo coinquilino trentenne in crisi sentimentale, il film adotta uno stile rarefatto, con pochissimi dialoghi, che lo avvicina al cinema di Tsai Ming-liang o Kim Ki-duk. Il regista denota una spiccata sensibilità nel seguire le esplorazioni quotidiane, da parte del bambino, del mondo che lo circonda.
Se il cinema di Hong Kong non è stato rappresentato da quasi nessun film, la presenza di Ann Hui, in qualità di Presidente della Giuria del concorso principale, è comunque un riconoscimento considerevole. Questo ha permesso peraltro di vedere July Rapsody, in un impeccabile 35 mm, nell'ambito di una rassegna dedicata ai giurati del festival.
Anche nella retrospettiva dedicata ad Aki Kaurismäki si è avuta l'occasione per vedere qualcosa di orientale. Nella carta bianca dei film prediletti dal regista finlandese figurano due capolavori del cinema nipponico: Tokyo Monogatari (1953) di Ozu e Akahige (Red Bears, 1965) di Kurosawa. Entrambi visti in meravigliose pellicole restaurate, provenienti dalla Cinematheque Suisse di Losanna, che farebbero impallidire qualsiasi cineteca italiana.
Alla vigilia del 60° anniversario, Locarno rimane un festival alla ricerca dell'identità perduta, o, meglio, di una nuova identità: i fantasmi non possono tornare. Dalla sua rimangono molte potenzialità: è il festival antidivistico per eccellenza, le passerelle sono bandite. Il fatto di essere compresso tra Cannes e Venezia, poi, fa sì che gli arrivino perlopiù gli scarti delle due grandi kermesse, ma questo non è necessariamente un fatto negativo. Solo negli ultimi due anni, tra gli "scarti" ci sono stati Tony Takitani di Ichikawa Jun, Survive Style 5+, le due versioni di Haze di Tsukamoto Shinya, Citizen Dog di Wisit Sasanatieng.

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