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Aftershock (2010)

Tuesday, 31 May 2011 19:04 Emanuele Sacchi Film - Cina
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aftershock_0Sul catalogo del Far East Film Festival 13 si riporta in merito a Feng Xiaogang: "Da alcuni definito lo Steven Spielberg cinese". Ammesso e per nulla concesso che questi alcuni esistano, è tempo che si risponda di certe affermazioni e si abbia il coraggio di fare un passo avanti. In ormai quasi vent'anni di carriera Xiaogang ha attraversato tutti i generi (commedia, melò, guerra), ma dove l'inarrestabile curiosità di un Bong Joon-ho lo ha portato a superare i generi stessi e utilizzarli per arricchire una poetica coerente di nuove e gustose sfaccettature, il fil rouge di Feng è quello dell'astuzia dell'uomo (per nulla dzigavertoviano) dietro la macchina da presa che si serve della tecnica e delle emozioni per rafforzare il proprio potere. Il cinema cinese, specie a livello industriale, è in piena ascesa, sorretto da produzioni sempre più ambiziose e Xiaogang è in prima linea nell'establishment, quasi un vice-Zhang Yimou - di cui ripropone solo i lati più deteriori, narcisismo e opportunismo - pronto a subentrargli al primo passo falso (operazione semplice nel mondo felice della Cina continentale, visto che è sufficiente dedicare un film ai paradossi temporali per divenire persona non grata).

Premessa logorroica ma doverosa per inquadrare Aftershock e il suo smisurato successo di pubblico nel proprio contesto naturale: quello di un film freddamente realizzato per salvare la capra del governo cinese e i cavoli degli spettatori meno esigenti, ma assai bisognosi di consolazione a buon mercato. Peraltro inganna l'inizio folgorante, squassato dal presagio (e poi dall'irruzione) di una catastrofe nella serena quotidianità di Tangshan, con uso relativamente sobrio del digitale per rendere le dimensioni della tragedia senza eccedere nella rappresentazione: venti minuti che costituiscono probabilmente l'apice del cinema di Xiaogang, ma il cui ricordo risulta effimero man mano che lo svolgimento ritrova i binari del consolatorio e infine del ricattatorio. La parentesi tra i due terremoti, pedagogica visione del mondo e su come sia giusto affrontarlo, basata su un susseguirsi di forzature e di situazioni costantemente al limite, suona in ogni momento come una didascalica lezione di vita; cinema inteso come contenitore di messaggi, come educazione e mai come indagine su ciò che è recondito, su ciò che non si osa immaginare, su ciò che si filma perché è necessario farlo. Immagine e immaginario sacrificati sull'altare del disegno apodittico. Come spiegare altrimenti l'icona circonfusa di eroismo della coppia di ufficiali dell'Armata Rossa, che adotta (ma sostanzialmente nasconde alla famiglia naturale) una bambina, senza che venga mai insinuato un dubbio sul fine che muove le loro azioni (persino quando l'affetto tra il patrigno e Fang Deng pare scivolare verso il limite del consentito, punto in cui ovviamente il regista si arresta timoroso delle conseguenze). Dove invece Feng eccede inutilmente è nella risoluzione, così caricata di aspettative da scatenare una quasi inevitabile detonazione sentimentale, adottando meccanismi di onestà analoga a quelli che caratterizzano buona parte dello scialbo horror odierno, del tutto impotente se privato di subwoofer e Dolby Digital.
Tornando all'incredibile similitudine dell'incipit, viene da chiedersi se l'autore di cotanta affermazione sia a conoscenza dell'esistenza di Peppuccio Tornatore e del suo (si perdoni l'utilizzo del termine, al solo scopo di chiarezza) cinema; potrebbe portare a rivedere il termine di paragone occidentale per Xiaogang, rendendo il rinnovato accostamento tutt'altro che peregrino.


paese: Cina
anno: 2010
regia: Feng Xiaogang
sceneggiatura: Si Wu
attori: Zhang Jingchu, Xu Fan, Li Chen, Lu Yi



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