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Crouching Tiger Hidden Dragon: Sword of Destiny (2016)

Monday, 28 March 2016 16:57 Emanuele Sacchi Film - Cina
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Crouching Tiger Hidden Dragon: Sword of DestinyDopo la morte del maestro Li Mu-bai nel mondo delle arti marziali si diffonde il caos, finché a prevalere non è il crudele Hades Dai. Quando quest’ultimo viene a sapere dove si trova la spada di Li Mu-bai, Destino Verde, scatena una caccia all’uomo senza esclusione di colpi pur di impossessarsene.

Nei quindici anni trascorsi tra il film di Ang Lee e il suo sequel molto è cambiato nel mondo del cinema. Al punto tale che La tigre e il dragone, vincitore di quattro premi Oscar tra cui Miglior Film in Lingua Straniera, resta tuttora il film non americano che ha incassato di più in territorio statunitense (oltre che una fonte di ispirazione spesso saccheggiata da altri blockbuster wuxia-mélo), mentre il sequel esce in sordina e solo su Netflix, senza anteprime stampa (nonostante queste fossero previste e pagate). Un segno dei tempi e di una diversa modalità di fruizione, unito tuttavia alla consapevolezza tardiva di un’operazione riuscita a metà. Non era semplice riprodurre o mantenere l’equilibrio tra romanticismo, azione e ambiguità morale del film di Ang Lee, e forse si potevano intraprendere altre strade, ma lo script di John Fusco (Il regno proibito, la serie Marco Polo) guarda fin troppo all’originale, riproducendone il pattern essenziale – coppia tormentata di meno giovani protagonisti contrapposta alla coppia tormentata di giovani, contraddistinta dall’indecisione su cosa sia giusto e cosa sbagliato – ma senza sapergli infondere il soffio vitale. La love story tra Lupo silenzioso e Shu Yen risulta penalizzata dalla palese assenza di chimica tra Donnie Yen e Michelle Yeoh, ma non va meglio alla coppia di giovani, volti televisivi (Shun proviene da Glee) incapaci di coinvolgere in maniera credibile.
Per lunghi tratti di Crouching Tiger Hidden Dragon: Sword of Destiny non succede nulla, ma non nel senso di una contemplazione tarkovskijana o di un ritmo da cinema d’autore coerente con il linguaggio espresso. Si avverte solo una sensazione di vuoto, mentre si susseguono dialoghi convenzionali in attesa della prossima scena d’azione. E di queste ultime, nonostante dietro la macchina da presa ci sia uno dei più grandi coreografi di arti marziali della storia del cinema di Hong Kong come Yuen Woo-ping (Drunken Master, Matrix, Kill Bill, oltre che La tigre e il dragone originale), solo una si dimostra all’altezza del compito e della fama del cast coinvolto: il silenzioso e purtroppo brevissimo duello sul lago ghiacciato, condotto tra passi “pattinati” e blocchi fluttuanti. Troppo poco in un contesto privo di pregnanza epica e di pathos narrativo, nato e sviluppato come puro riflesso di un’opera già esistente. Al di là delle polemiche sorte in Cina, non giova la scelta linguistica di normalizzare tutto in lingua inglese, cosa che ha influito sul casting (a parte Yen e Yeoh, sono quasi tutti attori statunitensi o australiani di origine cinese), e ancor meno l’ambientazione neozelandese, che rimanda con una sgradevole sensazione alla Contea di Peter Jackson. Quel che ne esce è un film apolide, privo di un’identità e di una patria certa, difficilmente destinato a lasciare un segno del suo passaggio.

paese: Cina, Usa
anno: 2016
regia: Yuen Woo-ping
sceneggiatura: John Fusco
attori: Donnie Yen, Michelle Yeoh, Harry Shum Jr., Natasha Liu Bordizzo, Jason Scott Lee, Eugenia Yuan, Roger Yuan, Juju Chan

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