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Distant (2013)

Tuesday, 27 August 2013 14:44 Paolo Villa Film - Cina
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distant_0Sede di uno dei porti più trafficati non solo della Cina, ma del mondo, il distretto di Zhenhai, nella città di Ningbo, qualche decina di chilometri a sud di Shanghai, ha visto cicli storici di trasformazioni radicali sconvolgerla profondamente durante i decenni: da villaggio di pescatori a porto di transito per la corona britannica, dall'occupazione giapponese alla guerra civile e al periodo ancora oscuro di una Cina chiusa in se stessa, fino a giungere agli ultimi vent'anni, quelli del boom economico, dell'esplosione della popolazione urbana, dell'aumento esponenziale del traffico di merci e persone. Questi sono i luoghi e gli anni in cui Yang Zhengfan, classe 1985, da Zhenhai, è cresciuto; questo il mondo che ha visto e conosciuto; questa la materia del suo lungometraggio di esordio.

L'approccio cinematografico di Yang è decisamente radicale: 13 quadri di scena, ripresi con camera fissa, a distanza dagli oggetti animati e non che compongono l'inquadratura, nessun dialogo né accompagnamento musicale. La sua è una scelta che ricorda la lezione di un'altro cinese, Li Hongqi, e in particolare il suo Winter Vacation (2010), e del Benedek Fliegauf di Milky Way (2007); un approccio che inevitabilmente relega lo spettatore su una immaginaria panchina a bordo strada da cui osservare lo svolgersi degli eventi a velocità reale, o forse anche un po' più lentamente. E tuttavia è un approccio che non stanca: spazi vasti e silenzi distanti in Distant (Yuan Fang) si conciliano infatti perfettamente. Il movimento compassato dei figuranti che interpretano le scene del film, come nitide coreografie di azione e reazione, diventa presto un ritmo naturale, come quello del respiro, e stimola la riflessione personale meglio che la valanga di parole, immagini, input che il mondo globalizzato della rete ci mette davanti ogni giorno che manda in terra. E da questo ritmo lento ma inesorabile, cui ci si abitua prestissimo come alla regola principale del gioco, scaturisce a tratti anche una lieve eppur bruciante ironia, amara il più delle volte, come quella che irrompe dal suono di un telefonino senza padrone, che dal parco di Zhenhai passa allo schermo e in mezzo al pubblico che si chiede "chi sarà il maleducato che ha scordato acceso il cellulare?".
Distant ci trasporta in un percorso dentro la città, una città qualsiasi che è cinese e al contempo anche globale, universale, da fuori le sue mura di cemento a dentro i suoi sottopassaggi e i suoi cantieri, nei luoghi dell'urbano che tutti i giorni avvolgono le esistenze dell'homo sapiens urbanus senza che questo quasi se ne accorga: fermate del bus, parchi, piscine, ospedali, marciapiedi di notte, scheletri di edifici in costruzione, altri esemplari della specie. Le immagini di un paese silenzioso, popolato da un’umanità che si muove meccanicamente e che anche quando mostra le sue buone intenzioni finisce per mettere in vetrina diversi gradi di inettitudine a vivere fuori dalla gabbia che ci facciamo costruire intorno e chiamiamo città, un po' come la bimba che sorride contenta mentre libera un pesce rosso in una piscina artificiale (dove però con tutta probabilità non sopravvivrà a lungo), scorrono compassate e fluide davanti alla nostra panchina di spettatori immobili, ma lavorano a fondo nella sfera dell'immaginazione e della riflessione interiore.
Alla Cina di Yang manca il tempo per soffermarsi a pensare, al resto del mondo dei suoi spettatori pure, e prendersi 90 minuti scarsi per osservare quanto la lentezza possa essere ricca di particolari, che invece solitamente sfuggono alla velocità, alla fretta, crea la capacità di metterci di fronte tutti alle nostre contraddizioni di persone e di spettatori cinematografici. Noi tutti, che per vedere una cosa così semplice con scene di vita quotidiana a distanza di panchina paghiamo un biglietto e ci sediamo in un cinema. Il teatro dell'assurdo, che sembra quello messo in scena dai personaggi anonimi e muti che si muovono sullo schermo, si trasla così in mezzo al mondo reale, tridimensionale, e fatto di immobili personaggi seduti in una sala buia, davanti a uno schermo.
Sarà anche senza speranza di diventare un cinema per un grande pubblico di sala, non se ne dubita, ma Distant, nel suo sottolineare il valore della qualità sopra al bailamme della quantità che ci sovrasta ogni giorno, fuori e dentro la rete, è un piccolo frutto di genio, che speriamo lasci semi qui e là in altre menti cinematografiche.


paese: Cina
anno: 2013
regia: Yang Zhengfan
sceneggiatura: Yang Zhengfan
attori: Chen Shaokai, Chen Tuzhen, He Jiayan, Luo Yuanhao, Chen Cheng



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