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Film

Peach Tree, The (2011)

peach_tree_0Secondo lungometraggio da regista per la giovane attrice Koo Hye-sun - classe 1984, nota soprattutto per il ruolo di Jan-di nella serie Boys Over Flowers (2008) - dopo i pareri contrastanti sul suo esordio (Magic, 2010). In questo caso sceglie la storia di due gemelli siamesi uniti alla testa che si innamorano della stessa ragazza, mettendola in scena come una favola nera dal tono trasognato. L'intento non è la verosimiglianza, a partire dall'evidenza delle protesi utilizzate per dare l'illusione dell'unione dei due corpi, ma di parabola in grado di mettere in luce un dilemma morale, la cui drammaticità è irrobustita da dialoghi enfatici e dispiego di spleen esistenziale. La narrazione frammentaria e la scrittura criptica di personaggi e avvenimenti non facilitano la fruizione.

 

Damn Life (2011)

damn_life_0Un esordio indipendente a basso costo diretto e non rifinito nella sua cruda urgenza, diffuso sotto l'egida del Pia Film Festival, da decenni fucina del nuovo cinema giapponese, che ha premiato l'opera con il Grand Prix. Oltre a dirigere, Kitagawa Hitoshi scrive, fotografa e monta una storia tra il thriller, la commedia e il grottesco su incomunicabilità, umano istinto di prevaricazione sui più deboli, solitudine e miseria. Con prevalenza di long take a macchina fissa e la sostanziale invarianza della location (i pressi di una diga dai contorni sfocati), Damn Life cerca di scavare sotto la patina di inconcludenza e bassezze di un gruppo di operai non specializzati che, nel ciclo di incomprensioni che li vede coinvolti, si trasformano da carnefici a vittime.

 

Face (2004)

face_0Jeong Seon-yeong è il migliore nel suo campo - la ricostruzione di un volto umano a partire da un teschio. Tuttavia, devastato dalla perdita della moglie e dalla malattia della figlia - salvata da un trapianto di cuore - Seon-yeong rassegna le dimissioni; sarà l'intrusione nella sua vita del soprannaturale, oltre alla stoica volontà di una misteriosa apprendista, a richiamarlo al dovere. Se si esclude il fatto di durare meno di due ore, dato quanto mai inusuale nel prolisso microcosmo del cinema coreano, resta ben poco a cui aggrapparsi per provare a salvare Face, negli intenti quanto nell'esito.

 

We Can't Change the World But We Wanna Build a School in Cambodia (2011)

we_cant_change_the_world_0Fukasaku Kenta, convinto fautore di una rilettura del cinema di genere in chiave pop, cambia apparentemente tenore con un film motivazionale, ispirato a una storia vera, su un gruppo di studenti universitari giapponesi che in piena solitudine decide di raccimolare i (tanti) soldi necessari a costruire una scuola in Cambogia. In realtà il taglio impegnato e realista, che segue con empatia le difficoltà, i ripensamenti, i malumori e le gioie degli amici impegnati nell'impresa, continua quell'indagine in filigrana sui giovani iniziato sottotraccia nella saga di Battle Royale (2000-3), o nei film più strampalati come X-Cross (2007) e Black Rat (2010), solo con intento formativo più evidente.

 

Woman in the Septic Tank, The (Filippine, 2011)

woman_in_the_septic_tank_0Tre cineasti - regista, produttore e una assistente di produzione pressoché muta - sono impegnati a ideare un film che sappia cogliere gli aspetti più scabrosi e deprimenti della vita nelle baraccopoli di Manila, inclusi traffico di minorenni, povertà estrema, assenza di moralità. Il loro scopo, è subito chiaro, non è propriamente artistico: più drammatizzano la storia, più possibilità pensano di avere per partecipare a festival internazionali, forse persino agli Oscar. Una satira che prende ferocemente in giro il recente cinema ultrarealista e pauperista filippino, ormai perso - questa l'accusa - nello sfruttamento delle disgrazie altrui solo per aumentare la propria visibilità.

