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Puchon International Fantastic Film Festival 2004

Tuesday, 31 August 2004 00:00 Paolo Bertolin Festival - Report
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Scrivere una cronaca festivaliera con qualche mese di ritardo è un esercizio piacevole, tutt'altro che ozioso, che permette una verifica di quanto sedimentato dai film ivi visionati: tanto più nel caso di un festival come il Pifan (Puchon International Fantastic Film Festival), dove già in loco non si vivono le animosità competitive e la convulsa bulimia filmica di Cannes o Venezia. Ecco allora che vale la pena di stabilire priorità diverse da quelle dell'immediato, per soffermarsi su ciò che davvero (ci) rimane/è rimasto.
Pifan 2004Per chi scrive i migliori souvenir cinefili da Bucheon sono veicolati da una manciata di film equamente ripartiti tra le cinematografie diverse dell'Asia orientale: tre titoli coreani, un giapponese e una produzione targata Hong Kong. I tre film coreani per puro caso rappresentano idealmente tre volti variamente interessanti di tale cinema. An Empty Dream di Yu Hyun-mok sta per il passato del cinema coreano, un'Atlantide improvvidamente sommersa che attende ancora la sua redenzione. Presentato in un'edizione definita come "restauro creativo", che ha comportato la registrazione ex novo della colonna audio per alcune sequenze, con risultati assai discutibili nella nuova orchestrazione delle musiche, il film di Yu, maestro riconosciuto della prima stagione aurea del cinema coreano negli anni '60, è un'opera che si colloca appieno nella scia del modernismo d'ispirazione francese che caratterizzava il cinema d'autore coreano del periodo. Riscrivendo in immagini un racconto erotico giapponese, Yu impagina una rêverie di cinema sapidamente maliziosa che maschera d'erotismo sado-maso quel che pare un pamphlet di sottile, velata e pungente critica politico-nazionale. Un giovane uomo (Shing Sun-il, protagonista di molte delle pellicole più rilevanti dei '60s) soccombe all'anestesia nell'attesa d'un intervento odontoiatrico e sogna un triangolo d'attrazione e rifiuto tra se stesso, un'altra paziente ed il dentista, nelle vesti di trucido e sogghignante master. Le possibili implicazioni politiche e culturali sono fomentate dal clima di repressione censoria dell'epoca, ma indiscutibilmente il film di Yu non conta solo per il valore documentario: la totale libertà dell'articolazione narrativa, la suadente atmosfera di distaccata ironia, nonché la sapiente costruzione di un profilmico proteiforme, contribuiscono a siglare un'opera di valore artistico considerevole.
Spirit of Jeet Kune Do: Once Upon a Time in High School di Yu Ha rappresenta invece un esempio da manuale della compenetrazione riuscita tra entertainment mainstream ed ambizioni autoriali che fa la vera fortuna economica e critica del cinema coreano di questi anni. Mancato al FEFF di Udine da chi scrive, il film di Yu s'è rivelato una squassante fusione tra temi portanti e componenti popolari, cinema d'arti marziali, storie di rivalità liceali, trame d'amori adolescenziali, appeal dei giovani interpreti, e contrappunti d'autore, le disillusioni del coming of age, nostalgia e rabbia per il tempo perduto, la critica di un'epoca passata e il commentario storicizzato sul ruolo del cinema (i kung fu movie di Bruce Lee) come via di fuga e al contempo stimolo alla reazione all'ordinaria oppressione del reale. Un film solo apparentemente locale o localistico, che potrebbe invece davvero conquistare platee universali e fuor di questione uno dei migliori film coreani dell'annata.
Più controverse saranno di certo le risposte a Spider Forest, secondo atteso lungometraggio di Song Il-gon, che già aveva polarizzato critica e pubblico con Flower Island. Anche in questo caso le apparenze sono di una produzione mainstream, perlomeno in termini di genere, il thriller, sennonché la realizzazione, nelle sue maniere oblique e frammentarie e nelle sue volute incongruenze e visionarietà, che a molti parranno un'applicata rivisitazione di strade perdute lynchiane, rende Spider Forest difficilmente digeribile alle platee dei multiplex. Scacco comprovato e prevedibile al box office, il film di Song è nondimeno un puzzle di gelida eleganza formale che invita all'abbandono in un fascinoso delirio mentale. La procrastinata risoluzione circolare dell'intreccio potrà spazientire o irritare più di qualcuno; il fascino vero del film però risiede nell'accurata e mesmerica eleganza delle forme e nella corrispondenza non gratuita tra le derive della narrazione e gli interstizi di dolorosa rimozione del protagonista che la muovono.
