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Film

Blood is Dry (1960)

blood_is_dry_0Con il suo secondo film in casa Shochiku, Yoshida Yoshishige si allontana dal filone imperante dei conflitti generazionali, snodo del precedente Good for Nothing (1960), e si addentra nella realtà plumbea del capitalismo rampante giapponese: compagnie di assicurazioni, pubblicitari, giornali scandalistici e opportunità negate di lavoratori svuotati all'interno di compagnie-famiglia combattono una lotta tentacolare per conquistarsi il favore dell'"opinione pubblica", il nuovo miraggio motore dell'economia. In un bianco e nero livido, con movimenti di macchina trattenuti e una colonna sonora inclazante, Blood is Dry distrugge dall'interno il mito della modernità quale progressivo orizzonte di affermazione individuale, svelando la sua natura di ingranaggio pronto a fagocitare miti.

 

Painted Skin: The Resurrection (2012)

painted_skin_2_the_resurrection_0Dopo l'inatteso successo di Painted Skin (Gordon Chan, 2008), ecco l'immancabile reprise, questa volta diretto dall'estroso Wuershan: il budget aumenta, tornano gli stessi attori, a esclusione di Donnie Yen, ma in ruoli diversi, e si amplifica l'orizzonte di una commistione tra fantastico, storico e melodrammatico dai toni sempre più brarocchi e frastornanti. Il cuore di una doppia storia d'amore tragico è infatti ricoperta da una glassa stratificata di effetti digitali in cgi roboanti, ralenti insistiti, musiche mielose, visuali spericolate, inquadrature prospettiche sbilenche e un sano gusto per l'esagerazione più caciarona. Painted Skin: The Resurrection, anche noto più semplicemente come Painted Skin 2, si salva solo grazie alla genuina propensione allo stupore della messa in scena e alla professionalità dei protagonisti, ma è costretto a cedere sotto l'onda montante della sua grandeur fuori controllo.

 

Tetsuo - The Bullet Man (2009)

tetsuo_the_bullet_man_0L’ossessione per carne e metallo e il rifiuto delle convenzioni sociali che avevano dato vita per immagini alla creatura tuttora più straordinaria di Tsukamoto, Tetsuo (1989), tornano a invadere gli schermi a distanza di un ventennio, e non lo fanno in una visione seriale del personaggio, andando a riprendere storie e volti familiari visti nell’originale o nella seconda versione Tetsuo II – Body Hammer (1992), ma proponendo una terza installazione di videoarte industrial-bellica che ha i tratti della versione riveduta e corretta (forse un po’ troppo corretta, in almeno un paio di sensi), in particolare corretta a uso e consumo di palati un po’ più accidentalmente normalizzati.

 

Tetsuo (1989)

tetsuo_0Uno dei primi mediometraggi di Tsukamoto, a budget minimo, girato in 16 mm, in un bianco e nero sgranato, con ampio uso di stop motion, ha rappresentato il trampolino di lancio del regista, diventando presto un cult. Con un retaggio del teatro e della danza sperimentali, da cui proviene, Tsukamoto crea un’estetica apocalittica, un feticismo del metallo, una profusione di grovigli di tubi, bulloni, laminati, truciolati, rottami che si insinuano nelle viscere del corpo umano.

 

Way Back Home (Taiwan, 2010)

way_back_home_0Ritratto minimale della gioventù taiwanese in un interno: Shen Ko-shang, documentarista che aveva esordito nel film di finzione con il corto Two Juliets presente nell'ombibus Juliets (2010), intreccia le storie quotidiane dei quattro protagonisti con empatia soffusa, prendendo a snodo nevralgico l'appartamento in cui vivono, che assurge a vero e proprio co-protagonista, caratterizzato dalla penombra caotica del soggiorno, con in primo piano il grande divano su cui spesso si siedono a parlare, mangiare o guardare la tv.

 

Azooma (2012)

azooma_0Lee Ji-seung è stato tra i produttori di successi che vanno da Sex is Zero (2002) a Tidal Wave/Haeundae (2009): per il suo esordio alla regia sceglie un thriller su una donna che decide di vendicare da sola la violenza subita dalla figlioletta, dopo esser stata abbandonata da autorità e polizia. Nonostante la struttura articolata, che prevede l'intersezione di diversi piani temporali a scompaginare la narrazione, e la frontalità adottata (il montato finale è sotto l'ora e venti, inusuale per un film coreano), Azooma rimane didascalico, tanto più inespressivo e inerte quanto più urlato, spudorato nello sfruttare un tema complesso per esacerbare la commozione del pubblico, che non è comunque in grado di gestire.

