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Festival di Cannes 2006

Thursday, 01 June 2006 00:00 Paolo Bertolin Festival - Report
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Un raccolto indigesto

Crisi di rigetto per il cinema d'Asia al Festival di Cannes. L'edizione 2006 rimarrà negli annali degli appassionati, studiosi e curiosi del cinema asiatico come un anno nero, di marginalizzazzione e scelte questionabili, che sin dai prodromi s'intuiva avaro di soddisfazioni. Considerando poi che talune pellicole hanno deluso anche oltre le magre aspettative, si potrà figurare una ragionevole immagine di un panorama sconfortante.
TimeGuardando oltre la cornice, però, oltre quel ritaglio di cinema mondiale che Cannes presenta come quanto di meglio o più rappresentativo si presume sia disponibile a metà annata, si scopre che invero qualcosa non ha funzionato nei criteri di selezione, in particolare quelli adottati (o impostisi) in sede di sezione ufficiale. Certe inclusioni, quanto le esclusioni ventilate e confermate (no all'ultimo Koreeda, ora in predicato per Venezia, no al Kim Ki-duk di Sigan, tit. int. Time, finito a inaugurare Karlovy Vary, festival che Kim pare amare parecchio, ma che di visibilità non ne dà molta - tanto il film è già venduto sulla fiducia a tutti i mercati che contano!) puzzano di compromissione in termini di politica festivaliera, più che di sindacabile gusto estetico.
Procediamo nondimeno con ordine, anticipando ancora in apertura solo che, fortunatamente, la pellicola più attesa, e in assoluto uno dei film più agognati dai cinefili al festival, The Host (tit. coreano Gwoemul, Il mostro) di Bong Joon-ho, ha mantenuto le attese, unico raggio di sole in un fosca volta coperta di nubi...
Election 2Le prime, ovvie considerazioni sono di natura inventaria. I lungometraggi nuovi di provenienza asiatica a Cannes 2006 erano otto, ripartiti come segue per sezione: uno solamente nel concorso per la Palma d'Oro (Summer Palace del cinese Lou Ye), due fuori concorso (Election 2 di Johnnie To e Guisi, tit. int. Silk, del taiwanese Su Chao-pin), tre al Certain Regard (Luxury Car del cinese Wang Chao, vincitore di sezione, Yongseobadji Mothan Ja, tit. int. The Unforgiven, del coreano Yoon Jong-bin, e Re-cycle dei fratelli Pang), due alla Quinzaine, (The Host e Yureru, tit. int. Sway, di Nishikawa Miwa, prodotta da Koreeda Hirokazu), nessuno alla Semaine de la Critique. Per onore di completezza segnaliamo la presenza a Cannes Classics (sezione devoluta ai restauri) di Kaze no Tani no Naushika (Nausicaa) di Miyazaki Hayao e Shisi Nuyinghao (The Fourteen Amazons) di Kang Cheng, e dei cortometraggi Sepohon Rambutan Indah Kepunyaanku Di Tanjung Rambutan (My Beautiful Rambutan Tree in Tanjung Rambutan) del malese U-Wei bin Hajisaari alla Quinzaine e Iron del nipponico Nakano Hiroyuki alla Semaine, nonché, alla Cinéfondation, di Graceland del thai Anocha Suwichakornpong e Tetris dell'indiano Anirban Datta (vero che l'India non fa parte dei territori d'interesse di Asia Express, nondimeno, sempre d'Asia si tratta, nonché del primo o secondo, a seconda delle stime, produttore di cinema al mondo; la (non) presenza dell'India come convitato di pietra a Cannes, che si ripete da anni, dovrebbe dar da pensare molto più di quanto non dia, ossia poco niente. Cosa direbbe la stampa internazionale se un anno a Cannes dagli Usa invitassero solo un corto alla Cinéfondation? Un paradosso che pare ed è provocatorio, ma non dovrebbe esserlo! Ulteriore nota a margine: il 2006 è stato anche il primo anno da epoca immemorabile a registrare l'assenza completa sulla Croisette di un'altra grande cinematografia d'Asia, ossia l'Iran...). Ricordiamo, giusto en passant, che una delle frange del festival, Tous les Cinémas du Monde, quest'anno includeva Singapore tra i paesi invitati.