Dal Giappone, Isao Yukisada, già autore di Go, ha realizzato con A Day on the Planet un film di impalpabile semplicità, sommesso e lieve, che rivela in trasparenza sottotesti di ponderosa consistenza. Storie parallele si srotolano senza - quasi - incrociarsi, seminando i germi di una dispersione delle identità e relazioni molto contemporanea e, al contempo, un'idea di aleatoria concatenazione e reciproca influenza che pare diramare dalle suggestioni sui "batter d'ali di farfalla". Con una sensibilità magistrale e misuratissima Yukisada avvicina lo spettatore a ciascuno dei suoi personaggi, in una visione umanistica che rifiuta recisamente ogni dicotomia manichea, e che ricuce un finale di composta, pacificata serenità drammaturgica.
Il connubio tra mainstream e autorialità ritorna pure al centro concettuale di One Nite in Mongkok, il nuovo Derek Yee, e uno dei migliori film arrivati da Hong Kong negli ultimi anni. L'intreccio di genere, contrassegnato dai loci del thriller "made in HK" che taluni troveranno triti o inverosimili, è una velo trasparente che scopre più che nascondere un congegno mélo oliatissimo, volto a combinare le piste di una riflessione metafilmica poli-significante, da un lato sugli stessi modi del cinema di Hong Kong, dall'altro sul crescente relazionarsi bidirezionale di Hong Kong e del suo cinema con la Cina di Pechino. Se il tutto poi convive in perfetta osmosi con il livello manifesto stesso, in cui le trame d'immigrazione clandestina dirottano fulgidamente l'intreccio dal flusso canonico del poliziesco reincanalandolo nell'alveo del mélo, il risultato è un partecipe omaggio e atto di cinema/more verso Hong Kong stessa.
Qualche memorandum meno partecipe e più conciso sugli altri film visti al Pifan. Giusto per registrare con spazientita (dalle 2h e più di proiezione!) irritazione il nuovo naufragio horror di Ahn Byung-ki, che con Bunshinsaba schianta nuovamente contro il suo personale iceberg di abnorme profusione dello spavento, invadente, molesta e pedante. La bussola della buona creanza cinematografica la perde a metà strada pure Julian Lee con il suo Night Corridor, che parte bene nel suo horror psicologico velato di (omo)erotismo, ma che scivola progressivamente verso gli abissi di una brutta, brutta copia di Rosemary's Baby condita di puerili e sbandierati rimandi figurativi a Füssli. Nessun particolare entusiasmo registro personalmente sul termometro del gradimento per due commedie coreane, Oh! Brothers di Kim Young-hwa, rilettura demenziale e, grazie al cielo!, politicamente scorretta di Rain Man, e Someone Special di Jang Jin, che ha registrato encomi un po' sproporzionati presso la critica locale: in ambo i casi la trasgressione dei codici produce momenti di franco divertimento, ma la programmaticità della stessa, particolarmente evidente nel film di Jang, quando non (ri)conosce il freno dell'ovvio, rasenta spesso la stucchevolezza.
Delusione da un titolo incensato dalla critica coreana è venuta pure da My Mother the Mermaid di Park Heung-sik, che nel 1999 aveva vinto a Torino Cinema Giovani con un cortometraggio capolavoro, A Day. Il suo secondo lungometraggio non solo manca delle acute auscultazioni interiori nel silenzio di quei 18 minuti, ma indugia senza profitto in una posticcia architettura alla Ritorno al Futuro le cui fondamenta si sbriciolano friabili sotto il peso della mancata cementazione tra presente e passato. Assai più soddisfacente risulta a conti fatti, lo spettacolo senza complicazioni di Arahan di Ryoo Seung-wan, vincitore incontestato del festival, in cui le arti marziali si combinano con la commedia su uno sfondo urbano sfruttato con duttile plasticità (e chiare reminescenze di qualche recente blockbuster hollywoodiano…). Ma il vero punto di forza del film, più dell'uso accorto della CG o delle parentesi comiche, talora davvero esilaranti, è Ryoo Seung-beom, protagonista e fratello del regista, per il quale il film pare cucito su misura: la sua persona filmica, già al centro del riuscito Conduct Zero, è indubbiamente tra le più positivamente eccentriche del cinema coreano.
