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Film

Seisaku's Wife (1965)

seisakus_wife_0Melodramma raffinato ispirato a una novella di Yoshida Genjiro, autore di inizio Novecento quasi per niente tradotto in occidente. In un bianco e nero spietato, Masumura Yasuzo segue l'insolita passione tra una donna perduta e il giovane prediletto di una piccola comunità rurale. L'impostazione classica, dominata dalla colonna sonora sontuosa e dai toni tragici, non impedisce affondi in un lirismo traboccante sensualità decadente. Le esasperazioni tipiche del genere, tenute sotto controllo dai dialoghi essenziali pennellati da Kaneto Shindo, si fondono al ritratto vivido della malignità intrinseca in un villaggio isolato, preda di dicerie e malelingue. Seisaku's Wife è un viaggio intenso nelle derive dell'amore costretto alla marginalità, fino a rasentare la follia.

 

Lustful Man, A (1961)

lustful_man_0Masumura Yasuzo - precursore della nouvelle vague giapponese dallo stile fiammeggiante - presenta spesso figure marginali che scardinano individualmente le regole costituite, più per necessità che per scelta consapevole. A Lustful Man è una commedia in costume dall'incedere sostenuto ed episodico che segue le disavventure amorose di un Candide donnaiolo impenitente, innamorato della vita, e quindi delle donne. Critica arguta e ironica della società gerarchica e grettamente materialista, il film si scaglia contro la casta dei samurai, la religione, i mercanti abbienti e i proletari arresisi alla povertà, ovvero l'insieme della società, rea di una mercificazione del piacere e della spiritualità che rende l'esistenza tetra, plumbea, priva di gioia. La soluzione è un edonismo ridanciano e sbarazzino, basato però sul principio di solidarietà e innocenza: il protagonista ha amato e concupito centinaia di donne, ma con ciascuna rimane onesto, fino alla testardaggine, tanto che la parata di conquiste si trasforma in un inno alla liberazione della donna dai fardelli sociali più opprimenti.

 

Pietà (2012)

pieta_0Nell'esplorare le strade di redenzione e vendetta, sempre intimamente legate al dolore e alla violenza, Kim Ki-duk torna a un cinema viscerale che resetta il vicolo cieco del manierismo simbolico di Dream (2008) e guarda invece a quell'intersezione malsana tra l'illuminazione spirituale di La samaritana (2003) e la disperazione frastornante di Bad Guy (2001). Dopo la crisi personale e artistica, durata alcuni anni, e dopo il ritorno sulle scene con l'intimo Arirang, premiato nella sezione Un Certain Regard di Cannes nel 2011, Kim Ki-duk vince il Leone d'Oro a Venezia con un film lontano dalle sue vette passate, ma di nuovo consapevole delle proprie virtù affabulatorie.

 

Doomsday Book (2012)

doomsday_book_0Omnibus di fantascienza che propone scenari apocalittici da fine del mondo tra il provocatorio e il grottesco. Tre cortometraggi indipendenti tra loro da due registi affermati, dal più conosciuto Kim Ji-woon (Il buono il matto il cattivo) a Yim Pil-sung (l'horror Hansel & Gretel). Come insito in questo gennere di progetti, la qualità varia da segmento a segmento, ma rimane in assoluto un senso di incompiutezza e vacuità non redento dalle eventuali singole intuizioni.

 

Nanayo (2008)

nanayo_0Dopo il Gran Premio al festival di Cannes per The Mourning Forest (2007), Kawase Naomi si allontana dal suo Giappone ancestrale e segue il viaggio di una giovane nel cuore della Thailandia. Se in precedenza il suo cinema aveva sempre flirtato con l'esotismo, in Nanayo l'amore si fa esplicito, ma la messa in scena della diversità culturale come fascinazione per la superficie (i monaci buddisti, i massaggi thai) è retto da un afflato poetico sottile, in filigrana, in grado di evitare il pamphlet turistico o spirituale più spiccio. Il film rimane così sospeso nella babele di linguaggi e intenzioni opposte, in una stasi lieve, che dal suo minimalismo artefatto trae linfa vitale.

 

Beijing Blues (2012)

beijing_blues_0Dopo il successo dello spionistico The Message (2009) e il clamore dell'esasperato action Wind Blast (2010), Gao Qun-shu torna a una dimensione umana, meno fracassona, nell'esplorare il lato umbratile e proletario della capitale cinese. Ispirato alla storia vera di un poliziotto di strada con all'attivo migliaia di arresti, Beijing Blues ritrae infatti una città dolente, brulicante, lontana dai riflettori propagandistici. Utilizzando attori non professionisti, in larga parte micro-blogger del circuito Weibo, che siano presentatori televisivi, scrittori, sceneggiatori, produttori o semplici cittadini "qualunque", Gao torna ai tempi di Old Fish (2008), in cui per il suo procedurale rurale aveva scelto in maggioranza poliziotti veri, e dà un volto dimesso ai suoi personaggi, meno spettacolare, scavato da rughe e imperfezioni.