Una presenza quindi che non si potrebbe definire in sé quantitativamente esigua, ma che ha lasciato l'amaro in bocca per un profilo estetico-qualitativo non esaltante. Iniziamo, però, a far sfilare i responsabili di questo indigesto raccolto.
Summer PalaceImputato numero uno il Lou Ye di Summer Palace. Lou era già stato nel concorso 2003 con l'esangue e dispendioso Purple Butterfly, romanzone di bella impaginazione e pochi dialoghi, e ancor meno sostanza, con spionaggi politici e tradimenti sentimentali sullo sfondo dell'occupazione giapponese della Cina: una pellicola ufficiale, leggi di regime, da ricordare giusto per la poderosa prestazione di Zhang Ziyi. L'affettazione di stile, estetizzante ma vacuo, ritorna in Summer Palace, con l'aggravante dell'ennesima, dubbissima e servile, rilettura della Storia: in questo presunto e strombazzato Impero dei sensi è, infatti, Tiananmen a essere lasciata ai margini di una passione sessuale totalizzante, in cui la coscienza politica pare mero vezzo giovanilista (non critica obliqua di una pagina oscura della Storia, bensì controfirma di una lettura ufficiale della stessa; si pensi alla sfacciataggine con cui Lou mette in scena uno dei protagonisti che manifesta a Berlino sotto bandiere rosse: trionfo del qualunquismo? O sottile e ben macchinata manipolazione?). Peggio ancora la scellerata messa in scena di un erotismo ipocrita e d'intima misoginia, che timoroso di mostrare si maschera sotto fiumi di parole, quelli del diario in voce over della protagonista che si spendono in pensonse elucubrazioni ogni qualvolta la stessa si concede alle gioie della carne; pratica formale che inevitabilmente non s'applica agli amplessi del protagonista maschile, creando una sperequazione di genere che filtra la sessualità a baricentro femminile attraverso una problematica penetrazione dell'interiorità, lasciando il godimento del visivo puro (non verbalizzato, caso mai ansimato) alla rappresentazione a soggetto interno machile. Insomma, di spunti analitici Summer Palace ne offre in abbondanza, ma tutti in negativo...
La cosa peggiore è che, con tutto il buono che la produzione indipendente cinese propone da anni, Cannes pare arrocata su un'indefinibile posizione di ufficialità che sostiene una politica dell'autore a beneficio di Lou. Sarà vero? Molti sospettano invece che a dare il via libera alla partecipazione di Summer Palace in concorso siano state le pressioni della sales company titolare del film, la Wild Bunch che, forte di molti titoli di richiamo, si può permettere la contropartita d'imporre qualche do ut des ai selezionatori (del tipo "sì, vi diamo questo grande film d'autore per il concorso, però dovete prendere pure questo mezzo pacco, o non se ne fa nulla").
