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Film

Real (2013)

real_0Dopo cinque anni di esilio volontario dal grande schermo - un'eternità per uno stakanovista come Kurosawa Kiyoshi - occupati soprattutto dalla serie tv Penance (Shokuzai), transitata alla Mostra del cinema di Venezia nel 2012, il regista nipponico torna dietro la macchina da presa per Real, un’opera che è insieme sintesi di temi trattati e tentativo di rinnovare linguaggio e approccio. Benché si tratti della trasposizione di un romanzo - A Perfect Day for a Plesiosaur di Inui Rokuro - i temi sono quelli cari al regista e che caratterizzano così fortemente la sua poetica: lo studio dell'imperscrutabile mondo sospeso tra la vita e la morte, che Kurosawa ha avuto il coraggio di mettere più volte in scena nelle sue opere, e di quel limbo altrettanto misterioso che separa la realtà dal sogno, la parte cosciente da quella subcosciente di noi.

 

Wind Rises, The / Kaze tachinu (2013)

the_wind_rises_0Opera che spiazza, prima di tutto perché volutamente priva di quel potere affabulatorio che conquista fin dai primi minuti presente in ogni altro film del Maestro, il quale peraltro decide di realizzare in prima persona, come regista, un film scevro di ogni elemento fantasy, un’anomalia nella sostanziale suddivisione dello Studio Ghibli dove i film realistici venivano assegnati ad altri registi, come Takahata o Kondo. The Wind Rises (Kaze tachinu) abbandona qualsiasi dimensione fiabesca per adottare un approccio narrativo per l’autore inedito.

 

How to Disappear Completely (Filippine, 2013)

how_to_disappear_completely_0I film di Raya Martin, giovane e alquanto prolifico (in maniera che è quasi sospetta, per chi non è uso regalare buonafede alla fama festivaliera), non hanno mai brillato sinora per scelte di cosiddetta linearità narrativa. Di qui, la difficoltà a parlarne in maniera semplice, che li approcci partendo dalla loro storia, dal loto tema, dal loro argomento/argomentazione di base. How to Disappear Completely si distacca un po’ da queste caratteristiche, e mostra al contrario un Martin che sfoggia un certo gusto citazionista (proveniente dall’horror statunitense, soprattutto) e lo innesta sulla storia di una ragazzina che vive in una delle centinaia di isole delle Filippine, in una piccola comunità dove l’evasione è data solo per stordimento da alcool e gioco (la via che sceglie il padre), oppure per la trascendenza del ripetitivo gesto religioso (la via che sceglie la madre), chiusa tanto da stare stretta stretta alla ragazzina che ha già in partenza cuciti addosso episodi di (quotidiana?) cronaca nera famigliare. A questa storia si fondono quelle degli abitanti del villaggio isolano e isolato, della leggenda di una vecchia fantasmatica dai bianchi e lunghi capelli che si aggira nella foresta, e di una recita (teatrale) scolastica dopo la quale nulla sarà com’era prima.

 

Stone, The (2013)

the_stone_0In una Seoul fatta di sale da gioco per patiti di go (nome giapponese col quale è più conosciuto il gioco da tavola di origini cinesi del weiqi) – siano essi malati di scommesse, giovani aspiranti professionisti o altri tipi umani più o meno delusi da quella vita che ha per scacchiera le strade della città – e da locali notturni gestiti da malavitosi di caratura criminale non propriamente eccelsa, l’incontro casuale tra Nam-hae, taciturno boss di una banda di mezza tacca che fa affari con lo strozzinaggio, e Min-su, ombroso talento del go che per questioni personali non è mai diventato un vero professionista, darà sostanza a un rapporto allievo-maestro insolito e dalle conseguenze impreviste.

 

Backwater (2013)

blackwater_01988: Toma è un diciassettenne che vive in una piccola città fluviale. La sua esperienza di vita passa attraverso i rapporti con un padre manesco e losco, con cui vive insieme alla sua compagna, con la madre, una donna dimessa che fa la pescivendola, che va a trovare spesso, e con le esperienze amorose adolescenziali. Tensioni, gelosie, violenze. Ma il fiume continua a scorrere, indifferente alle vicende degli uomini che vivono sulle sue rive.

 

Like Father, Like Son (2013)

like_father_like_son_0Quello della famiglia è uno dei temi cardine del cinema nipponico, da quello classico di Ozu fino ai nuclei disfunzionali di Miike, Ishii, Suo e Sono, ed è un motivo conduttore della filmografia stessa di Koreeda. Con Like Father, Like Son il regista arriva, come aveva fatto anche in Nobody Knows, attraverso una situazione limite, a mettere in forte discussione i legami famigliari stessi. Koreeda racconta di un caso di scambio di neonati in un reparto maternità – a quanto pare una situazione che si verifica con una certa frequenza e un tema molto battuto al cinema, soprattutto in film francesi, dove si è spesso giocato, come in questo film, sul divario sociale tra le due famiglie. Koreeda, nel merito, ha fatto ricerche su casi di cronaca di quel tipo avvenuti in Giappone nel periodo di forte crescita demografica degli anni Sessanta, ma solo per un semplice spunto. Quello che gli interessa è mettere in forte conflittualità il concetto stesso di paternità e maternità. Quali sono davvero i propri figli? Quelli biologici o quelli di fatto? I legami famigliari sono quelli di sangue o quelli che si creano con un meccanismo etologico di imprinting?