 

Kisses (1957)

kisses_0Dopo l'esordio nel 1956 di Nakahira Ko con Crazed Fruit/La stagione del sole, nel 1957 è il turno di Masumura Yasuzo, che porta una tempestuosa ventata nuova nell'angusta formula delle storie giovanili tradizionali. E il cinema giapponese non sarà più lo stesso: la strada è aperta per gli Imamura Shohei, Oshima Nagisa, Yoshida Yoshishige, Shinoda Masahiro - che in una manciata di anni rivoluzionano tematicamente e tecnicamente le modalità di messa in scena e di rappresentazione del Giappone in quella "noberu bagu" che ha segnato un punto di rottura insopprimibile rispetto al passato. Kisses è una solare commedia romantica girata con stile sfrontato e un'impellenza tracimante, in grado di sovvertire le basi della tristezza pauperista del secondo dopoguerra in una urgente sete di vita e amore che, già di per sé, è in contrasto con l'immobilismo imperante.

 

Lethal Hostage (2012)

lethal_hostage_0Sotto l'ala protettiva di Ning Hao, qui produttore, il secondo lungometraggio di Cheng Er dopo l'elaborato Unfinished Girl (2007) è una nuova rilettura del cinema di genere dallo stile raffinato. Intersecando piani temporali e spaziali, Lethal Hostage frammenta un'apparentemente semplice storia di criminali e poliziotti in un dedalo di rimandi dal sapore nostalgico e dalle tonalità cupe, che non ha paura di mescolare inquadrature ricercate con spasmi di violenza primordiale.

 

Cobalt Blue (2009)

cobalt_blue_0Dal romanzo Gunjou di Miyagi Ayako, un dramma sentimentale giovanile d'impostazione classica, con ritmi ricercatamente soffusi e l'incedere ultra-tragico. Ambientato su una piccola isola soleggiata nei pressi di Okinawa, caratterizzata da una natura rigogliosa e insondabile, racconta la sofferta storia d'amore tra due ragazzi e una ragazza, seguendoli da prima della nascita, quando i futuri genitori della ragazza si conoscono, alla soglia dei vent'anni. Alla ricerca dell'espressione nostalgica e fatua dell'amore puro, Nakagawa Yosuke finisce però con l'esagerare, esasperando i toni al parossismo, fino a saturare i sensi, con effetto involontariamente caricaturale.

 

As One (2012)

as_one_0Basato su eventi realmente accaduti, As One racconta con efficace magnificenza l'avventura della squadra sportiva unita delle due Coree ai campionati mondiali di ping pong di Chiba, in Giappone, nel 1991. Per la prima volta, dopo le devastanti tensioni conseguenti all'attentato nordocreano su un volo di linea sudcoreano nel 1987, i due paesi scelsero di unirsi simbolicamente in un evento sportivo di forte richiamo, sotto il semplice nome di Korea, con la canzone Arirang come inno nazionale e la bandiera della Corea unita come vessillo. Oltre i fiumi di retorica che inevitabilmente si riversano in un progetto tanto sentito, peraltro ancora vivo nella memoria, rimane un film emozionante e concreto nel suo duplice scopo di lanciare un messaggio politico e raccontare un saldo legame d'amicizia tra donne.

 

Zombie 108 (Taiwan, 2012)

zombie_108_0La mossa di marketing nel proclamarsi il "primo film di zombie taiwanese" porta ancora meno fortuna che nel caso del "primo slasher autoctono" (Invitation Only di Kevin Ko, 2009). Dopo gli altalenanti Buttonman (2008) e Gangster Rock (2010), Joe Chien prova la carta del b-movie dichiarato e autoconsapevole: al di là del livello produttivo laccato, che consente effetti speciali ricercati e fotografia lugubre, regnano però incoerenza, approssimazione, confusione narrativa e cliché consolidati mescolati alla rinfusa, senza una vera ragione. Zombie 108 è una misera scusa per un dispiegamento ininterrotto di sangue (poco), seni (sfuggenti), sadismo (moderato), ironia (fuori bersaglio) e qualche blando accenno di azione (dal taekwondo al parkour).

 


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