Luxury CarImputato numero due, un altro cinese, il Wang Chao di Luxury Car, vincitore inopinato e immeritato di Un Certain Regard (nota a margime: il verdetto di sezione licenziato da Monte Hellman & co. ha lasciato tutti sbigottiti, riuscendo a interrompere brutalmente la buona tradizione di condivisibilità che da anni caratterizza i premi del concorso cadetto). Regista senza grande personalità, Wang abbagliò soprattutto i francesi con un'opera prima, L'orfano di Anyang, che alla Quinzaine 2001 fu presa per rivelazione capitale di un nuovo grande cineasta cinese; a un lustro di distanza lo diciamo senza remore, d'impostura si trattò e i facili entusiasmi erano ingenerati proprio dalla facilità con cui i critici caddero nella trappola tesa da un ricalco conforme di codici stilistici in voga (grigiore urbano, messa in scena della fissità, dialoghi ridotti all'osso). Poi però venne Night and Day che svelò impudicamente le pratiche di conformismo stilistico di Wang, in un racconto che giocava fuori tempo massimo la carta del calligrafismo da cinema cinese d'esportazione degli anni Novanta. Terzo capitolo in una trilogia che si vorrebbe radiografia della Cina contemporanea e delle sue contraddizioni (come no? Progetto ambizioso e originale, forse troppo ambizioso e certo poco originale), Luxury Car tematizza il consueto confronto tragico tra campagna e città, con l'arrivo nell'urbe di un padre alla ricerca del figlio (deve riportarlo a casa dalla madre morente che desidera rivederlo un'ultima volta), impresa in cui è coadiuvato dalla figlia e sorella del desaparecido, bar girl amante del proprietario di un karaoke (nota bene: di ritrovare e riportare al villaggio la figlia non frega niente a nessuno; per la serie che brutta cosa per le donne il retaggio culturale confuciano). Il racconto è giustamente amaro e correttamente duro, ma la messa in scena è scialba, diligente e illustrativa, incapace di farsi elegante o ricercata, né tantomeno di sporcarsi di ruvidezza o livore. Un'opera di medietà palese: attribuirle un primo premio a un festival testimonia della mediocrità di gusto altrettanto palese di chi lo attribuisce (o della scarsissima familiarità con codici e topoi propri non solo al cinema cinese). Il vero peccato capitale poi è che per premiare Wang si sia di converso ignorato del tutto quello che molti hanno apprezzato come miglior film del Certain Regard, un altro film asiatico da un'Asia, quella centrale, che sfortunatamente non rientra nei doveri di cornaca di questo sito, Bihisht Faqat Baroi Murdagon (Per andare in cielo bisogna prima morire) del tagiko Djamshed Usmonov.
Re-cycleImputati numero tre e quattro (sì, meritano la gogna separatamente, il loro crimine vale per due) i fratelli Oxide e Danny Pang, che avevano addirittura l'onore di calare il sipario su Un Certain Regard; peccato che il loro Gwaï Wik (tit. int. Re-cycle) più che farlo calare l'abbia fatto crollare rovinosamente (con desiderio in chi scrive di appiccarvi fuoco e gettarne le ceneri giù dallo scarico...). Scelta esecrabile dei responsabili di sezione in primis di prendere, poi di programmare in tribuna d'onore un lavoro dai cui firmatari non ci attendevamo granché, ma che hanno ampiamente superato ogni attesa negativa con un raffazzonatissimo cencio che ibrida La storia infinita con lo zombie-movie romeriano alla Notte dei morti viventi (per il look delle creature) e le vertigini carpenteriane da autore proiettato nella sua opera de Il seme della follia, indimenticabile per la bruttezza costernante degli effetti speciali, abusati senza ritegno, per la scrittura di scadente piglio accumulativo e per un allucinante e intollerabile pistolotto antiabortista. Ma il vero aborto è il film stesso, da cestinare prontamente, e giammai riciclare!
Esaurito il ruolo dei seri imputati, non mi dilungo qui sull'ultima presenza asiatica al Certain Regard, The Unforgiven di Yoon Jong-bin, giacché ne ho scritto diffusamente altrove e c'è chi nella mia cerchia di amici e conoscenti si lamenta di una supposta ripetitività. Rimando quindi in proposito al mio articolo da Pusan su Cineforum e alla schedina cannense del film, sempre su Cineforum, nonché a questo mia pubblicazione su Senses of Cinema.