 

Why Don't You Play in Hell? (2013)

why_dont_you_play_in_hell_0Una guerra tra clan yakuza e la carriera stroncata di una bambina, figlia del boss di una di queste, protagonista dello spot di successo di un dentifricio. Dieci anni dopo cercheranno di rilanciare la bambina, ormai ragazza, in un film, affidato a un gruppo di giovani filmmaker nerd, i Fuck Bombers.

 

Distant (2013)

distant_0Sede di uno dei porti più trafficati non solo della Cina, ma del mondo, il distretto di Zhenhai, nella città di Ningbo, qualche decina di chilometri a sud di Shanghai, ha visto cicli storici di trasformazioni radicali sconvolgerla profondamente durante i decenni: da villaggio di pescatori a porto di transito per la corona britannica, dall'occupazione giapponese alla guerra civile e al periodo ancora oscuro di una Cina chiusa in se stessa, fino a giungere agli ultimi vent'anni, quelli del boom economico, dell'esplosione della popolazione urbana, dell'aumento esponenziale del traffico di merci e persone. Questi sono i luoghi e gli anni in cui Yang Zhengfan, classe 1985, da Zhenhai, è cresciuto; questo il mondo che ha visto e conosciuto; questa la materia del suo lungometraggio di esordio.

 

Time in Quchi, A (Taiwan, 2013)

time_in_quchi_0Quello delle vacanze estive è un rito che si ripete per tantissimi bambini, per quanto siano diverse le loro esistenze, le loro culture, e sparse le loro case agli angoli del mondo. Quella di Bao è a Taiwan, nella grande capitale Taipei, con due genitori in via di separazione, una sorellina pestifera, il tablet e lo smartphone sempre in mano e un muso imbronciato indossato più per abitudine che per effettivo disagio. Bao è un bimbo come tanti, che dalla Taipei di macchine, vetro e cemento viene spedito a passare le vacanze nella casa del nonno, nell’entroterra tutto fiumi e verdi colline. Qui, nel piccolo villaggio di Quchi, Bao – che da principio sembra un piccolo alieno atterrato su una terra che non conosce e ha poco interesse a conoscere – si trova a fare i conti con un’umanità superficialmente simile a quella con cui è abituato a rapportarsi, ma profondamente differente. La sua estate di nuove amicizie e nuovi giochi diventerà in poco tempo una di quelle che marcano la crescita da bimbo verso la consapevolezza della vita adulta.

 

Shield of Straw (2013)

shield_of_straw_0«Uccidete Kunihide Kiyomaru e vi pagherò un miliardo di yen»: questo è il proclama della taglia messa dal magnate Ninagawa (interpretato da Yamazaki Tsutomu, il vecchio attore feticcio di Itami Juzo) per vendicare la nipotina di sette anni, barbaramente abusata e uccisa. Il colpevole è stato catturato dalla polizia ed è tenuto presso la stazione di Fukuoka, da cui deve essere trasferito a Tokyo. Quattro ufficiali hanno il compito di trasportare e scortare quello che è un bersaglio vivente in un viaggio di 1.200 km, consapevoli della gran quantità di killer potenziali che possono annidarsi ovunque, anche tra le stesse forze dell'ordine, e convinti, per senso del dovere, a difendere un essere così abietto.

 

Lost in Thailand (2012)

lost_in_thailand_0Uscito prima delle vacanze natalizie, con quasi 200 milioni di dollari guadagnati, Lost in Thailand ha segnato il più alto incasso complessivo per un film cinese nella storia del paese. Un successo inaspettato anche per il regista - nonché produttore, sceneggiatore e protagonista della pellicola -, l’attore Xu Zhung, alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa. Il segreto di tanta fortuna al box office può essere rintracciato nella semplicità degli elementi messi insieme con perizia da Xu, il quale ha prodotto un film in grado di incontrare i gusti di tutti. Dopo il fortunato Lost on Journey (2010), Xu ha riproposto infatti lo stesso modello, facendo di nuovo coppia comica con Wang Bao-qiang, ma aggiungendo alcuni spunti chiaramente presi di peso dalle fortunate commedie americane di Todd Phillipps, come Una notte da leoni (il cui secondo capitolo è ambientato, guarda caso, proprio in Thailandia) e Parto col folle.

 


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