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Asian Film Festival di Roma 2004

Tuesday, 14 December 2004 00:00 Stefano Locati Festival - Report
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Dal 9 al 14 novembre 2004 si è svolta a Roma, presso la sala Trevi (dedicata alla memoria di Alberto Sordi), la seconda edizione dell'Asian Film Festival. La collocazione del cinema, a pochi passi da un'attrazione turistica di fama mondiale come la fontana di Trevi, appare senza volerlo una metafora chiara dello stato attuale della diffusione del cinema asiatico in Italia. Per arrivare alla sala, infatti, bisogna allontanarsi dalla pazza folla per addentrarsi in stretti vicoli, caratteristici ma semideserti, nonostante la contiguità con il monumento. Allo stesso modo il cinema asiatico, in Italia, rimane ancora un affare per pochi eletti: bello e irraggiungibile, per poterlo scoprire bisogna allontanarsi dalla mondanità, attraverso una simbiosi quasi catartica con luoghi ed eventi ai margini - ma non meno importanti. Una situazione che, anche grazie a iniziative come il festival romano, si spera possa cambiare presto: cinematografie tanto intense meritano di essere conosciute e apprezzate da un largo pubblico.
Il festival, nato dall'intuizione del direttore Antonio Termenini, ha offerto quest'anno un calendario con ventiquattro appuntamenti, con pellicole provenienti da Giappone, Hong Kong, Taiwan, Corea del Sud, Thailandia e Singapore. Due le retrospettive di rilievo. La prima su Sakamoto Junji - di cui sono stati presentati Knockout (1989), The Goofball: Scarred Angels (1998) e My House (2002). La seconda su Tsai Ming-liang, occasione per (ri)vedere su grande schermo opere importanti come Vive l'amour, Il fiume, The Hole: il buco, Che ora è laggiù? e soprattutto Goodbye Dragon Inn. Occasione ancora più ghiotta considerata la presenza del regista e del suo attore-feticcio, Lee Kang-sheng (del quale è stato proiettato il film d'esordio alla regia, The Missing), che si sono prodigati in una serie di gustosi incontri con il pubblico e la stampa. Gli eventi speciali si sono divisi tra un simposio di giovani critici, asiatici ed europei, supportato dall'ASEF (Asia-Europe Foundation), e la proiezione di due pellicole a loro modo uniche: il drammatico documentario di Rithy Panh sulla Cambogia di Pol Pot, S21: the Khmer Rouge Killing Machine, e la versione restaurata di Come Drink with Me, di King Hu (1966). Per quanto riguarda i film in competizione, nutrita la schiera di film da Giappone (Blue Spring, Last Scene, 9 Souls, Shara) e Singapore (Homerun, Outsiders, Exodus), necessariamente più scarna la selezione da Hong Kong (Goddess of Mercy, Night Corridor), Corea del Sud (Sword in the Moon) e Thailandia (Last Life in the Universe). Nel complesso si è trattato di uno spaccato sfaccettato e aperto a più letture della situazione delle diverse industrie, con un occhio di riguardo alle pellicole più interessanti passate ai festival europei (Cannes, Berlino, Venezia, Rotterdam). La giuria, presieduta dal critico Enrico Magrelli, ha infine premiato il ritratto adolescenziale di My House/Bokunchi quale miglior film, conferendo a Lee Kang-sheng il premio per la miglior regia e al Last Life in the Universe di Pen-ek Ratanaruang la palma per il contributo più originale; migliore attore Christian J. Lee (Outsiders), migliore attrice Lu Yi-ching (The Missing).
Non sono mancati i colpi di scena e le defezioni - non è stato possibile proiettare Perth, da Singapore, per un problema con i distributori; non è arrivata in tempo la pellicola di Night Corridor; Sword in the Moon è stato perigliosamente proiettato da videocassetta; la proiezione de Il fiume è stata posticipata - segno che a livello organizzativo bisogna ancora oliare i meccanismi; ma in definitiva l'Asian Film Festival si è dimostrato una vetrina interessante e culturalmente feconda, esperienza da ripetere che si spera possa crescere negli anni a venire.

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