 

Like a Dream (Taiwan, 2009)

like_a_dream_0Max è un tecnico informatico di origini cinesi che vive e lavora negli Stati Uniti. Soffre da sempre di insonnia, ma da quando muore il suo gattino, unico legame che gli rimaneva con la madre e la famiglia, inizia a fare vividi sogni su una ragazza cinese disperata per l'incomprensibile scomparsa del suo fidanzato. Max si offre di aiutarla a comprendere i motivi del suicidio e ne diventa ossessionato. Le cose si complicano quando, in vacanza a Shanghai, Max intravede una ragazza identica a quella dei suoi sogni.

 

Tetsuo 2 - Body Hammer (1992)

tetsuo_2_body_hammer_0Dopo l'esperienza di Hiruko the Goblin (1991), Tsukamoto torna alle compenetrazioni di carne e metallo di Tetsuo (1989): questo secondo film non è un semplice seguito né un banale rifacimento, ma piuttosto un salto evolutivo che amplia e ripercorre gli stessi concetti, dandogli nuovi significati e sfumature.

 

Gemini / Soseiji (1999)

gemini_0Tokyo, 1910: Yukio, un medico, vive in una signorile dimora, dove ha anche l’ambulatorio, con i genitori e la moglie, bellissima e dall’oscuro passato per aver perso la memoria. Dopo la morte sospetta dei genitori, Yukio viene aggredito da un uomo identico a lui. Si tratta di Sutekichi, il gemello da cui era stato separato alla nascita, che lo getta in un pozzo e prende il suo posto nella vita. Si scopre che la moglie aveva già avuto una relazione con lui, quando viveva nella bidonville.

 

Sunshine Boys (2012)

sunshine_boys_0Dopo il cortometraggio Ten Million, parte del progetto collettaneo Short! Short! Short! (2010), e l'horror autoriale sottotono The Pot (2008), Kim Tae-gon torna con un piccolo film dal sapore indipendente sulla crescita, l'amicizia e il desiderio d'amore. Sunshine Boys fa riunire tre ex compagni di scuola a un anno dal diploma, durante un incontro di due giorni con uno di loro, nel frattempo partito per il servizio di leva. Nonostante lo snodo drammatico (la consegna di una lettera della fidanzata del novello soldato) sia continuamente rimandato, il film mantiene salda la sua visione minimale, e riesce a coinvolgere con dialoghi asciutti, uno sguardo sereno sul momento di passaggio all'età adulta, con il suo portato di aspirazioni e delusioni, e l'alchimia naturale tra i tre protagonisti, perfetti nel loro compassato contegno - non a caso premiati con un riconoscimento collettivo per il miglior attore nella sezione Korean Cinema Today del Busan International Film Festival.

 

Good-for-Nothing / Rokudenashi (1960)

good_for_nothing_0In risposta al nascente successo della televisione e al riscontro di pubblico dei film storici violenti prodotti da Toei e sulla nuova gioventù della Nikkatsu, anche la tradizionalista Shochiku cerca di sperimentare strade inedite, dando spazio a giovani assistenti alla regia: apripista fu Oshima Nagisa con A Street of Love and Hope (1959), seguito da Shinoda Masahiro  con One Way Ticket to Love (1960) e dall'esordio di Yoshida Yoshishige, che fin dal titolo, Rokudensahi ("buono a nulla"), moltiplicato a schermo nei titoli di testa, gridava tutta la sua rabbia nichilista. Appartenente al filone taiyozoku ("tribù del sole"), decrive giovani rampanti che eludono le tradizioni sociali giapponesi per gettarsi nell'edonismo individualista portato del crescente successo economico nazionale, punto di rottura non solo tematico, ma anche formale: con eleganti movimenti di macchina e una cura sorprendente per la disposizione delle luci e la composizione delle inquadrature, Yoshida imprime un salto che fa pensare a Fino all'ultimo respiro di Jean-Luc Godard, uscito solo qualche mese prima nei cinema francesi, e che è cardine del suo progresso stilistico culminato in Eros + Massacre (1969).

 


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