Proseguendo per sezioni, del fuori concorso confesso di aver mancato, con rammarico, Election 2 di Johnnie To. In proposito, però, mi permetto di rilevare come il primo Election fu presentato in concorso (dove fu accolto con colpevole sottovalutazione), mentre questo secondo capitolo è stato spedito in un fuori concorso che da qualche anno a questa parte a Cannes è divenuto un pletorico calderone (più film che nel concorso stesso!) dagli orari spesso disagevoli e che ha perduto l'aura di evento che soleva caratterizzare i film inclusi.
SilkDel resto poco davvero dell'evento aveva l'altro titolo asiatico di sezione, ossia la cocente delusione taiwanese Silk di quel Su Chao-pin di cui avevamo adorato l'opera prima Better than Sex. Inventiva e freschezza, ironia e contagiosa sfrontatezza che caratterizzavano l'esordio di Su evaporano nel ghost movie starring il bel Cheng Chang, dove un repertorio tematico ponderoso (paura della morte, desiderio d'immortalità, amore parentale e filiale che varcano i confini dell'aldilà) non monta mai alle proporzioni di un gravido eccesso (mélo, che ci sarebbe potuto stare), mantenendosi invece nei quieti binari dello stereotipo.
Alla Quinzaine confesso d'aver evitato Yureru di Nishikawa Miwa, in ragione di un passaparola poco incoraggiante: mi si diceva di un racconto alla Rashomon tautologico, inconcludente e smagliato; un amico ha persino lapidariamente chiosato che la Nishikawa "farebbe meglio a cambiar mestiere".
The HostVeniamo quindi a The Host di Bong Joon-ho, il film non-Usa e non-star-studded che ha generato le code più lunghe del festival, non solo alla Quinzaine (due sole proiezioni: una la mezzanotte di domenica, l'altra alle due del pomeriggio del lunedì), lasciando moltissimi fuori anche tra critici e giornalisti. Rispetto a Memories of Murder, The Host è una pellicola più puramente di genere, depurata di un sottotesto vuoi politico-storico vuoi filosofico, che però assolve ai suoi compiti di spettacolarità e coinvolgimento in maniera magistrale, e con una souplesse di messa in scena che a Hollywood manca davvero da tempo. Non abbiamo voglia di svelare molto di un film che ci auguriamo anche il pubblico italiano possa vedere presto in sala (dove deve essere visto!), ma ci teniamo a rimarcare come avvalendosi della propria abilità nella scrittura e nella messa in immagine, quanto nella direzione d'attori, Bong si permetta d'infrangere d'emblé un comandamento del genere, rendendo visibile sin dall'inizio alla luce del sole la mostruosa creatura antagonista, innescando una portentosa vertigine teorica nei codici dell'horror.
Perché, però, The Host è finito alla Quinzaine? Questo è un interrogativo che a conclusione di questo sconsolante rendiconto s'impone doveroso. Di primo acchito verrebbe spontaneo pensare alla discriminazione che colpisce in generale la produzione di genere e il poco spazio accordato all'Asia quest'anno, in favore di una vampata di europeismo alquanto sospetta. Ma così non è, visto che in selezione ufficiale, come poc'anzi ricordato, si potevano visionare produzioni puramente di genere di provenienza asiatica come Silk e l'immondo pattume dei Pang (senza contare l'ultima prova dell'autore To). Non ci resta allora da pensare che Fremaux & co. abbiano preferito i Pang a The Host, il che pare un vero abominio. Ma forse pure in questo caso, a questo punto ce lo auguriamo!, la manu longa d'imposizione di sales company e distributori abbia fatto il suo gioco. Resta il fatto che quest'anno qualcosa non ha funzionato a Cannes (e non abbiamo menzionato il fatto che uno dei pochi capolavori visti al festival, Rain Dogs del malese Ho Yuhang, fosse al Marché; ma era stato sottoposto tardivamente alla Quinzaine, ci auguriamo quindi di ritrovarlo nel cartellone veneziano), e non solo in sede della selezione delle pellicole asiatiche. Ci auguriamo che, da questo nadir, l'anno prossimo si possa solo risalire.

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