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Century of Birthing (Filippine, 2011)

Thursday, 15 September 2011 11:41 Giampiero Raganelli Film - AltrAsia
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century_of_birthing_0Un gruppo di donne, sulla riva di un corso d’acqua, intona un canto, quasi una nenia: è l’inno della setta fondamentalista di Padre Tiburcio, che torna spesso nel film. Con questa immagine acquatica, ipnotica, in bianco e nero seppia, inizia l’ultima opera di Lav Diaz, questa volta della durata di “soltanto” quasi sei ore. La forza delle immagini del regista filippino e la sua complessa tessitura narrativa sono tali da avere un potere magnetico nei confronti dello spettatore. I suoi film non possono che esistere e funzionare con i suoi ben noti tempi oceanici. A dispetto di chi ancora continua a blaterare sull’impossibilità dell’uscita in sala delle sue opere. Forse che Picasso si è posto il problema che i musei avessero sale abbastanza grandi quando ha dipinto Guernica?

Un magma narrativo, un caos indistinto di scene, situazioni, personaggi che pian piano comincia a prendere forma, al dipanarsi del film. Scene che sembrano buttate lì acquistano senso una volta che si delineano, progressivamente, i fili narrativi. Una scena può acquisire significato solo quando accostata a un’altra, che si può collocare anche ore dopo. Questa è la struttura di Century of Birthing, già sperimentata nel precedente Melancholia, che prevede un ruolo attivo del pubblico, chiamato a ricostruire i pezzi di un puzzle. Tra le prime immagini, alcune sono di definizione più bassa. Roba da far sobbalzare lo spettatore, indignato per la qualità della proiezione. In realtà rientra ancora una volta nel gioco orchestrato da Lav Diaz: si scoprirà che quelle inquadrature fanno in realtà parte di un film nel film, in fase di montaggio nel portatile del protagonista.
Man mano che si delinea la narrazione, prendono forma due rami narrativi principali, innervati da tantissimi rami secondari e terziari. Uno di questi due tronconi riguarda la setta di Padre Tiburcio, le sue adepte, che sono da lui plagiate. L’altro è invece quello relativo al regista, palesemente alter ego di Lav Diaz, che sta montando il suo film. Protagonista è Angela Aquino, il nome vero dell’attrice che mantiene nel film come pure nel film nel film, in cui interpreta una suora che vuole provare esperienze corporali e concedersi a un ex carcerato. Il regista è indeciso sul titolo tra Donna nel vento o Storie corporee. Entrambi sono tra i tanti progetti che Diaz aveva in cantiere, il primo è stato anche realizzato, sempre con protagonista la Aquino. Il regista è alla ricerca della purezza del cinema, che identifica con la concezione dell’essere di Heidegger. Nel suo ufficio campeggia il manifesto di Che ora è laggiù?/What Time is It There?, il film di Tsai Ming-liang proteso verso Truffaut/Antoine Doinel. Odia con tutta la sua forza i festival e lo vediamo, a una bancarella di scarpe, mandare a quel paese, via cellulare, il direttore di una manifestazione francese.
L’altro punto di fuoco attorno cui gravita il film, come si diceva, è Padre Tiburcio, un santone a capo di una congrega di ultracattolici. Compare di persona solo a metà film, quando si scopre essere un ex attore teatrale. Anche lui un artista quindi. I suoi sermoni sono una grande messa in scena e si toglierà la vita, sgozzandosi, al grido di «Il teatro è morto!». I due filoni sono sempre tenuti in risonanza l’uno con l’altro. La setta è indagata da un fotografo che procede facendo interviste, messe in parallelo con quelle fatte dal regista. E il potere suggestivo di Padre Tiburcio combacia con la forza mesmerica delle immagini di Lav Diaz. Ma le specularità e le simmetrie interne del film sono concentrate sulle figure femminili, sulla lunga sfilza di stupri/parti/aborti. L’ex carcerato del film nel film era stato condannato per stupro, la suora che a lui si concede vuole volontariamente rompere il vincolo di castità, mentre un’adepta di Padre Tiburcio viene, al contrario, violentata da un amico per poterla salvare dalla setta, da cui sarà effettivamente allontanata perché non vergine. Il dramma di quest’ultima la porterà ad abbracciare il paganesimo e a diventare una sorta di sciamana. Incinta e con un ramoscello in mano, la vediamo urlare «Arrivano i giapponesi!», una rimembranza di guerra, ma anche un richiamo al cinema nipponico, alla reiba di Rashōmon. Alla fine del film i due tronconi si congiungono, il cerchio si chiude. Il regista incontra la sciamana che partorisce in un ambiente naturale, incontaminato. Il fanatismo religioso e il metacinema, che Lav Diaz equipara. E nella natura Diaz trova la purezza del cinema, quel concetto di essere heideggeriano tanto vagheggiato.


paese: Filippine
anno: 2011
regia: Lav Diaz
sceneggiatura: Lav Diaz
attori: Angel Aquino, Angeli Bayani, Soliman Cruz, Perry Dizon, Hazel Orencio, Dante Perez, Roeder, Joel Torre

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