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Lung Neaw Visits His Neighbours (Thailandia/Messico, 2011)

Tuesday, 04 October 2011 09:14 Emanuele Sacchi Film - AltrAsia
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lung_neaw_visits_his_neighbours_0A sessant'anni Lung Neaw sceglie di ritirarsi in un villaggio isolato e dedicarsi al lavoro nei campi. La macchina da presa segue, a metà tra documentario e fiction, la sua vita mentre scorre lineare, uguale a se stessa, nella giungla della Tailandia settentrionale. Chino tra i campi inondati a raccogliere riso, erbe o intento a pescare, minuscolo individuo in un paesaggio infinito e verdeggiante, in cui il verde imperante trova solo l'arancione dei monaci buddisti a interromperne il predominio. Un tableau vivant in cui colori complementari si mescolano per un effetto di escapismo che sa di terapia, di viaggio in un Eden in cui i beni materiali non contano.

Contadini e monaci, monaci e contadini, non per caso. È una tradizione antica del cinema tailandese quella di vedere nel coltivatore di riso, elemento cardine della produttività della nazione, un simbolo di una semplicità che è spirituale prima ancora che sociale. Come se in tempi di tumulti e faccende politiche confuse e sanguinose, l'unica via fosse rappresentata dal contatto con la natura, estranea agli affanni vani della modernità. Sono rarissimi i dialoghi nell'opera di Rirkrit Tiravanjia, ma sono pregni di (semplice) saggezza, riflessioni elementari su valori troppo spesso dimenticati.
Regista apolide Tiravanjia, che torna alla terra natia e lo fa nella maniera più estrema, immergendo se stesso e il suo cinema nella vita di Lung Neaw, annullando la macchina da presa al servizio di una bucolica elegia della semplicità. Fuoricampo, ma presenza costante per Lung e per lo spettatore, la lotta per il potere, tra realisti e camicie rosse, l’inutile, ennesimo spargimento di sangue frutto dell’avidità dell’uomo, che può a malapena scalfire la tranquillità – interiore, ancor prima che esteriore – del contadino.
Tiravanjia sottolinea come nulla sia frutto di una messa in scena, ribadendo la natura documentaristica del film, proiettato in digitale a Venezia, benché fosse girato in 16mm. Inganno di un regista che camuffa da ripresa impersonale priva di soggetto una parabola morale tutt’altro che ovvia sui guasti eterni della natura umana.


paese: Thailandia, Messico
anno: 2011
regia: Rirkrit Tiravanija
sceneggiatura: Rirkrit Tiravanija
attori: Lung Neaw



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A sessant'anni Lung Neaw sceglie di ritirarsi in un villaggio isolato e dedicarsi al lavoro nei campi. La macchina da presa segue, a metà tra documentario e fiction, la sua vita mentre scorre lineare, uguale a se stessa, nella giungla della Tailandia settentrionale. Chino tra i campi inondati a raccogliere riso, erbe o intento a pescare, minuscolo individuo in un paesaggio infinito e verdeggiante, in cui il verde imperante trova solo l'arancione dei monaci buddisti a interromperne il predominio. Un tableau vivant in cui colori complementari si mescolano per un effetto di escapismo che sa di terapia, di viaggio in un Eden in cui i beni materiali non contano.

Contadini e monaci, monaci e contadini, non per caso. È una tradizione antica del cinema tailandese quella di vedere nel coltivatore di riso, elemento cardine della produttività della nazione, un simbolo di una semplicità che è spirituale prima ancora che sociale. Come se in tempi di tumulti e faccende politiche confuse e sanguinose, l'unica via fosse rappresentata dal contatto con la natura, estranea agli affanni vani della modernità. Sono rarissimi i dialoghi nell'opera di Rirkrit Tiravanjia, ma sono pregni di (semplice) saggezza, riflessioni elementari su valori troppo spesso dimenticati.

Regista apolide Tiravanjia, che torna alla terra natia e lo fa nella maniera più estrema, immergendo se stesso e il suo cinema nella vita di Lung Neaw, annullando la macchina da presa al servizio di una bucolica elegia della semplicità. Fuoricampo, ma presenza costante per Lung e per lo spettatore, la lotta per il potere, tra realisti e camicie rosse, l’inutile, ennesimo spargimento di sangue frutto dell’avidità dell’uomo, che può a malapena scalfire la tranquillità – interiore, ancor prima che esteriore – del contadino.

Tiravanjia sottolinea come nulla sia frutto di una messa in scena, ribadendo la natura documentaristica del film, proiettato in digitale a Venezia, benché fosse girato in 16mm. Inganno di un regista che camuffa da ripresa impersonale priva di soggetto una parabola morale tutt’altro che ovvia sui guasti eterni della natura umana.

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