 

Moby Dick (2011)

moby_dick_0Thriller giornalistico basato su tesi cospirazioniste che si rifà nell'impianto a classici hollywoodiani come Tutti gli uomini del presidente (1976) o Il rapporto Pelican (1993). Park In-je, al suo esordio nel lungometraggio (sorprendentemente, per come è in grado di gestire i tempi), parte da un caso inventato che prende il via nel 1994 per costruire una storia incredibilmente verosimile nel clima di corruzione e incroci di interessi lobbistici che era la Corea da poco uscita dal periodo delle dittature. Malgrado il titolo, i riferimenti al romanzo di Herman Melville non stanno nell'intreccio, ma nell'ossessione di fondo del singolo di fronte all'insondabile, in cui il grande cetaceo (che si scorge in alcune sequenze oniriche del film) diventa matafora di un potere gigantesco e inarrestabile, in grado di fagocitare ogni cosa.

 

Poongsan (2011)

poongsan_0Lo chiamano Poongsan, perché è aggressivo e implacabile come un poongsan dog e perché fuma sempre sigarette Poongsan. È un uomo misterioso e silenzioso, capace di attraversare la DMZ che divide Nord e Sud della Corea in tre ore, anche solo per far passare dei filmati di anziani amanti separati dal filo spinato e desiderosi di vedersi, benché in video, un'ultima volta. Inviato per recuperare una donna del Nord e portarla al Sud, però, avviene l'imprevisto e tra i due comincia a farsi strada l'amore. Complicando ancor più la situazione.

 

State of Dogs / Nohoi Oron (Mongolia, 1998)

state_of_dogs_0Baasar è un cane randagio. Mentre sta vagando tra le strade della capitale Ulan Bator, viene ucciso da cacciatori il cui compito è ridurre il numero, altissimo, di cani senza padrone presenti in città. L’anima del cane si deve quindi reincarnare e, come si narra in una leggenda mongola, potrà avvenire sotto forma di essere umano, dopo aver passato una vita a vagare libero. Ma Baasar non vuole rinascere come uomo. L’anima di Baasar inizia quindi a ripercorrere tutta la sua esistenza: prima cane da pastore che viveva nella steppa con una famiglia nomade, poi abbandonato dai proprio padroni, infine l’incontro con una donna che aspetta un bambino.

 

About the Pink Sky (2011)

about_the_pink_sky_0Esordio nel lungometraggio di Kobayashi Keiichi dopo pubblicità, video musicali e un paio di progetti in video, girato in un luminoso bianco e nero per cogliere le sfumature del presente che costantemente scolora nel passato. Un dramma adolescenziale minimale, in grado di costruire un microcosmo vibrante nella sua quotidianità spicciola, aperto allo stupore e alla scoperta del senso profondo dell'amicizia.

 

Cuchera (Filippine, 2011)

cuchera_0L'esordio nel lungometraggio di Joseph Israel Laban, giornalista e filmmaker indipendente che ha studiato a New York, descrive frontalmente il traffico di droga tra Filippine e Cina, a partire dai corrieri che si introducono panetti in corpo per superare i controlli di frontiera. L'estetica pauperista e la sistematica ricerca del degrado vorrebbero ricreare un effetto documentario, ma l'esposizione di bassezze e povertà sono esasperati in modo programmatico e freddo, fino al parossismo caricaturale.

 

Head (2011)

head_0Cho Un, al suo esordio nella regia, adotta il più plateale dei MacGuffin per vivacizzare un thriller d'azione che contrappone una giornalista tenace a un becchino/trafficante d'organi senza rimorsi. Il meccanismo scatenante della debordante caccia all'uomo incrociata è infatti il possesso della testa di un famoso scienziato coreano, depredata dal cadavere prima che giungesse al cimitero: i motivi di questo interesse rimangono piuttosto indefiniti, per quanto vengano sommariamente riassunti a metà pellicola, e tutto considerato ininfluenti. A importare è la sarabanda di contraccolpi e imprevisti che la spasmodica ricerca crea. La struttura mantiene un ottimo ritmo fino al finale, ma la seconda parte perde di vista la parvenza di verosimiglianza precedente e accentua toni esacerbati, fino a scivolare nel grottesco.

 


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