Altro titolo in competizione accolto con ottimi consensi del pubblico locale è il giapponese The Taste of Tea di Ishii Katsuhito, già visto alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes. Un film che disperde in 2h 30' intollerabilmente tracimanti di cliché lirici e assurdità manga qualche baluginante momento di levità acquarellistica. Più onestamente strampalato e godibile risulta al confronto il thai My Suicide di Thosapol Siriwiwat, dove una meccanica alla My Sassy Girl è messa in moto da una frustrata disperazione suicida. Nota a margine: la protagonista si è vista attribuire un premio come miglior attrice che a chi scrive pare un fraintendimento voluto e burlone (nonché terribilmente maschilista…) da parte della giuria dei parametri nel giudizio di merito tra bravura e bellezza.
Ultime segnalazioni per alcuni oggetti filmici inconsueti o fuori misura. Come i due promettenti corti coreani della competizione ufficiale, Fill in the Blanks dell'ex assistente di Hong Sang-soo Kim Youn-sung e Fingerprint di Cho Gyu-oak, due mystery radicalmente opposti nello stile: il primo lineare e calcolatamente ellittico, elegante, muto e ovattato nel suo compunto B&N; il secondo lambiccato, soffertamene involuto, vibrante, convulso e frammentato in campiture "gridate".Come il film di diploma Gong di Bae Tae-su, forse un po' lungo e presuntuoso, ma sicuramente affascinante ed inquietante. O come Show Me, omnibus di tre episodi in DV a firma di Im Phil-sun, Nam Ki-woong e Lim Chang-jae. Stili e racconti diversissimi nei tre episodi: il primo racconta in lancinanti frammenti di specchio la deriva di un giovane (il sempre bravissimo Park Hae-il di Jealousy Is My Middle Name e Memories of Murder) che abbandona strane sporte nella spazzatura delle stazioni del metrò e riceve ossessive chiamate sul cellulare; il secondo rielabora in chiave demenziale alcuni racconti del folklore locale con spirito di ludica irriverenza, che riesce a travalicare brillantemente gli ostacoli del gap culturale; il terzo costruisce un mystery senza parole e con finale tragico in un cottage montano, con dark lady sfigurata e amore impossibile tra cameriere zoppo e muta fisarmonicista. Pur con qualche caduta e ovvietà, il progetto mantiene una sua eterogenea coesione, perlomeno nella riuscita complessiva, e pare comunque più motivato del fallimentare Twentydentity, collezione commemorativa di venti corti in digitale diretti da altrettanti cineasti diplomati della Korean Film Academy per il ventennale dell'istituto. Nell'indicibile pasticcio, seppur qualche gradino sopra la media sconsolante, sono coinvolti pure lo stilnovista del nuovo mélo coreano Hur Jin-ho e l'autore del memorabile Memories of Murder Bong Joon-ho. Altro progetto collettivo in digitale, decisamente più motivato e spudoratamente spassoso è Cop Film Festival, che Shinozaki Makoto (noto per il suo documentario Jam Session su Kitano al lavoro sul set di Kikujiro) ha promosso secondo alcune semplici regole comuni: durata sotto i dieci minuti, un gag idiota per ogni minuto di durata, protagonista un agente di polizia. L'esito è una spericolata follia nipponica a briglia sciolta in perle di divertimento senza il freno del buon gusto, come Atopy Cop di Iguchi Noboru, dove un'agente sofferente di una strana sindrome conduce sui crinali della paranoia il suo collega, Small Elephant Cop di Tsuda Kanji, dove il detective è un minuscolo elefante di peluche, The Unforgettable Detectives dello stesso Shinozaki, dove a fronte di un caso senza soluzione viene convocato il più improbabile caravanserraglio di investigatori e Love Juice Cop di Honda Ryuichi, la cui protagonista sfodera contro i criminali un'arma davvero segreta… Anche Kurosawa Kiyoshi partecipa al programma, ma il suo Ghost Cop, troppo "d'autore", autorefenziale e stilizzato, inevitabilmente fuori registro, è tra i segmenti meno divertenti.

Curiosità
Durata del festival: 10 giorni (14-23 luglio 2004)
Numero di pellicole proiettate (lungometraggi + cortometraggi): 261
Numero di paesi presenti: 32
Film di apertura: KING OF THE ANTS
Film di chiusura: BUNSHINSABA

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